“Poni che quattro mi bastonin qua  / e là vi sian dugento a dire ohibò
E poi sappimi dir come starò
Con quattro indiavolati a far di sì / e dugento citrulli a dir di no”
(Giuseppe Giusti)

La Libia come tanti altri paesi africani viene inventata dal colonialismo, dall’Italia che riunisce tre regioni profondamente diverse fra di loro (1) per economia e cultura in un territorio controllato da entità tribali che Gheddafi governerà per 40 anni con il bastone e la carota di un benessere diffuso, creando l’illusione di una nazione.

La Libia, che attualmente ha circa sei milioni di abitanti mezzo milione dei quali sfollati all’interno del paese ed altrettanti rifugiati in Tunisia ed Egitto, aveva un reddito pro capite secondo solo a quello sud-africano grazie alle rendite petrolifere. Il cambiamento di regime avverra’nel 2011 dopo che Gheddafi propone una moneta panafricana collegata all’oro libico che venga usata per vendere le risorse minerarie e petrolifere.
La lodevole preoccupazione di Francia, Gran Bretagna e Usa (2) nel 2011 di proteggere vite umane a Tripoli e Bengasi minacciate dalle squadre della morte del regime si esaurisce dopo che la Libia diventa un failed state (cioè uno stato il cui esecutivo, quando esiste, è impotente) come la Somalia eppure negli ultimi anni sono frequenti le perdite di vite umane (stimate intorno a 8000 fra il ’14 e il ‘16)  nel conflitto fra Cirenaica e Tripolitania: da un lato il generale Haftar che guida le milizie della Lna (Libyan national army) e “tiene in ostaggio” a Tobruk la camera dei rappresentanti (uscita dalla elezione del 2014) e dall’altro guidato – si fa per dire – da al-Sarrāğ il governo a Tripoli Gna (General national council, in italiano Gan), sostenuto dal Nuovo congresso nazionale generale e dalle milizie della coalizione Alba Libica (prime fra queste le milizie di Misurata e di Tripoli). Dettaglio importante: a Tripoli si trovano sia la sede del Noc (National oil corporation) che della banca nazionale libica ove arrivano i pagamenti per il petrolio.
Terza comparsa nella “seconda guerra civile libica” che inizia nel Maggio 2014 la formazione jihadista Ansar al-Shari’a che già nel 2012 presentò il biglietto da visita uccidendo a Bengasi l’ambasciatore Usa. La complessa situazione iniziale ed evoluzione nel tempo sino ad ora (2019) viene chiaramente illustrata (con numerose fonti di riferimento) in Wikipedia (3), per un recentissimo aggiornamento abbiamo il numero 6/19 della rivista Limes “Dalle Libie all’Algeria, affari nostri”

Grande è la confusione
“Grande è la confusione sotto il cielo, perciò la situazione è favorevole” recita una massima maoista senza precisare per chi sia favorevole, in questo caso temo non per l’Italia pur se avesse un governo che riesca a guardare più lontano del proprio naso. Le scarse notizie che di tanto in tanto appaiono sulla stampa non sono contestualizzate e in alcuni casi fuorvianti. Si parla poco di jihadisti che non sono certamente scomparsi ma si aggirano nel Fezzan (Libia meridionale, territorio desertico e fonte di risorse petrolifere) profittando della porosità delle frontiere a sud, Chad e Niger, e ad ovest, Algeria, del Sahara, hanno attaccato nel maggio del 2019 l’oasi di Gadduwah e con un attacco suicida al ministero degli Esteri  a Tripoli hanno ucciso il direttore del dipartimento agli Affari islamici nel dicembre 2018.

