A guardarlo, come ci viene riportato dalle immagini più v volte trasmesse da tutte le emittenti televisive, sembra uno di quei giochi d’acqua ai quali si assiste in occasioni di divertimento, di festività, quasi sempre accompagnati da musica o altri suoni. Poi immagini riprese di lato, dal basso, dall’alto: una gara nella ricerca dello spettacolo.

Non è così. Mentre assistiamo all’esplosione che ha scritto la parola fine sul ponte Morandi, quell’opera che congiungeva due parti di Genova, ci è dato vedere la fotosintesi di una situazione complessiva del nostro Paese che avrebbe davvero bisogno di una demolizione generale e di una ricostruzione generalizzata. Tra la polvere sollevata dall’esplosivo, piazzato da mani esperte, tendendo l’orecchio, si possono ancora ascoltare le voci di quelle 43 persone decedute nel momento del crollo del ponte sorretto da strali di cemento: perché è dovuto accadere? Perché proprio a me? Poi, se tendete l’orecchio attento a percepire l’ultimo richiamo, quasi in un sussurro disperato strozzato dall’impotenza, l’ultimo alito: questa nostra morte servirà a qualcosa? Dovrà ancora accadere? Sapremo, diversamente, valutare come dovuto il valore della vita umana? Abbiamo finalmente imparato qualcosa?

L’incuria, l’interesse, il guadagno, la delega, il mancato controllo, lo scarica barile: ho dimenticato qualcosa? Ah già: l’ennesima volta! Rivedo e rileggo nei ricordi il triste e sadico balletto dei partecipanti al fuggi fuggi di responsabilità dopo il tragico crollo. Ricordate Iannacci: … vengo anch’io, no tu no! Qualcosa di simile. Ascoltare, ancora una volta dopo tanti anni, il triste balletto dei “ma io l’avevo detto” o “nel mio rapporto c’era scritto” o “non era poi cos’ difficile prevedere l’accaduto” fa davvero male. Fa male all’animo. Annienta la speranza di una vita migliore, di una società migliore, della presenza della speranza.

Chissà se sotto la nuvola di polvere è stato depositato qualcosa, qualcosa di concreto, di valido, di positivo, di costruttivo. La gara di presenza di immagine dei due momentanei capitani (addirittura uno oscurato, udite, udite !) fa intravvedere la peggiore prosecuzione di uno stato di fatto. Si vedrà.

Le basi del nuovo ponte sono già state gettate: sarà bello, di acciaio, semplice ma non banale: sono parole di Piano, l’uomo che traduce in splendide realtà le sue forme di pensiero. Nel tempo, quel nemico che ci assilla ad ogni momento, sapremo conservare l’integrità della nuova opera? Saremo finalmente in grado di rispettare noi stessi?

Il numero delle vite perdute nell’incuria e nella mancanza di responsabilità, quando si dice il caso, è molto vicino alla quantità di disperati lasciati finalmente scendere a terra dopo il loro disperato tentativo di conquistare una vita degna di questo nome: anche qui, nonostante la tanta acqua del mare, una nube di polvere impressionante, destinata a coprire la nostra vergogna senza nome, la nostra incapacità assecondata dall’indifferenza, dall’ignavia, dall’egoismo. La storia si ripete.

(Mauro Magnani)