Mi presero e mi frustarono
Ma perché, perché?
Per la mia cultura
Non sono certo pochi i motivi per cui si può frustare un uomo. (Dostoevskij)

Ho scoperto di essere radical chic.
Non so nemmeno bene cosa significa.
Un po’ come nella Metamorfosi di Kafka: ti addormenti che sei una persona di sinistra, discretamente sensibile alle problematiche sociali, sindacalista di braccianti, portuali, camionisti, roba tosta, educativa, poi l’agricoltura, lo sviluppo sostenibile, che ti tengono i piedi per terra e la testa nel futuro; ed ecco che il giorno dopo l’avvento dei sovran-populisti, ti risvegli élite.
In buona compagnia, devo dire, visto che c’è anche Obama e fior di uomini di cultura, ma, scientificamente parlando, senza un perché.
Senza riguardo alle storie personali.
Anche se sei nato in un luogo meno confortevole di DiBattista, hai stretto più mani ruvide di Conte e non sei certo meno onesto di DiMaio, né tuo padre lo era del suo.
Mentre gente più ricca di Creso, come Trump, con frequentazioni non certo più popolane delle mie, come l’on. Carelli, convertitosi alla vera fede grillina sulla via di Murdoch, è, invece, popolo.

Vive fra il popolo, soffre (?) col popolo e lotta per lui.
E ti chiedi chi sei davvero, da dove vieni, con chi sei stato, per cosa hai vissuto.
Lo spaesamento è grande.
Scruti nello specchio se non ci sia in te, nelle tue fattezze, qualcosa che riveli una natura diversa, un po’ come accadeva agli ebrei, il naso adunco e tutte quelle porcherie sulla razza.
Altri tempi, direte.
Forse.

“Tornate al vostro posto- gridavano dal palco Borghezio e Calderoli al tempo, non così lontano, in cui Salvini insultava i meridionali- tornate fra i cammelli e le scimmie”.
Chissà se le pensano ancora, il Capitano e i suoi seguaci, quelle cose che non dicono più.
Voi che ne dite?
Tira una brutta aria.
Aria di delegittimazione: zitto tu che…

Fino ad oggi sono stato quel che sono, senza pregiudizio politico, religioso, di condizione sociale, di istruzione.
Quella buona in genere era apprezzata, chi l’aveva ne era orgoglioso, chi non l’aveva voleva accedervi, la considerava il primo gradino dell’emancipazione, capiva che la scala che porta alla libertà è quella del sapere.
Le parole degli operai e dei contadini fra i banchi delle scuole serali o all’ascolto delle lezioni televisive del maestro Manzi sono un trattato di antropologia culturale.
Spiegano, più della crisi del 2008, le ragioni del nostro declino.

In quel tempo, quello del boom economico vero, gli ignoranti non erano più importanti dei professori.
E tra mille contrasti e contraddizioni potevi pensare di essere giudicato per le tue opinioni, giuste e sbagliate.
Si, l’accusa di essere comunista, che era un po’ anche vero, ma avevo presto imparato a mitigarla con quell’aggettivo, “italiano”, che si rivela sempre un buon salvacondotto quando entri in territorio nemico.
Sarà capitato anche a voi, inconsciamente magari, di cautelarvi, in questi tempi sovrani, premettendo ad ogni osservazione critica “sul costume politico degli italiani” un patriottico “io amo l’Italia e questo popolo meraviglioso”.
Col passare del tempo anche quell’addebito si era venuto stemperando.

Fino all”avvento di Berlusconi che ne aveva dilatato i confini fino ad includere fra i nemici anticomunisti di ferro come Montanelli.
In fondo ci voleva bene se ha cercato di tenerci in vita anche quando eravamo già morti.
A rimanere in vita era ormai solo l’espressione catto-comunista, che mischiava assieme due dimensioni, quella religiosa e quella politica, che è bene tenere distinte sempre.
Non solo nelle forme sguaiate che vediamo (l’esibizione di quel Rosario è troppo simile a quella dell’ampolla del Po per non far pensare a un rito pagano) ma anche altre più ispirate e sincere.

Chi accosta Papa Francesco al socialismo sbaglia, e non gli fa un favore.
Superato anche quello scoglio ideologico per sfarinamento naturale, come accade prima o poi agli espedienti della politica, un progressista si trova oggi davanti a un inedito cordone sanitario composto di tre parole: buonista, radical chic, élite.
Con una quarta, casta, che le compendia e le completa.

Buonista è, fra tutte, la più odiosa: svillaneggia la misericordia trascinandola nel gorgo della polemica politica; schernisce i pietosi per distogliere lo sguardo dalle vittime.
C’è un precedente che fa riflettere: l’espressione che i fascisti usavano al tempo delle leggi razziali nei confronti di chi aiutava gli ebrei era “pietismo”.
La parola casta è la più densa di implicazioni democratiche.
L’autoreferenzialità dei mondi chiusi si è accentuata, l’ascesa sociale si è bloccata, l’inclusione per troppi è rimasta un miraggio.
È così cresciuta nel mondo una società oppositiva carica di sacrosante istanze di giustizia sociale.
Alle quali il populismo da risposte sbagliate coltivando, scrive Sabino Cassese, il senso di ribellione che percorre tanta parte della storia d’Italia.
Senza costrutto alcuno.

In ogni forma di estremismo politico, diceva Bobbio, c’è una forte vena di anti illuminismo.
Le élite ci sono sempre state, hanno disegnato le traiettorie dell’umanità.
Ce ne sono di aperte e di chiuse, di illuminate e di oscurantiste.
La responsabilità di una parte della classe dirigente è di aver definito le élite, tutte ad eccezione di sé, casta, di condannare anziché correggere, finendo per sconnettere ogni cosa.
In questo c’è una responsabilità anche del Pd: una parte di esso è stata chiusa fino a far pensare di esserlo, casta, mentre un’altra ha fomentato la frattura fornendo alimento al populismo che l’ha travolto.
Prima o poi bisognerà parlarne.

Perché cambi l’Italia bisogna che cambi il lessico della politica.
La sinistra deve essere assieme più esigente e più indulgente verso se stessa.
C’è un problema di qualità della proposta ma poi c’è che l’accoglienza che una società frammentata in mille interessi riserva alle sue parole d’ordine non è la stessa che gli tributava una società tenuta assieme da vincoli solidali.

Il sentimento che pervade parte del Paese e ne orienta le scelte politiche non si nutre solo di paure, che tutti fanno a gara nel giustificare, ma anche di egoismo, di credulità, di incultura, di sradicamento, insorti e coltivati ben prima che la crisi ci mordesse le carni.
Rileggere gli scritti di Pasolini sulla società dei consumi aiuta a capire.
Non si ravviva un fuoco che non c’è.
La gente segue Salvini ma Salvini cresce sui suoi umori.
Per tornare a riveder le stelle dobbiamo salire tre gradini: la cultura, la cultura politica e, a Dio piacendo, la politica.
Nell’ordine.

(Guido Tampieri)