La situazione a Tripoli
Tripoli che conta poco più di un milione di abitanti è stata teatro di scontri fra le varie milizie fin dal 2014. Nel settembre 2018 la settima brigata “Kaniyat” di Tarhuna (cittadina a Sud della capitale) forza la chiusura dell’unico areoporto funzionante, quello militare di Mitiga, essa accusa il governo di Tripoli di corruzione. La fronteggiano un’alleanza di milizie e corpi speciali del ministero dell’interno e della difesa: le Brigate rivoluzionarie di Tripoli, la Forza special di dissuasione (Rada, la Brigata Abu Selim e la Brigata Nawassi (alcune finanziate dalla Ue). Diverse migliaia di migranti (8.000?) restano intrappolati in centri di detenzione nell’area del conflitto e vengono trasferiti dallo Unhcr (organismo delle Nazioni Unite per l’assistenza ai migranti) in zone sicure (4).

Alla fine degli scontri di settembre  2018 la Croce rossa (Icrc) dichiara  la situazione “disperata” avendo i disordini danneggiato la precaria economia libica e distrutto infrastrutture (5). Tali disordini si ripeteranno nel gennaio 2019 e nell’aprile ‘19 inizierà ldal Fezzan la manovra avvolgente su Tripoli dello Lna. All’attacco a Tripoli in aprile da parte dello Lna di Haftar gli Usa danno un implicito assendo ritirando military americani dalla città. Le trattative volte a organizzare le elezioni per avere un governo nazionale rappresentativo della volontà popolare sono affondate dalla richiesta di Haftar di essere riconosciuto come capo di un esercito libico unificato. Fallisce così il coraggioso tentativo italiano della conferenza di Palermo nel novembre 2018 di riconciliare Tobruk e Tripoli poichè Haftar (o chi lo manovra) dilaziona la road map dell’Onu puntando ad una vittoria militare che consenta una riunificazione manu militari della Libia. L’assalto a Tripoli, bloccato dalla efficace difesa, riprende a detta del generale, il 21 luglio. Si afferma che l’anziano e malato Haftar anche se non riesce a controllare Tripoli non ha nulla da perdere ma non penso ciò sia vero. I capi delle due fazioni e anche Salame (il rappresentante dell’Onu) potrebbero essere utilmente sostituiti da persone maggiormente autorevoli ed efficienti.

La diplomazia italiana
I successi della diplomazia italiana (delle competenze presenti nei ministeri degli Esteri e della Difesa) e dell’Eni in questo panorama tragico, nel quale i rappresentanti dell’Oniu annaspano, si celano nel silenzio ma sono straordinari. L’Eni ha garantito l’efficienza e la sicurezza degli impianti in Tripolitania, delle piattaforme offshore al largo della costa libica, del gasdotto Greenstream che porta il gas libico in Sicilia ed ha estratto carburante necessario al funzionamento delle infrastrutture, ad esempio le centrali elettriche (prima che fossero gravemente danneggiate a Tripoli dall’assalto di Haftar). Si può immaginare la situazione a Tripoli; analoghe mancanze di sicurezza e carenze di acqua ed elettricità sono da anni endemiche nel Fezzan, il sud desertico del paese dove si rifugiano i jihadisti cacciati dalla costa libica.
Il governo italiano nonostante sia stato costretto per un periodo (’15-’17) a chiudere l’ambasciata di Tripoli l’ha riaperta e “tenuta” nonostante i disordini e la necessità di nominarvi un nuovo ambasciatore  (l’ambasciatore uscente venne inviato… in Iran). Il nostro governo che ha sempre sostenuto Tripoli deve fare i conti con la pressione di Haftar e la necessità per l’Eni di lavorare con l’Egitto dove partecipa all’esplorazione di importanti giacimenti di gas.

