Venezia. Roman Polansky è tornato e si lascia alla spalle le polemiche. Un film che convince e che separa l’uomo dall’artista. Anche se a ben vedere una parte dell’uomo la si ritrova, forse neppure tanto celata, in quell’accusa, poi caduta, che è il riscatto del capitano Alfred Dreyfus. 

Roman Polansky

Un film che riscopre la grande vena narrativa del regista polacco, naturalizzato francese. La vicenda è quella di un ufficiale che viene accusato ingiustamente  – chi non lo ricorda – di alto tradimento e condannato, nel gennaio del 1895, a scontare la sua prigionia sull’isola del Diavolo nell’America del sud.

Solo dopo dieci anni e grazie alle indagini di un altro militare, il colonnello Picquart e soprattutto  alla campagna di stampa con in testa lo scrittore Emile Zola, il padre dello J’accuse, la condanna viene cancellata e Dreyfus riabilitato nei ranghi militari.

Polansky tratteggia in modo puntiglioso ogni dettaglio della sceneggiatura. Gli attori convincono a tutto tondo. Picquart (Jean Dujardin), Alfred Dreyfus (Luis Garrel, calvo per l’occasione) e una fascinosa Emmanuelle Seigner nel ruolo dell’amante di Picquart. 

Emmanuelle Seigner

Un finale che mette in luce (con un cameo di Polansky) la forza liberatoria della verità svelata e per troppo tempo celata. Verità a cui contribuisce in maniera diretta e con forza quella stampa che nel finire dell’800 iniziava a farsi “cane da guardia del potere”. 

(Verner Moreno)

 

 

 

Il Clip del film

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