Relazione di polizia utilizzata dal Saracini per ricostruire i fatti di Imola

Dopo l’eccidio del 3 luglio in cui morirono cinque cittadini, a Imola era stato inviato d’urgenza un Ispettore generale di Pubblica sicurezza. Si chiamava Saracini, e in una sua corposa relazione, basata sull’ascolto di testimoni e su quanto scritto dalle autorità di polizia locali, riordina gli avvenimenti tumultuosi trascorsi nella cittadina romagnola. Primo giorno di agitazione era stato il 2 luglio con la definizione di un calmiere, lo sciopero generale e il comizio nel prato retrostante le scuole Carducci.

Imola. Prato retrostante le scuole Carducci durante le manifestazioni contro il caro-viveri

Tra le iniziative di alcuni dimostranti intenzionati a mantenere il collegamento con gli altri centri in fermento, il Saracini ricorda la requisizione delle automobili a ricchi proprietari cittadini. Di tale attenzione furono oggetto il conte Annibale Ginnasi, i signori Celso Spagnoli e Giovanni Battista Raffi, il conte Tozzoni, al cui chauffeur fu anche imposto di trasportare un gruppetto di manifestanti a Castel Bolognese, Faenza e Forlì. Intanto «turbe di giovinastri facinorosi, di donne scalmanate e di ragazzaglia scomposta – scrive sempre il Saracini – si aggiravano dovunque, pretendendo, con minacce, nelle case, da mangiare e bere e imponendo presso i negozi il ribasso dei prezzi di tutti i generi».

Ma il clou di quella giornata di abbondanza e libertà fu il saccheggio della drogheria Ferrari.
Posto in via Emilia levante, l’emporio aperto attorno al 1880, è stato chiuso più di vent’anni fa. Ora al suo posto c’è un negozio di abbigliamento, ma fino al 1997 l’ambiente aveva conservato un aspetto d’epoca, con lunghi banchi ai lati, alte scansie di legno alle pareti e, al centro della sala, una grande stufa di terracotta a più piani per il riscaldamento invernale; decori liberty sul soffitto. Vi si vendeva di tutto: caffè e zucchero, cioccolato, caramelle, biscotti, panettoni, olio, liquori, cibi in scatola, balle di lana da materassi, naftalina e canfora – una miscela straordinaria di odori che è nella memoria olfattiva di molti imolesi. Allora rivendite come questa si fregiavano del titolo esotico e suggestivo di «Droghe e coloniali». Ora tutto è sparito, e non per colpa di quei lontani tumulti, a cui la droghiera sopravvisse gran tempo, nonostante l’ammontare dei danni che il Ferrari denunciò nell’ordine di circa 200-300.000 lire.

Il proprietario aveva fama di essere esoso e avaro, e gli si attribuivano, annota nella sua relazione l’Ispettore generale, «guadagni favolosi, fatti in questi ultimi anni sin dall’inizio della guerra». La mattina del 2 una folla si assembrò davanti al magazzino con l’intenzione di imporre la vendita a prezzi calmierati. Sembra che il Ferrari non volesse cedere. Immediata la reazione: «la turba furibonda si diè senz’altro ad abbattere la porta e a iniziare il saccheggio». Non valse l’intervento di un primo nucleo di agenti e dello stesso capitano dei carabinieri: «Le esortazioni e gli ordini dei rappresentanti dell’autorità riuscirono vane; dall’interno i rivoltosi gittavano merci di ogni genere sulla strada ove erasene formato un mucchio, abbattendo, fracassando quanto veniva loro innanzi, e, urlando grida rivoluzionarie, inveivano con ingiurie e minacce contro i depositari della pubblica forza». Si fece intervenire la cavalleria che però fu impedita da robuste corde tese da un lato all’altro della via Emilia a difendere l’accesso al luogo del saccheggio, mentre il lancio di oggetti da parte dei saccheggiatori impauriva i cavalli. Miglior risultato non ebbe la fanteria, che anzi qualcuno sostiene venisse allettata dalle offerte di liquori e biscotti da parte dei dimostranti.

Furono quattro ore di gazzarra. Immagine emblematicamente favolosa di questa isola di Bengodi è, nel racconto dell’Ispettore, «una botte di 7 quintali di vermout […] fatta rotolare per la via e quindi in mezzo ad una vicina piazza dove, rottasi, ne venne dalla folla fatto disperdere il contenuto, dopo averne bevuto una parte e altra parte offerta ai soldati di una vicina caserma». Verso le 13, non rimaneva quasi più nulla, e per un momento parve che gli ultimi assaltatori volessero incendiare il tutto. A impedirlo furono i pompieri del comandante Gardelli «il quale fece comprendere agli astanti il pericolo di uno scoppio per effetto degli acidi infiammabili di cui era cosparso il terreno». Numerosi negozianti evitarono la stessa sorte assecondando la volontà popolare. Così fece la drogheria Bizzi, in Piazza delle Erbe. Anche il negozio di abbigliamento dei Fiorentino accettò di ribassare. Abbastanza curioso che persino gli orefici esibissero (lo racconta la stampa locale) un cartello con la scritta: non toccate, si vende a prezzi popolari.