L’Italia per contenere I flussi migratori (in parte controllati dai jihadisti) necessita dell’appoggio della Tripolitania dove 400 nostri militari sostengono la missione sanitaria italiana a Misurata (che cura feriti di tutte le formazioni militari). L’Italia gestisce la riparazione delle motovedette regalate da Roma alla guardia costiera libica e ne addestra il personale. Come afferma l’Europa nè la Libia nè la Tunisia costituiscono un posto sicuro ma le vedette libiche riportano i migranti nei campi di raccolta (prigioni) statali (15 gestiti dal governo e 19 da gruppi armati e milizie). A fronte dell’attacco di Haftar il governo libico parla di svuotare i campi di detenzione ma l’organizzazione internazionale delle migrazioni (Oim/Iom dell’Onu) fatica ad ottenere l’accesso a queste strutture statali; essa stima il numero totale di migranti in Libia sia circa 640.000, di questi circa 50.000 nei centri di raccolta.

Il figlio di Gheddafi
La situazione libica vede un’esercito (Lna) che vuole legittimarsi e un governo (Gna – Governo di accordo nazionale) di Tripoli creato dall’Onu nel dicembre 2015 con gli accordi di Shikrat) che avrebbe bisogno di un esercito ma ha solo milizie indipendenti (6) che possono cambiare bandiera  come quelle di Zintan (tennero per anni prigioniero il figlio di Gheddafi, Saif al Islam, prima di liberarlo nel 2016). Nel 2017 rivediamo a Tobruk Saif amnistiato da Haftar da una condanna a morte libica ed incurante di un mandato di cattura internazionale della corte dell’Aja. La longevità e fortuna di Saif al Islam si deve oltre che alla sua intelligenza politica al fatto che dovrebbe sapere dove e come si trova il malloppo (fra i 100 e i 200 milioni di dollari) delle finanze libiche e di Gheddafi occultate (compaiono nei Panama Papers) o bloccate all’estero. Egli si candida nel marzo 2018 “in nome di Allah” per le elezioni presidenziali che avrebbero dovuto tenersi nel 2018, poi prudentemente scompare. Secondo l’inviato dell’Onu Ghassan Salamè le elezioni sarebbero state un preludio alla redazione della nuova Costituzione che avrebbe fondato un’elezione presidenziale.

Un tentativo dissennato
Vorrei qui  commentare questo sforzo dissennato di esportare la forma delle democrazia occidentale che appare un amuleto magico privato delle radici ideologiche e della sua ragion d’essere (7). Nell’area in in esame dove anche il laico Nasser iniziava il suo discorso “nel nome di Allah, Onnipotente e Misericordioso”, la Fratellanza mussulmana recita “la risposta è l’Islam” ma assai diverse ne sono le interpretazioni. Non bisogna fare di ogni erba un fascio ed ignorare il fatto che le principali interpretazioni teologiche qui argomentano a colpi di missili e droni forniti ai contendenti facendo carne di porco dell’embargo Onu sulla vendita di armi in Libia.
Precisamente si tratta dei missili forniti dagli Emirati arabi (che li ricevono dagli Usa) allo Lna, di armi francesi ed egiziane arrivate ad Haftar e di armamenti forniti a Tripoli da Turchia e Quatar: includono droni turchi che pare abbiano fatto venire un colpo apoplettico ad Haftar, il cui esercito dopo aver preso Gharian (città berbera della Tripolitania) l’ha poi persa alle milizie di Misurata (in questi anni come abbiamo visto a Tripoli le varie milizie si sono ben allenate una contro l’altra e quelle di Misurata vincono l’oro).

L’attacco a Tripoli mal concepito è in stallo e ormai si limita a far danni con l’artiglieria. Ben venga l’invito dei suoi amici all’Onu ed in Europa (Usa, Russia e Francia hanno messo il veto all’Onu e a Bruxelles a mozioni di censura ad Haftar) ad un cessate il fuoco che gli permette di acquisire territorio che non riuscirebbe a tenere militarmente. I libici sono gradevolmente dilettanti nell’arte della guerra e quindi necessitano di istruttori francesi, inglesi e persino italiani – leggi corpi speciali – in tale ambito. L’Egitto sostiene Haftar su commissione dell’Arabia Saudita e degli Emirati che lo sostengono (insieme agli Usa) economicamente e, insieme alla Francia, gli vendono le armi. L’Egitto ha anche mire territoriali di espansione in Cirenaica, di certo ha bisogno del petrolio e forse Haftar ha cercato di venderglielo a buon prezzo sottobanco. La vendita del petrolio sarebbe centralizzata dal Noc, unica agenzia riconosciuta dall’Onu per vendere legalmente il petrolio e gas libici. Le reserve di gas e petrolio libico pare siano enormi (al nono posto nel mondo) e di facile estrazione.

