Sono passati cent’anni, un secolo pieno, ma i più vecchi di noi hanno fatto in tempo a cogliere l’eco dei racconti di padri e nonni: eco di disordini che la memoria ora sbiadisce, ora riaccende di colori.

“Avanti!”, 31 maggio 1919. Pagina critica sulle trattative di pace di Versailles

È l’estate 1919. La Grande guerra è appena finita. A Parigi gli Stati vincitori si confrontano e già questionano sui termini della pace. Nei Paesi sconfitti le popolazioni sono devastate da miseria e fame, mentre focolai rivoluzionari e attentati rendono instabili i nuovi assetti istituzionali. L’Italia stessa è attraversata da inquietudini. La vittoria ha creato aspettative, e negli strati popolari ben pochi accettano che gli anni del conflitto siano stati solo una parentesi. La pace non potrà essere una semplice restaurazione del pre-esistente, tanto più che nel corpo sociale già da prima si erano venute accumulando forti tensioni che solo le cannonate dell’agosto 1914 e la nostra entrata in guerra nel maggio 1915 avevano congelato. Ora però c’è di più: nell’immane sforzo bellico richiesto dopo Caporetto, molte speranze di cambiamento sono state autorizzate da vari impegni del governo. Da un paese lontano viene poi l’esempio, suggestivo per gli uni e minaccioso per gli altri, di un rivolgimento radicale: è la Russia dei soviet. Nel suo saggio sul 1919 in Italia, Roberto Bianchi riassume fin dal titolo le aspirazioni diffuse nel dopoguerra: Pace, pane, terra (Roma, Odradek edizioni, 2006). Quel che chiedono i ceti più poveri non sono grandi acquisti territoriali o imperi, ma una vita meno stentata di quella che si conduceva avanti il 24 maggio, quando la mobilitazione aveva portato via da casa gli uomini più validi e tenuto le famiglie nel timore di un annuncio di morte. I caduti, com’è noto, furono oltre seicentomila.

“La Lotta” del 20 aprile 1919 denuncia la violenza fascista contro il quotidiano “Avanti!”

Per dire l’aspetto critico del ’19 nel nostro Paese, serve ricordare alcuni eventi: a gennaio, nascita di un nuovo partito di massa, il Partito Popolare Italiano, «partito di cattolici, ma non cattolico»; il 23 marzo a Milano, costituzione dei Fasci di combattimento attorno a Benito Mussolini, già leader socialista poi espulso per il suo interventismo; il 15 aprile, sempre a Milano, assalto squadrista alla sede dell’Avanti!, il quotidiano socialista; a fine giugno, crisi del governo del ministro Orlando, che alla conferenza di pace di Parigi aveva fallito il compito di ottenere per l’Italia Fiume e la Dalmazia; a fine luglio, proclamazione di uno sciopero “europeo” che allarma i ceti dominanti e che tra gli altri obiettivi metteva l’appoggio ai governi comunisti sorti in Ungheria e Russia. In questo quadro agitato si collocano specifici episodi che riguardano da vicino anche la realtà della Romagna. Sono i moti contro il caroviveri.

Sommosse di preoccupante ampiezza si erano già verificate nel giugno in Liguria e si erano allargate al Piemonte e alla costa toscana. I fermenti assumono spesso forme che sfuggono alle organizzazioni del movimento operaio: assalti a negozi non solo di alimentari, saccheggi o requisizioni di vario genere, sciupio di beni, interventi di forze dell’ordine, scontri. C’è in questi episodi di folle eccitate e arrabbiate – dove spesso emergono come protagonisti donne e ragazzi che hanno vissuto dalle retrovie l’incubo della guerra – qualcosa che ricorda le folle di altre più lontane rivoluzioni. La Russia bolscevica è forse vicina? Di fronte alla pressione popolare, socialisti, sindacalisti, anarchici reagiscono cercando di prendere la direzione dei moti. Costituendo comitati, promuovendo comizi e manifestazioni, si pongono come punto di riferimento da un lato della popolazione, dall’altro delle autorità con le quali trattano la misura dei calmieri. Certo per alcuni dovrebbe essere il momento di svolte più nette. Avrà pure un senso se gli organismi popolari si chiamano talora «comitato di salute pubblica» o «soviet annonario».

Nelle città romagnole i moti raggiunsero livelli di notevole conflittualità con agenti di polizia e carabinieri, fino ai cinque civili uccisi a Imola il 3 luglio. All’inizio dei quel mese le agitazioni avevano assunto sempre più rilievo nei quotidiani nazionali, mentre il telefono e il telegrafo consentivano l’immediatezza dell’informazione. Le notizie rimbalzavano da un luogo all’altro, seminavano allerta, panico, sollecitavano reazioni: e il moto si propagava.

“La Stampa” 3 luglio 1919. I disordini della Romagna in prima pagina.