Il settimanale diocesano Il diario con la cronaca dei fatti del 3 luglio

Numero speciale de La Lotta su manifestazioni ed eccidio

Cronache giornalistiche sia del Giornale del mattino di Bologna, sia dei settimanali locali – il socialista La Lotta e il cattolico Il Diario – aggiungono particolari di colore su quella prima giornata conclusasi senza danni alle persone. Si racconta di donne venute dal popolare rione di Porta dei Servi e raccoltesi davanti alla drogheria Ferrari con in mano bottiglie per l’olio nell’attesa di trarne quel po’ che serviva per «fare il soffritto del loro magro desinare»; del saluto rivolto dai saccheggiatori alla truppa inviata poi per sfollarli: «evviva i soldati, mandate a casa i nostri fratelli», un invito ad affrettare quella smobilitazione che, a sei mesi e più dalla fine della guerra, tratteneva ancora tanti coscritti nelle caserme del Paese; dei carretti carichi di merci saccheggiate portati prima alla Camera del lavoro, che non ne volle sapere, poi alla Congregazione di Carità.

Per il giorno dopo si annunciò un nuovo comizio per siglare la fine del moto. E invece fu il giorno dell’eccidio.
Pare che tutto cominciasse da un tentativo di invasione della casa Berti Ceroni, presidente della Cassa di Risparmio, in via Cavour.

L’Albergo Italia in una foto d’epoca

Intervengono carabinieri e guardie di città. Esplodono i primi colpi di rivoltella. In quel breve tratto cittadino, tra i giardini pubblici e l’incrocio detto cantone dei quattro venti, mentre la folla defluisce dal comizio e incalza la forza pubblica che arretra, viene ferita una ragazza di 18 anni, Irma Guadagnini, e colpiti mortalmente il fornaciaio Sante Pirazzoli e l’infermiere Livio Mongardi. Qualche metro più in là cade un giovane socialista di 17 anni, Giulio Xella, poi è la volta di un viaggiatore di commercio forestiero, Aldo Ungarelli, colto davanti all’Albergo Italia. In Piazza delle Erbe, contigua al municipio, viene uccisa una donna, Caterina Landi, uscita di casa col secchio in mano per attingere acqua alla fontana. La figlia, affacciata alla finestra, la vede cadere. Nel frattempo sono feriti anche il giovane Francesco Casadio Caroli e tale Pelliconi Maria.

La relazione dell’ispettore Saracini indica, appoggiandosi a una mappa della città, i punti in cui caddero uccisi o feriti a morte cinque cittadini, descrive i movimenti dei carabinieri e di altri agenti di polizia e cerca di individuare le responsabilità. Certo i carabinieri non spararono sempre in aria, e alla fine si calcolò che la forza pubblica aveva esploso oltre 120 colpi. Ma, sostiene il Saracini, è certo che anche alcuni dimostranti avevano armi da fuoco. Interessante che nella medesima relazione egli chiedesse provvedimenti a carico di diversi graduati e suggerisse l’allontanamento da Imola del sottoprefetto cav. Limon «verso il quale sono anche dirette le critiche di una notevole parte della cittadinanza».

Lapide al cimitero di Imola con il ricordo degli imolesi uccisi (T. Marabini, 2007)

Dopo gli spari e i morti, Imola annichilita piombò nel silenzio. Il lunedì 7 luglio una gran folla seguì i funerali solenni accompagnati dalla banda cittadina. Ai quattro imolesi venne riservata una sepoltura collettiva al cimitero cittadino. Una lapide, ora assai malmessa, ne riporta i nomi e le circostanze della morte. L’epigrafe, dettata forse (lo suppone Federico Fiumi) da Romeo Galli, esponente cittadino del socialismo riformatore, cooperatore, direttore della biblioteca comunale, ricorda e ammonisce:
vittime innocenti di una pazza violenza / che insanguinò le vie della città / col pretesto / dell’ordine pubblico che / dove caddero / nessuno turbava / esse ricordano ai viventi / più che il bisogno di vendicarle il dovere di spegnere nei cuori nostri / ogni istinto selvaggio / perché sia resa agli uomini / men dura la vita / più dolce la morte.
Come sappiamo la storia si incaricò in seguito di condurre verso sbocchi ancora più violenti la crisi italiana. E fu il fascismo. (Fine)

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(Giuliana Zanelli)