Le appetite risorse libiche
Dal 2004, data dell’abolizione delle sanzioni economiche contro la Libia una rete di predatori internazionali circonda le risorse libiche. La Libyan investment authority, Lia, porterà in giudizio per frode la Banca d’investimenti Goldman Sachs che fra il 2007 e il 2008 le fece perdere ben 1.2 miliardi di dollari e intascò tutte le sue parcelle (di cui si ignora l’entità). L’Alta Corte di Londra decide nel 2016 a favore di…? Indovinate. Goldman Sachs (che aveva goduto della fiducia della Lia) aveva accettato di svelare in pubblico pratiche di seduzione e corruzione disdicevoli (in questi casi normalmente ci si accorda prima di venire in giudizio) pur di ottenere una sentenza che validasse la liceità dei danni economici subiti dai suoi investitori nel corso della crisi 2007-2008, la non perseguibilità della banca che pure aveva tradito la fiducia di clienti inesperti come quelli libici.

La caccia al tesoro
Oggi la rete internazionale dei predatori si collegata alla rete interna, resiste la riorganizzazione della banca centrale libica promossa con l’aiuto della Ue, sabota le riforme economiche che imbriglierebbero la corruzione e alla fine, con Haftar, sceglie la violenza invece della strada politica verso una riconciliazione. Forse in futuro scopriremo che cosa è successo all’oro libico depositato all’estero e alle ingenti somme di denaro e investimenti (fruttiferi??) bloccati in banche estere. Le tracce del contante nascosto in paesi africani saranno cancellate. Sarà una memorabile caccia al tesoro, con forti emozioni: nel febbraio 2018 Bashir Saleh Bashir detto “il tesoriere di Gheddafi” sfugge, ferito, ad un attentato contro di lui in Sud Africa. Shukri Ghanem, ex ministro del petrolio libico aveva affermato che Bashir aveva finanziato con un milione e mezzo di euro nel 2007 la campagna elettorale di Nicolas Sarkozy; Shukri è “annegato” nel Danubio nel 2012.

Guerra tra fazioni sunnite
In Libia avviene anche una guerra per procura fra due fazioni Sunnite capeggiate rispettivamente dalla Turchia (Fratellanza mussulmana) e dall’Arabia Saudita. Abbiamo tutta una gamma di  islamisti radicali, distinti dai Fratelli mussulmani fondati in Egitto nel 1928 da al-Hasan al-Bannā; protetti e finanziati da Turchia e Quatar sono considerati “terroristi” da numerosi paesi: Arabia Saudita, USA e Russia. In Libia fondano il Partit0 della Giustizia e dello Sviluppo (ed hanno partiti analoghi negli stati vicini), in Egitto (8) hanno una breve stagione di potere con il Presidente Morsi che viene troncata dal Golpe di al-Sisi (2013) .

