Chè gli stolti si precipitano là dove gli angeli esitano a mettere piede. (Alexander Pope)

Ho esitato a mettere nel titolo il richiamo al nostro inno nazionale.
Noi patrioti “nature”, liberi da perversioni ideologiche sovraniste, un po’ alla Ciampi per intenderci, ne abbiamo un rispetto sacrale.
Non c’è mai venuto in mente di dire e fare nei confronti dell’inno, della bandiera, di Garibaldi, le cose che ha detto e fatto la Lega.
Salvini c’era, era già grandino, queste cose le conosce.
Forse non ricorda.

La memoria, si sa, non è sistemica, restituisce quello che vuole.
Specie ai marrani che hanno molti peccati da farsi perdonare.
Se Parigi val bene una messa, si saranno detti, Roma varrà pur una mascherata.
“Il popolo quanno lo fai giocà abbocca sempre”, diceva Petrolini.
Potremmo chiuderla qui, con questa mesta constatazione antropologica.
Se non fosse che questa gente scherza col fuoco.

Tra le tante cose che rischia di compromettere c’è, a dispetto dell’italianità esibita, la nostra sovranità nazionale.
Più dei soldi, presi, non presi, magari solo desiderati, a quel che si capisce trattati, chè anche la promessa di dazione è corruzione, come un coitus interuptus sempre coito é, su cui dirà la magistratura; più dei soldi è questo tramestio politico a rendere inquietante, ultimo di una serie di segnali ambigui, quel colloquio malandrino in un albergo moscovita.

Nel corso del quale un leghista doc porta-voce, che qualcosa in italiano vuol pur dire, sennó si chiamerebbe porta-vivande o porta-oggetti, prima di Maroni e poi di Salvini; presente nella delegazione ufficiale dell’Italia agli incontri con Putin per opera dello Spirito Santo, visto che chi ce l’ha portato nega di averlo invitato, perfino conosciuto e nemmeno visto; quest’uomo di fiducia sfiduciato, un millantatore dicono, un nuovo Belsito forse, magari segretamente affiliato al PD, prima che di vil danaro parlava di progetti sovranisti orientati verso Mosca.

Progetti contro l’Europa.
Pericolosi per la sicurezza e la prosperità dell’Italia.
“Non siamo preoccupati” dichiara Giorgetti.
E infatti preoccupati siamo noi.
A preoccuparci è Salvini non il suo sottocoda, è quello che fa, quello che dice, quello che tace.
Dove ci state portando?
Dove volete andare, davvero?
Chi siete, davvero?

Se il meglio del bigoncio sono Centinaio e Fontana, capaci di rivalutare perfino la Madia.
Se i vostri uomini di fiducia sono un filo-nazista che tresca coi russi e un inquisito per rapporti con la mafia.
Prima o poi bisognerà ben parlare di questo mito fasullo del personale di governo della Lega.
La Lombardia era la Lombardia già prima della Lega, e così il Veneto, malgrado Formigoni e Galan.
E l’Emilia-Romagna, se volete, era una regione intraprendente e civile prima dell’avvento di Bonaccini e, Dio ci scampi, della Bergonzoni.
Per virtù di popolo.

Quando la squadra ha dei buoni giocatori, dice il mio amico Pecci, un allenatore può solo peggiorarla.
Specie se non è onesto con loro.
Salvini lamenta di essere stato pugnalato alle spalle da Conte, ma è lui che ha pugnalato alle spalle la verità.
Quante altre volte lo fa senza che nessuno lo sveli?
Il capo della Lega minaccia querele ma non può impedire alla gente perbene di pensare male.
Non può querelare i nostri non querelabili pensieri.

La parola d’ordine è minimizzare.
Lo fa naturalmente il capitano in stile trumpiano.
Lo asseconda una Presidente del Senato che si fa parte tra le parti.
Parla d’altro, altera, distrae il supporting cast giornalistico sovranista.

Titola su Renzi (?) il Fatto Quotidiano.
Abbozza il Movimentosenzapiùstelle, che per molto meno, a volte per nulla, ha fatto fuoco e fiamme, fino a chiedere l’impeacment dì Mattarella.
Per alto tradimento.
La parola piace molto ai patrioti di cartapesta.
Ironico no?

DiMaio sembra l’incarnazione delle due scimmiette: non vede e non sente.
In compenso parla.
A sproposito.
Chiede che la Commissione Parlamentare d’inchiesta venga estesa a tutti i partiti, per stornare l’attenzione da Salvini e ingenerare sospetti sul PD.
Sepolcro imbiancato.
Non si è accorto che una forza politica, quella con cui è alleato, ha proposto di cancellare il reato di finanziamento estero ai partiti e che a nessuno al mondo verrebbe in mente di finanziare il PD.

C’è stato un tempo in cui i partiti politici in Italia si sono affrontati, tra dispute culturali e progetti materiali di alto profilo, anche a colpi di servitù.
Ai democristiani si addebitava di essere “servi degli americani”, a comunisti ( e socialisti, Nenni ebbe il premio Lenin) “servi di Mosca”.
Una rappresentazione che umiliava la fiducia onesta dei sostenitori dell’una e dell’altra parte in idee di società contrapposte e comunque ai loro occhi migliori di quella che si erano lasciata alle spalle.
Era il tempo della guerra fredda, col mondo diviso in due, o di qua o di là, poco spazio per i se e i ma.
Girarono anche dei soldi.
Da Washington e da Mosca.
Per difendere i possedimenti imperiali e per procacciarsene altri destabilizzando l’avversario.
Non era una buona cosa.
I soldi sottobanco non lo sono mai.
E non era neppure un bel mondo.
Meno libero e ancor più ingiusto di oggi.

L’Europa è nata anche per questo.
Per cambiare le cose.
Con la forza di una grande potenza civile.
Con l’illuminazione dei suoi valori liberali e solidali.
Oltre i muri materiali e immateriali.
Unita, libera e giusta.

Quest’Europa serve a noi e al mondo intero.
Ancora non c’è.
Ma non possiamo farne a meno.
Non abbiamo fatto tutta questa strada per tornare indietro.
Per invaghirci di modelli illiberali.
Per consegnare il nostro futuro a leader autoritari.
Per condannarci all’irrilevanza, vaso di coccio schiacciato dalla deriva dei continenti in competizione.

Dobbiamo andare avanti.
Amici di tutti e asserviti a nessuno.
Forti abbastanza per non diventarlo.

All’epoca in cui i nostri padri prendevano soldi da Mosca, come informa Giorgia Meloni nella ricorrenza delle leggi razziali, i loro la Russia l’avevano appena invasa, a braccetto con Hitler, portando la morte a milioni di innocenti, russi e italiani.
Così, perché gli andava.
A questi patrioti.

Ps. In un supremo émpito di coraggio, col linguaggio diretto e argomentazione implacabile, il terzier Conte ha denunciato la scorrettezza istituzionale dell’incontro avvenuto al Viminale con le parti sociali: “se qualcuno…”, ha detto, “fa altrove..”.

Si chiama Salvini, Giuseppe, Sal-vi-ni.

(Guido Tampieri)