Non l’avevamo solo detto, anzi urlato a gran voce, ma l’avevamo pure scritto: guardate che le favole contengono sempre un appiglio di verità e non tenerne conto porta sempre guai. Niente da fare: quando avevamo caricato in prima pagina l’ennesima riproposizione della letta e stra-letta, raccontata e bis-raccontata favola della giovane bimba con il suo cappuccetto di colore rosso, la redazione era stata invasa da ogni sorta di improperi, alcuni irripetibili. Si andava da “ma voi credete ancora alle favole” a “le vostre favole andate a raccontarle ai bambini” per finire in qualche minaccioso “ma tenetele per voi le vostre favole”.

Nel timore, più che giustificato dalle reazioni (alcune violente) eravamo andati a rileggerci le righe scritte tanto tempo fa da C. Perrault – Le petit chaperon rouge, 1697 -, poi quelle dei F.lli Grimm – Rotkappchen, 1857 -, poi, assaliti dall’ennesimo dubbio, abbiamo sfogliato la preziosa raccolta di Italo Calvino che l’ha presentata sotto il titolo di “La finta nonna” e ne propone una variante con tanto di “Orchessa” che alla fine, superata in astuzia dal Rosso Cappuccetto finisce nel fiume in piena e annega.

Chiuso il pesante volume oramai un po’ consunto dalle tante letture siamo stati assaliti dal dubbio e abbiamo continuato a cercare, nella voluminosa biblioteca, se, per caso, qualcun altro avesse scritto la versione definitiva o aggiornata, più adatta ai tempi moderni, ai nuovi lupi che stanno invadendo le nostre montagne e non solo, ma soprattutto capaci di far comprendere ai moderni Cappuccetti Rossi che i lupi ci sono ancora, che il tempo li ha resi famelici, che sono diventati astuti come non mai, estremamente voraci e subdoli.

Tutto inutile. Tempo perso. Il moderno Cappuccetto Rosso (il tempo ha aggredito il colore fino a ridurlo ad un arancione un po’ sbiadito che nelle pieghe della stoffa sembra più un giallo), fatta una rinfrescante doccia, biancheria fresca di bucato, uno spruzzetto di profumo civettuolo, del tutto incurante di ogni raccomandazione, si è incamminato nel bosco. Il disinteresse colpevole dell’uomo ha reso il bosco ancora più fitto, impenetrabile, a tratti tetro e lo stesso sentiero di non facile individuazione, sovente coperto da rovi e altre losche insidie ma il nostro Cappuccio ha proceduto spedito e per di più fischiettando e sorridendo. Il lupo, modernizzato, ha assunto le forme del “Lupo Mannaro” che la terminologia narrante ha finito con l’identificarlo nel “Licantropo”.

Ma sentite cosa scrive Pierre Delancre, demonologo francese, a cavallo del 1660 a Parigi: “Essi sgozzano li cani e li bambini e li divoran con eccellente appetito, camminano a quattro zampe; ululano come veraci (lupi); hanno ampia bocca; occhi di fuoco e zanne acuminate”. Quattro secoli dopo il lupo, mannaro o no, ha mutato il suo aspetto: un po’ sovrappeso e con il fisico lasciato andare, la muscolatura nascosta da un non sottile strato di tessuto adiposo; la statura é nella media anche se si fa spesso riprendere dal basso per apparire più alto ed è uso coprire parte del volto da una curatissima barbetta molto scura, finemente rastremata sulle guance; pure i capelli sono molto scuri e presentano ampie e profonde rientranze ai margini della fronte (un po’ come il Diabolik del celebre fumetto). Astuto come solo i lupi sanno, si mimetizza indossando, di volta in volta, casacche, magliette, camiciole, tute, imbraghi, cappelli, berretti, caschi, bandane atte a confonderlo con l’ambiente circostante.

Ha percorso lunghi tratti del tragitto fianco a fianco con il nostro Cappuccetto: il povero non l’ha riconosciuto (gli erano giunte anche numerose telefonate, sms, messaggi postati sui social, ecc. ecc.). Nulla! Le ultime notizie, di poche ore fa, danno Cappuccetto completamente ingoiato subito dopo la povera nonna (che ha pure aperto la porta!) e di cacciatori neppure l’ombra. Le “ultime” distinguono tra le nebbie alcuni vecchi cacciatori: hanno finito gli stivali, i giubbotti sono laceri e quasi inservibili, qua e là strappati, hanno dimenticato il pugnale a casa e la doppietta non spara un colpo da tanto tempo, forse troppo. Come non bastasse, sembra che intimoriti dal lupo e rendendosi conto del pericolo fin troppo evidente e lacerante, si sono fermati al margine del bosco e non riescono a finire di litigare: notizie di agenzia li danno per dispersi in tanti piccoli gruppi, inefficaci nella difesa e facili prede di lazzi e dileggi.

Noi si sta come le foglie in autunno, in attesa del vento (questa non è mia): sarà un vento gelido che ci costringerà in casa affacciati alla finestra: in attesa di un Cappuccetto un po’ più saggio, avveduto, consapevole, con meno sorriso perenne stampato sul viso e meno “grilli” per la testa. E pensare che l’aveva cantata anche Lucio in “Attenti al Lupo”. Ah! le favole, finiscono sempre con il riportarci alla cruda realtà di tutti i giorni.

(Mauro Magnani)