560 persone massacrate dai tedeschi

Il 12 agosto 1944 all’alba, 300 soldati tedeschi in assetto da guerra, circondano le montagne che fanno da cornice alla vallata di S. Anna, mentre un quarto chiude ogni via di fuga a valle, dal paese di Valdicastello. Sono tre compagnie di soldati delle SS del II Battaglione del 35°Reggimento della XVI Panzer Grenadier Division Reichsfürer. In questo momento da poco più di 350 abitanti il paese ne conta circa 2.000 per via dell’esodo degli sfollati dai centri più grandi della Versilia. Dalle 7 del mattino la notizia dell’arrivo dei tedeschi inizia a diffondersi. Gli uomini, convinti di un rastrellamento, si rifugiano nei boschi, mentre donne, vecchi e bambini rimangono, certi che a loro non possa accadere nulla. Così raccontano i pochi sopravvissuti. Invece quando le truppe naziste raggiungono il paese accompagnati da guide fasciste collaborazioniste locali dal volto coperto ma con un riconoscibile chiaro accento dialettale toscano, si compie una strage. Gli abitanti vengono prelevati dalle loro case, rinchiusi in stalle, fienili e cucine e in poco più di 3 ore vengono massacrati in più di 500. Intere famiglie sterminate. Poi, il fuoco divora le case: si fa terra bruciata, si semina il terrore. Nulla deve rimanere.

S. Anna è una frazione del Comune di Stazzema nella provincia di Lucca. Un minuscolo nucleo centrale di edifici che comprende una piccola chiesa del XVI secolo intitolata a S. Anna e gruppi di case sparse sui monti, collegate da sentieri che corrono fra i castagni. S. Anna si raggiunge attraverso 10 Km di curve e tornanti di una strada panoramica da cui si gode un panorama mozzafiato. Il mare Tirreno, la Versilia, la Liguria. Un luogo più vicino al cielo che alla terra.

Le case del Pero a S. Anna. Qui furono sterminate 12 famiglie intere

I pochi superstiti viventi, oggi anziani, sono diventati esuli, riparati all’estero. Raccontano di non essere più tornati per anni e della fatica che il ritorno, dopo tanto tempo, ha comportato. Insieme a loro anche il ritorno di quel terribile 12 agosto 1944 e l’inevitabile evocazione di una violenza gratuita, feroce, intenzionale e lucida, tale da far impazzire chiunque. Un incubo da fugare. Il destino li ha scelti come testimoni, obbligati a portare un dolore da trasmettere per ricordare, per dare voce ai morti e sfidare l’ossigeno della vita. Le loro storie sono oggi raccolte in un libro.

12 agosto 2019
Il cielo è coperto. Non è una giornata adatta al mare. S. Anna non è lontana. Decidiamo di fare la gita che da tempo avrei voluto fare. Guarda caso è il 12 agosto.
Dopo diverse curve e tornanti la strada è sbarrata. Già, sono previste le celebrazioni ricorrenti. Per chi vuole raggiungere il posto sono disponibili delle navette. La mattinata è tarda ma c’è ancora coda per salire. Il traffico è comunque intenso. Molte le auto ufficiali delle autorità e delle Amministrazioni locali che scendono terminata la cerimonia. Meglio così, meno folla, meno formalità. Scesi sullo spiazzo in cui termina la strada, spontaneo, si forma un groppo in gola fino alle lacrime. E’ una reazione immediata che non ha bisogno di realizzazione mentale. E’ un dolore ancora affamato quello che serpeggia, immenso. Oggi quello spiazzo è stato intitolato a Anna Pardini, la vittima più giovane, di soli 3 mesi. Recita la targa: “Anna Pardini la più piccola fra i tanti bambini che il 12 agosto la guerra ha qui strappato al girotondo del mondo”. Meglio sarebbe stato scrivere “che la furia nazista ha strappato…”.

2019: intitolazione della piazza alla più giovane uccisa. 3 mesi.

Molte le famiglie con bambini. Persone di tutte le età creano un clima che unisce la festa della celebrazione al silenzio dello sgomento e ai racconti che con voce dimessa rispettano un luogo di tragedia.
Un tappeto formato da quadrati colorati, in tessuto o realizzati all’uncinetto dalla sapienza creativa di abili mani certamente femminili, traccia il perimetro dei luoghi. Scende dalle finestre delle case e dal campanile. E’ lungo centinaia e centinaia di metri e reca per lo più i colori della bandiera della pace. Un manufatto del tempo che col fare tiene viva la memoria e indica l’ orizzonte valoriale per il futuro.

S. Anna luogo della pace

Con L. 381/2000 questo bellissimo territorio che ispira pace, tranquillità, è divenuto Parco nazionale della pace. Un luogo che sembra, per natura, inconciliabile con la violenza assassina. Del Parco fa parte l’Organo della Pace, collocato nella Chiesa di S. Anna e realizzato attraverso l’impegno dei musicisti tedeschi Maren e Herst Westermann e dell’Associazione italo-tedesca “Amici dell’organo della pace”. Ogni estate si svolge un festival organistico con musicisti di livello internazionale.
Nei pressi della Chiesa, un edificio ospita il piccolo Museo della Resistenza, introdotto dalla riproduzione di un frammento di Guernica di Picasso. All’interno è ricostruita la storia dell’eccidio e vi sono custoditi diversi documenti fra cui le testimonianze dei sopravvissuti che hanno trovato la forza del racconto.
Un sentiero lastricato dalla piazza conduce sul Col di Cava dove, nel 1948 fu eretto l’ossario. Lì sono sepolte le vittime del massacro, alcune delle quali mai identificate per lo scempio perpetrato sui corpi. Uno di questi li rappresenta tutti. Sotto l’arco giace un feretro con la scultura in marmo di una donna con un bambino.

