Al ministero dello Sviluppo economico è un periodo di caldo bollente, non dovuto però alle alte temperature estive, ma all’impegno che impongono i circa 160 tavoli di crisi aziendali aperti, con circa 300 mila posti di lavoro a rischio, a questi vanno aggiunti i lavoratori delle aziende dell’indotto che completano la filiera i cui numeri esatti a volte sono pure difficili da quantificare. Impietosi sulla crisi i dati dell’Inps relativi al mese di giugno 2019, che segnalano un netto aumento delle ore di cassa integrazione sia rispetto a giugno 2018 e sia rispetto a maggio 2019, sopratutto di quella straordinaria e in deroga, così che l’aumento nel 2019 rispetto all’anno precedente è del 42,6%.

Arrivando nei dettagli a giugno 2018 rispetto a giugno di quest’anno l’Inps ha registrato, un calo del 17,2% per la cassa integrazione ordinaria, un incremento del 99,8% della cassa integrazione straordinaria e un incremento del 451,7 % della cassa integrazione in deroga, infine rispetto a maggio 2019 in giugno l’incremento del ricorso alla cassa integrazione è stato del 9,4% complessivo.

I numeri delineano un quadro fosco della crisi industriale in Italia, in quanto il ricorso alla cassa integrazione ordinaria fa fronte a momenti di congiuntura difficile, ma che solitamente sono transitori, mentre quella straordinaria indica una fase di incertezza più profonda per le aziende, il suo forte incremento significa che non ci sono certezze sulle prospettive, sugli ordinativi, sul futuro, questo è il segno più evidente che la crisi continua a colpire duro e che le tante vertenze al Mise continuano ad essere irrisolte.

Così che le tante vertenze al Mise, non sono altro che la punta dell’iceberg non solo delle perduranti difficoltà del nostro sistema economico e produttivo, ma sopratutto della mancanza in questi ultimi anni di una strategia e di una capacità di indirizzo da parte del Governo sulla politica industriale, così che l’esecutivo pensa di risolvere tutto con la cassa integrazione, la cassa integrazione è un ammortizzatore sociale punto e basta, va quindi rimesso al centro il lavoro, occorrono scelte politiche di strategia industriale, servono investimenti sulle infrastrutture con l’immediato sblocco dei cantieri fermi, ci sarebbe bisogno di una campagna di assunzioni nella pubblica amministrazione almeno volta a salvare il turn-over, andrebbero rafforzati l’istruzione e la formazione professionale, servirebbe rilanciare lo sviluppo del mezzogiorno che questo Governo ha completamente dimenticato, infine sarebbero necessarie politiche attive sul lavoro volte a trovare le figure professionali che il mondo del lavoro richiede.

In queste ultime settimane il Governo ha rilanciato in modo trionfalistico i dati Istat sull’occupazione dell’ultimo trimestre, secondo l’istituto di statistica il livello di occupazione è cresciuto fino ad arrivare 58,8% ritornando ai livelli pre-crisi del 2008, il massimo negli ultimi dieci anni e sarebbero, rispetto allo stesso trimestre del 2018 fortemente aumentati i contratti di lavoro trasformati da tempo determinato a tempo indeterminato, questi numeri però nascondono una ben più amara realtà in parte occultata non solo dall’esecutivo, ma anche da gran parte dei mass media, in quanto rispetto al 2008 il monte ore lavorate è diminuito di 1,1 miliardi (- 5,0 %), nel contempo è aumentato il lavoro povero, precario, stagionale e che continuiamo ad avere un tasso di occupazione femminile e giovanile tra i più bassi in Europa, sopratutto al sud.

Come dice anche Francesca Re David segretario generale della Fiom-Cgil, benchè siano succeduti Governi di diversi colori, da parecchi anni in Italia continua ad andare avanti l’idea di uno stato che non interviene rispetto alle questioni che riguardano le imprese, il capitale e la finanza, così che l’assenza della politica in questi campi diventa assenza nelle politiche industriali del paese, in più l’attuale esecutivo ha tagliato la gran parte degli investimenti su Industria 4.0 previsti da quelli precedenti. Nel nostro paese nelle grandi imprese manifatturiere, a parte Finmeccanica e la Fiat, non abbiamo quasi più capitalismo nostrano, ma abbiamo un apparato produttivo ed industriale, con capacità tecnologiche e tecniche molto avanzate, che però oggi non viene salvaguardato dalla politica, così che in questo paese avanzano solo le multinazionali.

Il perdurare delle tante crisi aziendali irrisolte deriva proprio dalla mancanza di strategie industriali da parte dell’esecutivo, perché a decidere sono le multinazionali, loro decidono di aprire o chiudere, avendo però sussidi o ammortizzatori sociali in cambio, anche se per i lavoratori non sono sufficienti o sono modulati male, in Italia rispetto agli altri paesi europei gli ammortizzatori sociali sono una cosa importante, tanto da finire per rappresentare l’unico modo di fare politica industriale in Italia.

Ecco perché il Ministero più che di sviluppo economico si occupa di gestire le crisi aziendali così che si attiva, come nell’ultimissimo caso della trattativa Whirpool di qualche giorno fa, solo quando le multinazionali chiedono soldi o quando la mobilitazione dei lavoratori impone un intervento.

I sindacati Cgil, Cisl e Uil da tempo chiedono di aprire vari tavoli di settore in cui il Governo, insieme alle parti sociali e alle imprese, possa decidere cosa vuole fare di importanti settori produttivi, ad esempio l’automotive o l’informatica, smettendola di intervenire solo su ogni singola crisi aziendale.

(Edgardo Farolfi)