Se abbiamo scritto, pochi giorni fa, che il completamento del tunnel Tav in Val di Susa rappresenta con buona probabilità il punto di non ritorno per il M5S, dobbiamo anche scrivere, per cercare a tutti i costi una traccia di verità, cosa effettivamente rappresenta il progetto Tav.

Essendo nato circa trent’anni fa, i tempi dovrebbero essere maturi per una riflessione di opportunità: al contrario, mentre il flusso delle merci presenta continui segni di ridimensionamento, proprio ora ci si ostina verso il completamento dell’opera. Un’opera nata su basi faraoniche, figlia illegittima di una stirpe di industriali insaziabili verso le finanze pubbliche, ha visto, nel trascorrere degli anni, un ridimensionamento che, anche unicamente per questa ragione, dovrebbe far riflettere: cancellato il grande raccordo sotterraneo tra la linea in costruzione e la città di Torino in quanto, dai più, giudicato “eccessivo”, così come la mastodontica stazione ferroviaria di Susa che prevedeva tetti di spesa decisamente sovrabbondanti. Poi abbiamo assistito al balletto dei vari politici che si sono avvicendati nel giudicare o benedire l’opera: si va da Renzi a Salvini (gira una foto sua in maglietta con la vistosa scritta “No Tav” bene in evidenza) e arriviamo a Chiamparino, al quale non è stato sufficiente lo slancio per il SI per vincere alle ultime elezioni regionali in Piemonte.

Quello che ora rimane, ed è decisamente triste dirlo, è un movimento in parte strettamente localizzato quasi preso in ostaggio dai violenti, quelli che “se la ragione non basta useremo le mani”, quelli che finiscono quasi sempre per convogliare in direzione avversa la maggioranza dell’opinione pubblica, quelli che rendono inascoltate le parole di quanti cercano (invano) con la ragione di proporre un varco nella direzione presa: uomini come il fondatore del movimento Alberto Perino o il sindacalista Bruno Manghi che si sbraccia nell’affermare che la quantità di investimenti previsti non giustifica il ritorno occupazionale (che sarà modesto), particolarmente se si riuscisse a riflettere sull’impellente necessità di stanziamento fondi in vista delle mutazioni climatiche per mettere in sicurezza (si fa per dire) tanta area del territorio italiano.

Purtroppo viene da sorridere nel proporre una sana e indipendente riflessione all’interno del bailamme attuale della politica italiana, dove ci è dato assistere ad una nuova idea irrealizzabile ad ogni cantata del gallo: tra vent’anni, con l’economia cambiata, strategie industriali completamente diverse dalle attuali, bisogni ed esigenze modificate dal mutare forse troppo veloce dei tempi ci verrà fornito un dato di risulta attendibile sulla validità dell’opera. Sarà allora fin troppo facile, per il politico del momento, introdurre il suo discorso a discolpa iniziando con: “… non è certamente facile riuscire ad immaginare cosa potrebbe accadere tra cinquant’anni …”.

A quel punto noi ci saremo già dimenticati di tutto ciò.

(Mauro Magnani)