Bologna. E’ in corso al Mast di Bologna la mostra fotografica “Anthropocene” che vede il pubblico numeroso sia per il pregio estetico delle foto che per le tematiche dei limiti allo sfruttamento umano dell’ambiente e del deterioramento ambientale discussi in numerosi incontri e proiezioni.  Il Mast (Manifattura di arti, sperimentazione e tecnologia), inaugurato  nel 2013 dall’imprenditrice Isabella Seragnoli e ben noto per le mostre fotografiche, ha un posto importante nella vita culturale della città con le conferenze e le proiezioni connesse alle mostre, inclusa una gradevole apericena.

Il titolo della mostra “Anthropocene”  venne coniato per indicare che la presente era geologica della terra è grandemente influenzata dall’attività umana che produce non solo cambiamenti climatici ma anche estinzione di animali e piante , deterioramento importante dei suoli e alterazioni del ciclo delle acqua (quello che ci avevano insegnata in geografia).

La mostra documenta con foto (spesso scattate dall’alto) e video di artisti canadesi le cicatrici lasciate sul pianeta dall’attività di estrazione: immagini surreali con colori inattesi che disegnano paesaggi lunari; documenta inoltre la “pressione antropica” con foto di agglomerati urbani asiatici ed africani brulicanti di persone indaffarate e montagne  dei loro rifiuti. Correda la mostra un programma di interventi sul tema fra i quali segnaliamo per giovedì 4 luglio alle 18.30 il dibattito con la regista australiana Jane Campion (“Lezioni di piano”). Segue la proiezione di “The water diary”, un episodio da lei firmato all’interno di un film collettivo “Otto” (ad opera di 8 registi diversi) che affronta nel 2005 con ott cortometraggi i temi degli otto obiettivi per il nuovo millennio proposti dall’Onu che include la protezione dell’ambiente (e che in teoria si sarebbero dovuti concretare entro il 2015!).

Da un’angolatura diversa abbiamo avuto a Bologna il 26 giugno un intervento di “die in” in piazza Maggiore organizzato da Extinction Rebellion, il movimento di protesta energica, fantasiosa e non violenta che dall’Inghilterra si sta diffondendo per tutta l’Europa  e negli Usa  anche grazie all’attivista Greta Thunberg e le sue treccine mediatiche. Le persone si sono stese a terra come morte significando che senza inversione di marcia i sapiens, cioè noi, rischiamo la catastrofe:  la cosa ci riguarda molto da vicino e urgentemente, si vedrà se siamo stati o saremo veramente sapienti: la Sapienza venne definita  da Cicerone “la forza congiunta del fare e del dire”. “Che fare”, come rispondere alle forti suggestioni della scienza, della politica e anche della comunicazione esteticamente gradevole ma allarmante come nel caso della mostra “Anthropocene”. Messaggi forti  creano un senso di confusione e smarrimento: ci penseremo domani, dopo le vacanze, mentre il domani è già arrivato.

Tralascio le formulazioni pateticamente individualistiche: smettere di mangiar carne, di prender l’aereo o l’automobile, di usare plastic, limitare lo spreco sfrenato di risorse anche se eticamente lodevole non risolverà il problema di fondo della direttrice di marcia della società industriale e dei consumi in atto da più di due secoli nel primo mondo e da un paio di generazioni  esportata dovunque siano esseri umani.

Mi oppongo anche all’ottimismo soporifero delle “magnifiche sorti e progressive” secondo il quale ci salverà la tecnologia: in fondo ce la siamo sempre cavata anche se per il rotto della cuffia. Dovrebbero turbarci le recenti scoperte dei gruppi diversi di ominidi (circa sei fino ad ora inclusi i Neanderthal) che loro non se la sono cavata e si sono estinti, pensiamo volentieri di averli sopraffatti o magari non erano cosi’ sapiens come noi.

La scienza, le pubblicazioni e la potenza di fuoco mediatica della “green economy” sono imponenti: studi di rispettabili accademici, conteggi economici, statistiche e proiezioni graficamente impeccabili. Si afferma da un lato che politiche “Verdi” (come la riduzione del CO₂) nel lungo periodo daranno benefici economici dovuti alla protezione dell’ambiente e dall’altro che le innovazioni e gli investimenti richiesti contribuiranno alla crescita economica. Di contro la giornalista Naomi Klein rappresenta l’opinione che la sfrenata crescita di cui abbiamo (hanno) fino ad ora goduto è la principale responsabile dei rischi che corriamo e va fermata.  Detta crescita viene spesso ammantata del termine progresso, vedi “il progresso è inarrestabile” (traduzione: il sistema ecomico attuale è intoccabile).