Non sorprende che l’Egitto sostenga Haftar insieme a Russia, USA, Francia ed Arabia Saudita. I Fratelli mussulmani (riferimento centrale della palestinese Hamas) partono da attività caritative essendo la loro identità politico religiosa legata all’attenzione ai poveri, la resistenza politica si lega all’azione sociale ed educativa. In situazioni di persecuzione (Nasser, Israele) può evolvere in gruppi militari ma non nasce come Hezbollah in un contesto di guerra non dichiarata. La Fratellanza mussulmana è di derivazione sunnita, nel Maghreb non vi sono sciiti e l’interpretazione dell’Islam non è rigorista. Le forze jihadiste e salafite hanno radice nel wahabismo che nasce in comunità Sunnite arabe nel 1700 con rigorosa e rigida adesione alla lettera del Corano. Questa piccola  comunità affacciata sul golfo Persico diverrà la religione ufficiale della casa regnante Saud in Arabia Saudita – che ospita anche minoranze sciite. Ad essa si richiamano bin Laden e i gruppi della galassia jihadista  che nascono (inizialmente come Mujaheddin in Afganistan sostenuti dalla Cia per sconfiggere le truppe sovietiche che sostengono il governo afgano) come formazioni militari di cui l’Isis (in arabo Daesh) è una delle molte metamorfosi, alcune delle quali si stanno sviluppando nell’Africa sub-sahariana (9).

Intendiamoci tutto può servire e questi guerrieri sono stati sostenuti ed utilizzati in molti casi, in base al principio che il nemico del mio nemico è mio alleato, da servizi segreti imprevidenti. Per esempio in Libia  l’oil crescent (la zona dei terminali petroliferi) venne preso da gruppi jihadisti legati ad Al-Queda nel 2015 poi “liberato” da Haftar nel ’16-17 non senza l’aiuto di corpi speciali francesi, inglesi e americani e di raid aerei USA ed egiziani;  si mormora che un sottomarino francese abbia salvato i suoi “assets” jihadisti nell’ora della sconfitta. Le milizie di Misurata dall’ovest nel 2016 liberavano Sirte (già rocca forte di Gheddafi) dai combattenti dell’Isis che avevano dichiarato “Sirte è il porto marittimo dello Stato Islamico, il punto di partenza verso Roma”.

L’oro nero
Nel grande imbroglio della politica mediorientale del ventunesimo secolo, nello specifico in Libia si possono leggere gli eventi con un filtro: l’oro nero. I jihadisti hanno idee molto chiare in proposito: in Irak sono filati diritti verso i campi petroliferi di Mosul e Kirkuk, in Libia dopo aver perso l’oil crescent  i loro attacchi nel Fezzan – la Libia del Sud in prevalenza desertica – (e quelli di Haftar che dice di perseguirli) hanno per meta campi petroliferi.

La gallina dalle uova d’oro sulla quale tutti voglion metter le mani (questo è il senso dell’attacco in corso di Haftar a Tripoli che inizia nell’Aprile 2019) è il Noc (National oil corporation) che ha i propri militari per proteggere le infrastrutture e che ultimamente si allarma della presenza del Lna di Haftar al terminale petroliero di Ras Lanuf. La rendita petrolifera viene ripartita fra le due parti del paese. Questa ricchezza della Libia nutre una corruzione diffusa che si impernia sulla differenza tra cambio ufficiale e cambio ufficioso (borsa nera) del dinaro libico, un divario da uno a sette. La produzione di petrolio sale o scende ( scende questo giugno del 25%) a seconda della sicurezza sul territorio. I proventi versati alla banca centrale libica (il cui presidente Sadik al Kabir aderisce alla Fratellanza Mussulmana) servono anche a pagare le milizie che difendono Tripoli.