Il 2 luglio sulla pagina delle Ultime Notizie La Stampa pubblica un lungo trafiletto titolato «Il popolo di Forlì dà l’assalto ai negozi». Esordisce così: «Perdurando l’impressione di fatti svoltisi ieri [lunedì 30 giugno] a Forlì, contro l’esorbitanza dei prezzi, stamane [martedì 1 luglio] tutti i negozi, le trattorie, gli alberghi erano chiusi». Un forte calmiere era stato imposto e i commercianti se ne difendevano abbassando le serrande, mentre un fruttivendolo veniva arrestato «perché continuava a praticare prezzi superiori a quelli fissati». Il fatto più clamoroso e gravido di conseguenze fu l’assedio posto dalla folla a un negozio di scarpe che il proprietario teneva chiuso, standosene peraltro alla finestra soprastante. «Vi fu ad un certo punto uno scambio di parole mordaci ed offensive». Non ci volle altro: la porta del negozio venne sfondata, la merce buttata in strada e saccheggiata, mentre il proprietario cominciava (chi dice col fucile, altri con la rivoltella) a tirare sulla folla, e fece in tempo a ferire qualcuno prima che i carabinieri lo arrestassero sottraendolo al linciaggio degli assalitori. In poco tempo il caos invadeva la città e gli operai abbandonavano gli stabilimenti. Diversi negozi di alimentari e di vestiario venivano presi di mira e svuotati. «Ma il fatto notevole – appunta il quotidiano – è che tutta la merce saccheggiata è stata in parte offerta ad Istituti di beneficienza ed in parte consegnata alla Camera del Lavoro», un copione che si ripeterà un po’ in tutte le città romagnole.

Il giorno dopo, 3 luglio, la nostra regione conquista la prima pagina del quotidiano torinese e vi campeggia con un ampio articolo intitolato «Gli alti prezzi delle derrate provocano altri disordini in Romagna». Il sottotitolo specifica: «Negozi e mercati saccheggiati a Imola, Faenza e Ravenna – La bandiera rossa sul Duomo di Imola». In testa è l’ampia corrispondenza datata Imola, 2 [luglio], notte.

Il vecchio mercato di Ravenna in una cartolina d’epoca

Seguono altre corrispondenze. Da Ravenna in particolare viene la cronaca di episodi di una certa gravità: «La popolazione impose la vendita delle verdure, del pesce, della frutta, delle uova e del formaggio a metà prezzo. Tale imposizione, fatta energicamente, è stata immediatamente eseguita e, dati i nuovi prezzi, il mercato è stato vuotato in un baleno. A quei negozi che in previsione della dimostrazione non erano stati aperti, la folla ha imposto l’apertura e la vendita dei generi in essi contenuti. Un grande magazzino di cristallerie, terraglie e utensili è stato obbligato a vendere tutti quei generi a prezzi bassissimi. La folla, sempre più eccitata dalla facile vittoria, ha invaso quindi la drogheria Rellenghi asportando vini di lusso, liquori e generi coloniali. Il solo intervento delle truppe ha impedito una eguale operazione in alcuni negozi di calzoleria e in negozi di stoffe e di mercerie». Non diversamente a Imola: al mercato delle erbe le ortolane erano fuggite di fronte ai dimostranti abbandonando i prodotti; alla drogheria Ferrari, posta sulla centralissima via Emilia, c’era stato un grandioso saccheggio, vari esercizi commerciali avevano accettato seduta stante un ribasso del 50%, e anche il Magazzino Cooperativo di Consumo si era difeso a fatica. Accanto alle corrispondenze romagnole, una notizia da Roma assicurava: «Provvedimenti del Governo per attenuare il caro viveri».

Fin dalle manifestazioni del giugno Luigi Einaudi era stato indotto a scrivere una lezione di liberismo intransigente in un lungo articolo comparso il giorno 18 sul Corriere della Sera. Sosteneva l’economista che la libertà dei commerci era la vera medicina contro il rincaro dei prezzi e occorreva perciò eliminare del tutto quei vincoli che erano stati imposti nei duri anni di guerra. Einaudi chiedeva al governo fermezza in materia, ed esortava: «Lo Stato torni subito a fare il mestiere suo, che non è quello di farsi provveditore di viveri». Difficile però farlo capire alle popolazioni, e anche a molti politici. Di fronte ai focolai che si accendevano in vari punti del Paese da Nord a Sud, i governi temevano che la fiammata si facesse unitaria ed eversiva delle istituzioni, già in difficoltà per i problemi di politica estera. Intanto nell’intervallo tra i fuochi di giugno e quelli più accesi di luglio, un forte terremoto era venuto a scuotere le colline del Mugello causando rovine e almeno un centinaio di morti: un disastro che non avrebbe impedito la ripresa delle dimostrazioni e dei disordini sull’uno e sull’altro versante dell’Appennino tosco-romagnolo.

Il mercato delle erbe di Imola tra Otto e Novecento

A Imola gli accadimenti del mercoledì 2 luglio – sciopero, comizio, e calmiere sui generi alimentari concordato tra Regio Commissario ed esercenti – furono solo un animato preannuncio. Il giorno dopo, nel pomeriggio, mentre la folla andava sciamando da un secondo comizio nel grande prato delle scuole Carducci/Alberghetti, si ebbero gli incidenti che lasciarono una scia di sangue nelle strade cittadine. Inutilmente l’oratore, il socialista Silvio Alvisi, aveva invitato alla calma e annunciato la fine dello sciopero. Lungo il percorso dalla zona vicina al comizio fino nella Piazza delle Erbe, a pochi passi dal palazzo comunale, furono 5 gli uccisi da colpi di arma da fuoco. (Continua)

(Giuliana Zanelli)