La mia maturità si svolse negli anni ottanta. Ero, a quei tempi, studente all’Itas, Istituto tecnico agrario G. Scarabelli di Imola, nei pressi dell’autodromo Dino Ferrari. Anch’io parte di quel noi, ragazzi giovani, forti e belli perché di Manlio Vivarelli, il mitico preside. Laureato in biologia che poteva anche capitarti in classe per una sostituzione del docente di scienze e interrogarti sul peso delle balene. Ti richiamava se andavi a zonzo nei corridoi con un: “dove vai ragazzaccio!”. Sì! Era proprio lui. Alto sui due metri. Una pertica d’uomo che nei pomeriggi di lezione lo potevi incontrare con la retina nera ferma sui fitti capelli, nero corvino. Non poteva che essere un uomo di altri tempi per una scuola di futuri periti agrari. Questo, quando il sogno di diventare esperti (periti) d’agricoltura e di zootecnia era superiore al pericolo che si paventa oggi nel diventare maturi, allorchè si è periti (morti perché senza futuro).

Noi che venivamo dalla scuola alta, perché ubicata in collina, saremmo rimasti i cesellatori di zolle specializzati; gli altri: i periti metalmeccanici si sarebbero chiamati gli untuosi; mentre i periti elettrotecnici, gli sbucciafili. Poi i geometri, i ragionieri… le maestre/i maestri (unici a maturarsi con un ciclo di studi di solo quattro anni) e i liceali del classico e dello scientifico sull’Olimpo degli irraggiungibili, forse perché studiavano cose astratte e per noi astruse. All’esame di maturità venni giudicato con un sufficiente quaranta sessantesimi. In seguito, mi diplomai anche giardiniere. Vinsi il concorso ed entrai nel corpo dei giardinieri dell’Orto botanico Ulisse Aldrovandi dell’Università di Bologna, per poi finire in Biblioteca centrale Roberto Ruffilli del Campus di Forlì… dove tuttora sono e dove mai avrei pensato di capitare. Proprio io che, non di certo amavo la scuola! Ho avuto l’opportuna sana incoscienza di lavorarci dentro, a dimostrazione che l’impensabile futuro può divenire plausibile se alla pagina di un libro avvicendo la pagina di una foglia. A voi tutti cari giovani, vi sia d’augurio.

(Sante Boldrini)