In questa scacchiera nella quale i poteri locali sono affiancati da stati esteri,  le 140 tribù libiche che comprendono Tuareg e Tebu del Sahara figurano come importanti pedine, notiamo sottotraccia la divisione secolare fra arabi nella fascia costiera e berberi nel deserto libico. Nella partita tutti i pezzi sulla scacchiera seguono il loro interesse e possono anche cambiare di campo o, come la Francia e gli Usa, fingere di giocare su entrambi i campi mentre ne favoriscono uno solo; a sorpresa interviene  il terzo attore, il settore jihadista che si imbosca nel Sud, nascosti sono pure i suoi sostenitori. Fuori campo sono inoltre i mercenari dal Ciad e dal Sudan nello Lna e i nostalgici di Gheddafi che potrebbero essere numerosi e paiono stringersi ad Haftar. Si dice che egli abbia comperato l’appoggio di alcune tribù, abbia rinfocolato tensioni intertribali-lui stesso viene da una tribù della Cirenaica – e che nell’Lna si trovino persino formazioni salafite-islamisti radicali. Il suo CV non è brillante: comandante nella guerriglia libica durante la guerra civile in Ciad (1978-’87) venne fatto prigioniero dai chadiani nel 1987. Gheddafi lo scaricò ed egli venne liberato dalla prigionia per i buoni uffici degli Stati Uniti dove risiederà per 20anni e sosterrà i tentativi della Cia di rimuovere Gheddafi. Ritorna nella Libia orientale nel 2011 ma sale alla ribalta solo nel 2014 quando si oppone al governo legittimo (Gnc, Governo di accordo nazionale poi sostituito dal Gna) e chiama alla riscossa (“operazione Dignita”) contro Ansar-al-Sharia che aveva occupato diverse città della Cirenaica inclusa Bengasi. Egli completa dopo alterne  vicende la riconquista di Bengasi alla fine del 2017 con il sostegno dell’aviazione egiziana e degli Emirati; quindi il sostegno della Francia per Haftar si accentua e si accende l’interesse della Russia per un possibile aggancio nel Mediterraneo (in aggiunta alla sua base navale in Siria).

L’oppressione dei civili
Trafficanti di armi, droga, petrolio e (il settore più redditizio) esseri umani, i terroristi jihadisti e le milizie armate continuano ad opprimere indisturbati i civili sia migranti che libici. Notiamolo: un paese come la Tunisia con 11 milioni di abitanti, una difficile situazione economica e con un reddito pro capite di $ 12.000 (in Italia tale reddito è $ 21.800) ha accolto, nel 2011, 220.000 rifugiati libici laddove stando alle stime della Fondazione Ismu il numero di immigrati illegali in Italia si aggira nel 2017 sul mezzo milione e secondo l’Istast 600.000 – l’ultima sanatoria risale al 2012 (10). La Tunisia di nuovo si prepara ad accogliere ora i libici (e migranti) in fuga, altri si sono rifugiati in Egitto.

Il disordine si infiltra anche nella frontiera con l’Algeria il cui governo confront a il malcontento popolare, la fine del regime di Bouteflika e non apprezza affatto la pesante ingerenza egiziana. Per salvare il salvabile militari e civili associati al regime del deposto Bouteflika si associano i Fratelli mussulmani ed eleggono il 13 luglio 2019  S. Chenine a presidente dell’Assemblea nazionale algerina, segnale importante del fatto che Algeri e Tripoli sono sulla stessa lunghezza d’onda.

L’Algeria desidera una Libia unificata e uno stato forte . Essendo lo stato guida della regione avversa la possibilità di un nuovo intervento  militare “umanitario” dall’estero, un intervento che mi pare non si possa escludere se la situazione peggiorasse seriamente e incendiasse la sponda sud del Mediterraneo. Nel 2011 abolendo il regime libico si è “inavvertitamente” abolito lo stato libico per la grande gioia di trafficanti e jihadisti. Anche l’Algeria ha dovuto tenere sotto controllo un vasto tratto di Sahara e mille chilometri di frontiera con la Libia la rendono vulnerabile ad attacchi (uno di questi è avvenuto nel 2013 contro una struttura per l’estrazione del gas algerino, si trattò di terroristi provenienti dalla Libia alcuni dei quali avevano combattuto nella guerra civile algerina).

