Le dimissioni di Conte introducono una fase molto delicata per il nostro Paese. Premetto che sono un convinto sostenitore della stabilità e penso che sia necessario esplorare tutte le possibilità politiche prima di chiamare nuovamente gli italiani alle urne. Gli esperti di economia convergono tutti su un reale rischio di recessione.

Certamente non è la prima volta ma il nostro tempo si distingue dal passato per l’impegno che impiega la classe dirigente a produrre balocchi quotidiani per tenere impegnata l’opinione pubblica, confermando che le beghe di bottega (cioè le loro poltrone in un plastico spirito di sopravvivenza) prevalgono sugli interessi collettivi.
Le immagini del 20 agosto sono eloquenti.

Il quadro economico rappresentato dagli esperti non lascia molto spazio alla fantasia; a distanza di 10 anni dall’inizio della crisi facciamo i conti con un’economia che evidenzia tutti i suoi problemi strutturali e che la politica non riesce a riformare scoraggiando in questo modo gli investitori a credere nell’Italia.
Il dato tendenziale del Pil per il 2019 dovrebbe attestarsi tra lo 0,1-0,2%, a conferma che il nostro Paese nei fatti è fermo e con un rischio molto serio di entrare in questa nuova recessione già malaticci.

Anche altri Paesi europei, come la Germania, sono coinvolti da una fase di rallentamento, ma l’intensità cambia in funzione delle scelte politiche che si fanno e noi non brilliamo di certo; anche il governo del cosiddetto cambiamento ha realizzato solo il 17% degli impegni presi nel patto (Corriere della Sera del 22 agosto).
I numeri ci danno anche altre indicazioni significative come per esempio che in Italia sono in crescita i risparmi privati.
Questo significa che molti italiani preferiscono tenere i loro denari in luoghi sicuri a basso rendimento piuttosto che investire e assumersi dei rischi quando essi non vengono supportati da scelte politiche che diano un minimo di respiro.
In poche parole è venuta meno la fiducia e sono aumentate le preoccupazioni che sono i principali ingredienti di una miscela esplosiva in particolare se davvero si entra in una fase di contrazione dell’economia.

I dati dell’Istat sull’occupazione inoltre allargano il campo visivo alle angosce dei cittadini confermando che si fondano su dei fatti oggettivi.
Aumentano i rapporti di lavoro come numero complessivo ma diminuiscono invece i redditi medi pro capite in tandem con la quantità delle ore lavorate (550 milioni di ore lavorate in meno nel 2018 sul 2017) e non si capisce davvero il motivo di alcune dichiarazioni entusiastiche del giorno dopo.

Invece, a mio avviso, una spiegazione a questa apparente contraddizione è molto semplice: per anni sono stati iniettati incentivi alle assunzioni in un mercato che non stava crescendo nelle quantità.
Inoltre gli investimenti, sia quelli privati, sia quelli pubblici non solo non erano in aumento ma non apparivano in crescita nemmeno nelle previsioni.
Non dimentichiamoci inoltre che dall’inizio della crisi un quarto della base produttiva è andato in fumo e solo una minima parte è stata recuperata facendo sempre di più leva sul costo del lavoro invece che sull’intensità tecnologica come avviene nei Paesi più solidi.

Il vecchio problema dei salari troppo bassi, vecchio ma sempre attuale, non viene affrontato e più in generale la questione del reddito medio pro capite si sottovaluta che è un dato composto dalla qualità delle occupazioni a scarso reddito, dai rapporti di lavoro a orari ridotti e spesso involontari, dai lavori a singhiozzo e da quelli precari e da tutte quelle situazioni grigie (come i contratti pirata) che si tenta maldestramente di sanare con l’introduzione di un salario minimo per legge.

Si sceglie invece di non intervenire sui meccanismi che permettono di creare un maggiore valore aggiunto e sul riconoscimento dei veri soggetti della rappresentanza, in applicazione all’articolo 39 della Costituzione, titolati a contrattare per tutti le regole (erga omnes), nelle quali oltre alle retribuzioni sono compresi i diritti e i doveri.

Nei contratti nazionali firmati da chi ha davvero una rappresentanza certificata esiste già il salario minimo, sarebbe sufficiente obbligare le imprese al rispetto di quelle norme e dei diritti che essi contengono che vanno ben oltre alla sola retribuzione oraria quando si tratta di malattie pagate, delle ferie, dei premi legati alla produttività e delle mensilità aggiuntive oltre la tredicesima.

Infine va sottolineato che uno dei grandi problemi, forse il maggiore, del nostro Paese resta il costante aumento delle diseguaglianze e la concentrazione di enormi ricchezze e patrimoni nelle mani di pochi e che negli ultimi anni sono aumentati a un ritmo vertiginoso mentre tutti gli altri tiravano la cinghia.
In sintesi il fenomeno a cui assistiamo si potrebbe riassumere con poche ma amare parole che gli italiani sono in sofferenza e invece di accusare la classe dirigente che ne ha la piena responsabilità se la prendono con altri ancora più in sofferenza che la sapiente propaganda governativa ha indicato come i veri responsabili della loro situazione.

Un paradosso? Si.
Nell’epoca dei continui paradossi sembra perfino normale, ma almeno fino a quando il popolo non avrà la volontà di disintossicarsi dalla somministrazione quotidiana delle droghe sintetiche di questa politica da avanspettacolo e non sarà in grado di riconquistare lo spirito civico e morale di una comunità degna di questo nome, la situazione è destinata a peggiorare tracciando i contorni di un futuro sempre più grigio.
E tuttavia il disperato grido di rabbia del 4 marzo che ha premiato le istanze populiste non ha ancora ricevuto risposte esaustive di un vero cambiamento in atto, del quale c’è urgentemente bisogno, a partire dal lavoro.

Anacronistica e grottesca è infine di questi giorni la richiesta di un leader politico di avere pieni poteri che, oltre a evocare un solo agghiacciante precedente nel “discorso del bivacco”, non si coniuga affatto con il ruolo assegnato ai rappresentanti del popolo chiamati a fare delle scelte collegiali che in questo momento storico diventano persino indispensabili.
Uomini e donne sole al comando possono anche piacere a una parte del popolo, in Italia non è una novità, ma sono e restano l’esatto contrario della democrazia partecipata promossa dalla nostra Costituzione antifascista.
Spero di sbagliare, non sarebbe la prima volta, ma forse una sorta di attualità retorica la troviamo nella Fedra di Seneca quando affermava che il popolo gode nell’affidare il potere al turpe perché la moltitudine corrotta e corruttrice vuole consolazione non verità.
Oggi invece è il tempo di assumersi delle responsabilità, anche collettive, elevando l’impegno civico al rango che gli compete.

(Paolo Stefani)