La Banca mondiale offre questa definizione : “La crescita ‘verde’ farà uso efficiente delle risorse naturali (limitate), sarà pulita riducendo al minimo la polluzione e l’impatto ambientale e sarà resiliente  fronteggiando imprevisti ambientali e prevenendo disastri delle risorse naturali”. Le battute iniziali di questa narrativa  risalgono agli anni settanta del secolo scorso quando si notò che le risorse energetiche oltre ad essere limitate richiedevano sforzi estrattivi e costi sempre maggiori. Ci si accorse via via dello scioglimento dei ghiacci, della sparizione accelerata di piante, animali e fauna ittica, della corrosion dei suoli da parte di un’agricoltura dopata da pesticidi tossici e si fecero alcuni conti sull’innalzamento della temperature nel corso di questo secolo se la marcia trionfale del progresso e della globalizzazione fossero continuati. Per fortuna o sfortuna la marcia è rallentata dopo la crisi finanziaria del 2008, ma il deterioramento dell’ambiente prosegue, in particolare la distruzione delle foreste nonostante sia sempre piu’ chiaro che le piante sono il polmone del pianeta. La crescita sostenibile (di moda negli anni novanta)  passa in secondo piano quando si cerca affannosamente di fare ripartire il motore economico con interminabili “quantitative easing” detti  anche elicopter drop, non per noi ma per le povere banche. Prodotto interno lordo contro il pianeta: se il secondo va a tappeto il Pil ne soffrirà ma a tutto c’è rimedio con l’aiuto di un sistema di controllo militare e poliziesco planetario che avrebbe reso verde d’invidia il Grande Fratello. Falso : siamo parte delle forme di vita su questo pianeta e (dettaglio che lascia increduli) non si possono cambiare le leggi della fisica e la nostra biologia. Tra un attimo, nel 2050, saremo circa dieci miliardi, eravamo  un solo miliardo due secoli fa. Un aumento medio di temperature di diversi  gradi produrrà in determinate aree del pianeta temperature alle quali le piante di cui ci nutriamo si impoveriranno, con picchi di calore a cui il corpo di un uomo sano e robusto non riuscirà a sopravvivere. Oggi sono solo settanta milioni le persone costrette a spostarsi per conflitti e/o carestie,  domani si moltiplicheranno. Il danno alle masse di plankton dovuto all’acidificazione e al riscaldamento degli oceani potrebbe far collassare l’intera catena alimentare marina mentre una considerevole parte dell’umanita’ si nutre grazie al pesce.

Se gli occhi del mio lettore si appannano questo accade perchè le notizie catastrofiche sul clima sono inflazionate e probabilmente non le ascoltiamo o continuiamo a sperare che drammatici progressi tecnologici, simili a quelli già verificatisi sotto i nostril occhi, permetteranno una crescita con una migliore protezione dell’ambiente. L’argomento è piacevolmente razionale: i costi per contenere l’impatto ambientale non sono cosi elevati  da compromettere la crescita del Pil ed i costi di lasciar deteriorare l’ambiente si rivelerebbero assai più pesanti delle spese ora necessarie, ma, come notava John Maynard Keynes, sul  lungo periodo saremo tutti morti. Quelli che oggi prendono le decisioni che contano lo saranno di certo. Il fattore tempo ci ripetono è importante, domani sarà troppo tardi e le conseguenze delle nostre azioni si dispiegheranno.

Due domande sono connesse: siamo veramente noi  i responsabili del cambiamento climatico-questo è il consenso scientifico – o magari  ha ragione Trump o siamo all’inizio di una nuova era glaciale o si tratta delle macchie solari? La scienza dà probabilità anche alte ma non, in questo caso, certezze. Possiamo a questo punto fermare il deterioramento se dobbiamo per questo convincere le popolazioni ricche a tornare al tenore di vita dell’inizio del Novecento e quelle povere a rallentare la corsa al benessere economico? Ritengo che in entrambi  i casi ne verrebbe compromessa la pace sociale. Chi avesse il coraggio di farsi ambasciatrice di così brutte notizie non andrebbe lontano. Ci sono però anche notizie peggiori:  “mantenere la crescita della temperature a soli due gradi (la crescita di un grado si è già verificata) per il 2050 richederebbe di  limitare le emission di ossido di carbonio a 2 tonnellate a testa per 10 miliardi di persone. Al momento negli Stati Uniti le emissioni sono di 24 tonnellate a testa, in Europa di 10-12 e in Cina di 6 a testa”.

Ameno che l’intelligenza artificiale o analoghe spiritose invenzioni non ci salvino mi sembra palese che invece di continuare a fornire combustibile fossile alle machine della navicella terra bisognerebbe ordinare un “indietro a tutta forza” del sistema di produzione e consumi che ci pare sia come  l’aria che respiriamo. Se veramente questa sará l’era antropocene, l’era dell’uomo,   avremmo le forze e le risorse per fare “indietro tutta” in un brevissimo lasso di tempo perchè quando si manifesterà il collasso sarà troppo tardi per rimediare.  Questo insegna lo studio (detto collassologia) di paralleli eventi storici di disintegrazione sociale, politica ed economica (come la caduta dell’impero romano);  tale progresso come si conviene alla modernità avverrà molto rapidamente. Un detto zen afferma che quella che il bruco descrive come la fine del mondo il resto del mondo chiama farfalla, speriamo quindi che ne nasca una “farfalla” visto che ce ne sono rimaste così poche!

(Cecilia Clementel)