Gli interessi dell’Italia
L’Italia ha precisi interessi economici: riceve via gasdotto in Sicilia il gas libico estratto in piattaforme dell’Eni da nostri tecnici che è necessario anche per le industrie del Nord (un altro gasdotto “Enrico Mattei” ci porta il gas algerino coprendo il 15% del nostro fabbisogno). La Francia continua a dominare economicamente l’Africa ex francese, mantiene una significativa presenza militare nei 5G del Sahel, 5GS (Mali, Niger, Chad, Mauritania e Burkina Faso) e tutta l’Europa ha interesse ad instaurare sicurezza e legalità nell’ampia zona del Sahara. Progetti di parchi solari nel deserto potrebbero offrire l’energia rinnovabile di cui l’Africa ha bisogno. Se, come pare, è impossibile un’azione politica concorde dell’Europa, l’Italia non può soggiacere al reiterato bullismo francese nei nostri confronti e nei confronti della Libia. Le frecciatine del nostro ministro a reti unificate contro la Francia irritano soltanto l’Eliseo al quale dobbiamo invece dimostrare che non potrà fare a meno di noi o contro di noi. L’intero Maghreb si sta muovendo in direzione incerta, lo stesso Egitto a causa della repressione interna e della guerra in Sinai ( su cui vige silenzio stampa, segno che sta andando male per Al-Sisi) è politicamente fragile, anche le monarchie del Golfo potrebbero essere destabilizzate.

Tutto questo ci riguarda (Italia, Francia e Spagna ma anche Grecia e Cipro che han di fronte Turchia e Israele) molto da vicino. “Sommò lo esercito a settecento cavalla e diecimila fanti; il navilio a settanta o secondo altri cento barche” così inizia a raccontare M. Amari nella sua “Storia dei mussulmani in Sicilia” – per il vero la truppa era Berbera – la spedizione che salpa da Tunisi per Mazara del Vallo (Lampedusa era stata presa nel 700) nell’anno 827 e si completa (nonostante la forte e vivace resistenza siciliana) nel 965. Non avevano ancora i droni.

(Cecilia Clementel)

(1) Nel 1947 l’Italia fu costretta a rinunciare a tutte le sue colonie, Libia inclusa, ma vi era stato un tentativo nel 1946 di affidare la Tripolitania all’Italia, la Cirenaica alla G.B. e il Fezzan alla Francia.

(2) L’Italia e Berlusconi, in ottimi affair col simpatico Rais, verranno costretti ad affiancarsi.

(3) Faccio inoltre riferimento al testo di Gianandrea Gaiani Quale Libia ci conviene? pubblicato in Limes 02/2019 pp.101-108 ed alle notizie lette nel sito Libya Observer. Mi è stato utile ascoltare i video degli interventi  al consiglio di sicurezza dell’inviato speciale dell’Onu in Libia Ghassan Salamè (di origine libanese professore di scienze politiche a Parigi) quindi è francese…

(4) Al contrario negli scontri recenti e nonostante il centro migranti fosse già stato colpito l’Unchr non ha potuto proteggere il centro migranti di Tajoura dove gli aerei di Haftar -o forse di Al-Sisi – hanno fatto 80 morti, per errore obviously; miravano a un vicino deposito militare “civili usati come scudi umani”. Anche nel medioevo si legavano gli ostaggi agli spalti per evitare attacchi degli assedianti.

(5) Sicurezzainternazinale.luiss.it Nuovi Scontri a Tripoli a cura di Sofia Cecinini pubblicato il 17.01.2019

(6) Andrea Carli “La mappa delle milizie e delle tribù che comandano in Libia” 12.11.2018 ne Il sole 24ore

(7) Un complottista penserebbe che il supporto ad un governo debole esita nel golpe militare, per contrastare l’ISIS obviously.

(8) Giulio Albanese” Il serpente della jihād ha deposto le uova oltre il Sahara” p. 143 ss. In Limes 12/2015

(9) La buona pratica di dichiarare guerra prima di bombardare altre nazioni sembra oggi superata, così pure la necessità che le istituzioni legislative approvino le passeggiate militari e guerre ibride dell’esecutivo.

(10) D. Mancino “Immigrazione irregolare: quanti sono io clandestini?”, 14.07.2018 su Il sole24ore.