L’ossario

Il monumento si vede da tutta la Versilia, incorniciato fra le montagne dietro le quali spunta il bianco delle cave di marmo delle Alpi Apuane. Una vista che toglie il fiato. L’ossario pare un’arma che trafigge la montagna come una ferita indebita, una lacerazione consegnata al tempo. Tra il 2012 e il 2013 col progetto “Sentieri di pace” sono state riaperte le antiche mulattiere attorno a S. Anna che collegano il centro del paese coi borghi circostanti che ne fanno parte, Lieto, Rocca e Ornato. Lungo il sentiero che porta all’ossario una via crucis con stazioni segnate da due formelle: una rievoca il percorso della passione di Cristo l’altra ritrae scene dell’eccidio nazista.

La ricostruzione degli avvenimenti, l’attribuzione delle responsabilità e la ricerca delle motivazioni della strage, hanno richiesto un imponente lavoro investigativo da parte del Pm Marco de Paolis e del suo team, con la consulenza di storici importanti. Fondamentale allo scopo è stata la scoperta nel 1994 a Roma, negli scantinati di Palazzo Cesi, di un armadio chiuso e nascosto, denominato dal giornalista Franco Giustolisi “Armadio della Vergogna”. Per oltre 40 anni documenti fondamentali per conoscere la verità storica e giudiziaria sulle stragi nazifasciste in Italia è stato occultato. Il processo del Tribunale militare di La Spezia si è concluso nel 2005 con le condanne all’ergastolo per 10 ex SS colpevoli del massacro. Sentenza confermata in appello nel 2006 e ratificata in Cassazione nel 2007. Alcuni dei condannati erano morti, altri tornati in Germania, sono stati ritenuti non in grado di scontare la pena. Nel 2012 la procura di Stoccarda ha archiviato l’inchiesta per mancanza di prove e nel 2015 quella di Amburgo ha adottato analogo provvedimento ritenendo l’imputato Gerhard Sommer, di 93 anni, non in grado di affrontare il processo. In definitiva nessuno dei responsabili della strage di S. Anna ha pagato per il suo crimine.

Anna – Monumento all’Attenzione: ricordare la vita con la vita
S. Anna rappresenta l’apparente paradosso di un luogo sperduto tra i monti che, affogato nella morte, invece di dileguarsi nell’oblìo riprende a vivere grazie al flusso di persone che lo raggiungono ogni anno, incarnando la memoria di ciò che non si può dimenticare. Farlo sarebbe come recidere le radici vitali che consentono di essere oggi.
L’artista Gianni Moretti ha avuto la bellissima idea di creare l’installazione partecipata “Anna-Monumento all’Attenzione”.

Il mandala dei fiori di cardo dentro la chiesa

Inaugurata il 25 aprile 2018, l’opera può vivere solo con l’apporto delle persone che vanno a S. Anna. Essa rappresenta la vita che, interrompendosi quel 12 agosto 1944, non ha avuto luogo. E’ dedicata ad Anna Pardini e consiste nella realizzazione di un sentiero dorato immaginato dall’ artista, che scende a valle percorrendo al contrario il percorso fatto dalle truppe tedesche.
Moretti ha fatto costruire migliaia di chiodi a forma di fiore di cardo, fatti con l’alluminio e in lega di acciaio con la capocchia dorata per essere visibili nel bosco. “Mi ha colpito una leggenda tedesca, secondo la quale nel punto in cui fu ucciso un uomo, nacque un fiore di cardo” spiega l’artista, “di qui la forma dei chiodi”. C’è un mandala nella chiesa composto da questi chiodi, altri si trovano nel piccolo museo, altri ancora li distribuisce lui. Ognuno può prenderne uno e piantarlo lungo il sentiero testimoniando il proprio passaggio. “E’ la memoria che vive attraverso le persone che compiono un’azione concreta concorrendo all’opera” dice Moretti. “In questo modo la memoria continua a vivere”. Gli chiedo quanti fiori di cardo si dovranno piantare. “26.919, i giorni che Anna Pardini non ha vissuto da quel giorno fino ad oggi. Finora ne sono stati piantati 1.400. Quando tutti saranno piantati ogni anno se ne aggiungeranno 365”.
Un modo originale, creativo, inconsueto (del resto l’arte ha questa funzione) di interpretare il passato, il presente , il futuro e di proporre un’idea vitale della memoria. Come scrive Marco Balzano, nel suo libro di recente pubblicazione “Le parole sono importanti”, “di-menticare significa far uscire dalla mente, rendere de-mente (…) con traduzione volutamente estrema. Ecco perché le dittature praticano continuamente censure e revisionismi, perché un esercizio critico della memoria è sempre una manifestazione di libertà. I monumenta ricordano ciò che è pericoloso dimenticare (penso a Primo Levi) o ciò di cui è ancora pericoloso parlare (penso a Salman Rushdie). Questo chiamare in causa ciò che è scomodo dona alla memoria una funzione morale, per la sua capacità di rivitalizzare un passato che rischia di essere manipolato o di essere consegnato all’oblìo perché addita delle responsabilità”.
Gianni Moretti mi porge un fiore di cardo, una mazzetta e uno scalpello. Mi fornisce istruzioni. Percorro un tratto del sentiero e lascio nel terreno la mia traccia di memoria. Testimone di libertà.

(Virna Gioiellieri)

 

La via crucis sul sentiero verso l’ossario