In questi momenti è una fortuna essere ciechi. (Andrea Camilleri)

TG. Di qualsiasi rete, in qualsiasi giorno, a qualsiasi ora.
Primo servizio su Tria, che rassicura sui conti pubblici.
Secondo servizio su Conte, che rassicura sul suo ruolo.
Terzo servizio su Salvini, che manda bacioni a tutti.
Quarto servizio su DiMaio, che si lamenta per i cazzotti che il suo campare gli da fra un bacione e l’altro.
Quinto servizio su un privato cittadino, DiBattista, che commenta le parole di Tria, di Conte, di DiMaio e di Salvini: alla stregua di un inviato speciale, per meriti speciali maturati forse nei giorni indimenticabili in cui il Piccolo Italo Balbo in vacanza accusava Mattarella di alto tradimento.
Dopo dieci minuti, alla voce “le opposizioni attaccano”, un esponente del Pd, nei 15/20 secondi a disposizione, ci informa che il Governo litiga e… basta.
Il resto del tg è giornalismo.

Il risultato di un pieno di nulla e di un vuoto di tutto è che l’opinione pubblica si è convinta che la maggioranza ha delle idee mentre l’opposizione ne è priva.
Quando ad un’analisi più attenta si vedrebbe che di idee per governare una società complessa del XXI secolo il Governo ne ha ben poche e in compenso sbagliate, mentre nella malandata cassetta degli attrezzi della sinistra qualcosa di utile per curare i mali d’Italia, a cercarlo forse c’è.
Se solo si esce da una rappresentazione pigra e convenzionale che oscura il merito dei problemi e preclude l’ingresso a ragionamenti profondi.
Prima ancora che al costume italico di andare in soccorso del vincitore, quel che accade somiglia a una resa.
Una resa accettata, verrebbe da dire, quasi indolore perché non viene al termine di una resistenza ma così, naturalmente, senza troppo interrogarsi sul significato degli accadimenti, sulle ragioni dei comportamenti, senza porsi domande imbarazzanti.
Sotto una coltre di luoghi comuni che ha visto via via affermarsi le parole e le categorie interpretative delle destre sovranpopuliste.
Una sudditanza di cui è prigioniero anche chi le contrasta.
L’invasione, che non c’è.
L’austerità, che c’è stata solo con Monti.
L’Europa matrigna, che le poche cose buone che abbiamo fatto vengono di là.
E poi il racconto che tutti i governi hanno accresciuto il debito, anche se Ciampi e Prodi l’hanno diminuito.
E la pace fiscale, e i mini bot, e le altre fregnacce che ci rallegrano la vita.

Salvini ha tre idee: una xenofoba sui neri.
Una pericolosa sulle pensioni.
Una ingiusta sulle tasse.
Nient’altro.
Già annoverarle alla voce idee sembra un abuso.

“Cambiamo l’Europa” è un proclama che sotto la tracotanza non ha niente.
Non è vero che non ci sono in giro proposte diverse.
Salvare le persone in mare, cambiare le regole di Dublino, governare il processo migratorio può non piacere ma è una proposta alternativa.
Collegare le pensioni alle aspettative di vita per tutelare quelle future e cadenzarle sull’usura dei lavori è un’idea opposta.
Abbassare le tasse a chi le onora facendole pagare davvero a tutti, in modo progressivo, risponde a un principio di giustizia differente.
Concentrare i risparmi sul cuneo fiscale è già un pezzo di politica del lavoro.
Che sostiene i salari e aiuta la competitività delle imprese.
Aggiungete le riflessioni di Calenda sull’Europa e una nuova attenzione sull’ambiente e se non è già un programma gli somiglia da vicino.
Di certo è qualcosa di più del niente che si accredita al Pd.

Senza volerlo assolvere dai suoi peccati bisogna dire che anche laddove elaborasse idee più brillanti, nemmeno un artista della comunicazione, e non è il nostro caso, riuscirebbe a oltrepassare il muro che le separa dagli elettori.
Un muro che ha concorso ad erigere coi propri comportamenti, così come, in tempi lontani, il Pci, con una scelta di campo sbagliata, fu vittima e artefice al tempo stesso della “conventio ad escludendum” che lo teneva lontano dal governo, almeno fino all’illuminazione di Berlinguer e Moro spenta dell’assassino di via Fani.
Un muro impastato di disinformazione, conformismo, pregiudizio.
Si è formata, se mi si passa l’espressione, una sorta di convenzione all’inconsiderazione.
Politica e culturale, in parte strategica, per altri e tuttavia convergenti versi, inconsapevole.

La proposta del Pd è, direbbero i latini, “tamquam non esset”.
Semplicemente non perviene, non c’è.
Neppure quando c’è.
Non ci deve essere per i nemici, come non accadeva nemmeno al tempo delle cannoniere mediatiche che spianavano la strada a Berlusconi.
Non ci può essere per gli “amici”, per un’ intellighentia progressista sempre più aventiniana.
Che si astiene dal proporre idee, fossero anche radicalmente alternative.

Una specie di “cupio dissolvi”, una voragine che rischia di inghiottire l’intera sinistra.
Perché un pensiero che non va oltre la condanna di quel che c’è si consegna all impotenza.
Non è di critiche facili che c’è bisogno ma di pensieri difficili.
Quella post-industriale è una società instabile dove la molteplicità sconfina nella divaricazione.
È più difficile da rappresentare socialmente e politicamente.
È più difficile da aggregare attorno a un nucleo morale che educhi gli individui al senso della solidarietà.

Quand’anche la sinistra riformista fosse ricca di ideali come vorremmo, ritrovasse generosità, curiosità e visione, sollevandosi dalla semplice gestione dell’esistente, il suo resta comunque un messaggio più difficile da far accogliere di quello populista.
Più difficile nella comprensione di ciò che si deve fare, data la complessità dei problemi, e più esigente dal punto di vista etico, perché propugna una solidarietà universalistica dove il noi include loro.
Chi le chiede di rappresentare con due slogan il suo progetto moderno sottovaluta la portata dell’impegno e forse non l’aiuta.

Quando una bella testa come Cacciari si riduce a rimbrottare e un uomo non banale come Bersani a semplificare, come un Renzi che ne aveva fatto la sua cifra espressiva, capisci, come cantava Morandi, quant’é dura la salita.
“Dicono che è l’ultima canzone ma non ci conoscono”, canta Bruce Springsteen in Dancing in the dark, “è l’ultima canzone solo se permettiamo che lo sia”.
Su la testa, allora.
In fondo quel che separa una disfatta dalla rinascita è solo un piccolo tratto di penna.

(Guido Tampieri)