Dalla forza con cui resistiamo viene anche il crollo di questo castello di bolle di sapone… (Carlo Maria Martini)

Mentre l’Amazzonia va in cenere, la Siberia brucia e l’economia va a rotoli sotto i colpi della cupola sovranista mondiale, in Italia sembra sul punto di nascere uno “storico” Governo imperniato sul taglio dei parlamentari (cruciale per il nostro futuro), la sterilizzazione dell’Iva (per coprire le spese del Ms di manovre c’è ne vogliono tre), l’appartenenza all’UE ( decisa a Roma nel 1950) e la centralità del Parlamento ( fissata nello statuto Albertino nel 1848). Il resto del programma è vago, buono per ogni stagione, pieno di tutto e di niente.

La Lega ha subito sottoscritto i 10 punti indicati dal capo politico grillino, e la stessa cosa farà il Pd, avendo cura di non andare oltre le parole per approfondire i significati.
Al comando, a rimarcare la discontinuità, l’ineffabile Premier della volta scorsa, premiato per meriti speciali: ha criticato Salvini per averlo sfiduciato e, nel memorabile discorso al Senato, ha scoperto il valore dell’economia circolare, cavallo di battaglia ventennale del mitico chef Iglesias Corelli (at salut).

Beati i Paesi che non hanno bisogno di Conti.
E sono capaci di tenerli in ordine.
La gara fra destra e sinistra è a chi concede di più al partito più in crisi, salvato dal tracollo elettorale e restituito a una centralità che aveva ormai perduta.
Un capolavoro.
Che perpetua una ambiguità che è anche una anomalia tutta italiana, e un fattore di ingovernabilità.

Così, una crisi politica demenziale aperta da Salvini contro se stesso, orientata da un’intervista eversiva di Renzi e da una riunione senza streaming di 7 (sette) cittadini quasi uguali agli altri nella villa al mare di un comico genovese, si è venuta dipanando attraverso incontri fra DiMaio e Zingaretti a casa del grillino Spadafora, dove corre voce si mangi bene.
All’ordine del giorno un “Governo di svolta” che, a giocare un po’ con le parole, che di tensione ce n’è già troppa, venendo dopo un “Governo del cambiamento”, geometricamente parlando ci riporta al punto di partenza.
Dal quale, in fondo, fatti e sentimenti alla mano, non ci siamo mai mossi, se non per peggiorarli.
La lunga lista delle cose da fare altro non è che l’elenco delle tante non fatte.
O sbagliate.

Sarebbe il caso di lasciar stare le definizioni: esecutivo istituzionale, di scopo, di responsabilità nazionale, ci si è messo anche il mio amato prof con la maggioranza Ursula.
Formule gradite allo stomaco dei nostri connazionali come il lampredotto alla crema.
Nella cucina fusion della politica gli apprendisti cuochi buttano in pentola di tutto.
E mescolano, rimescolano.
Alcuni mestano.
Perché solo così si sentono vivi.
Spargendo come prezzemolo le parole più alte : Patria, popolo, interesse nazionale, responsabilità.
Più confuso è il disegno, più enfatiche sono le espressioni.
Nessuno a parole teme il voto, tutti disdegnano le poltrone.
Solo panche di legno, irte di chiodi.
L’Italia chiamò.
Con rispetto parlando, mi sembrate matti tutti.
E noi con voi, che trepidiamo, ci appassioniamo, parteggiamo per uomini ( le donne sono scomparse) e progetti di scarso valore.

Dietro il sipario di questo deprimente spettacolo, dietro le mosse, le finte, le giravolte, le provocazioni, le volgarità, gli inganni, i trasformismi, i personalismi, le frasi fatte, le parole a effetto, le bugie e le grida che eccitano i partigiani del nulla, i supporter del muscolo, gli amanti del politicamente scorretto, si scorgono, direbbe Bobbio, i segni di “un immane processo di dissipazione della storia”.

La politica deve alzare il profilo dei suoi pensieri e dei suoi comportamenti.
Ma è solo il popolo che può cambiare le cose.
Un democratico non può temerne l’espressione.
Bisogna avere fiducia.
Specie quando non ti sorride.
Anche il mio cane, se mostri paura, ti ringhia contro.

Solo un partito popolare può sconfiggere il populismo.
La sinistra sta sprecando l’occasione di tornare ad esserlo.
Non è in discussione la potestà del Parlamento di dar vita a maggioranze diverse.
Ciò che turba è il timore che la nostra fragile democrazia non possa sopportare un altro governo che non sia rappresentativo, che non sia sentito dalla gente come proprio.
Quello che sta nascendo, in questo momento, temo non lo sia.

Come farà , in poco tempo, ad abbattere il muro della diffidenza?
Chi ne difenderà le ragioni nei luoghi di lavoro, nelle periferia, ovunque?
E cosa accadrà se fallisce?
Sui pericoli di un Governo di destra a egemonia salviniana non è il caso di soffermarsi oltre.

Avessimo dedicato la metà del tempo che abbiamo impiegato per denunciarli all’analisi delle ragioni profonde che li hanno resi attuali e alla costruzione di una risposta di popolo che le declinasse altrimenti, non ci troveremmo nella condizione di rincorrere accordi purchessia nella speranza di neutralizzarli.
Un GovernoPd-Ms, rileva Emanuele Macaluso (94 anni e non sentirli), nascerebbe al buio, senza un’analisi, una strategia, un asse politico e culturale ad ispirarne l’azione.

Sospinto certo, e ci mancherebbe che non fosse così, dalla convinzione di fare cosa utile al Paese, ma anche e forse soprattutto dall’idea che in questo modo si fermi il sovranismo e da quell’irresistibile impulso che sembra essersi impadronito della sinistra da quando frequenta il potere che Macaluso chiama benevolmente “governismo”.
Per pensarla come l’antico dirigente migliorista non è necessario essere collusi con Salvini, come insinua fraternamente il Principe dei tradimenti.
Basta essere più acuti, più saggi e meno interessati di chi spaccia la spregiudicatezza per coraggio.

I grillini sono sempre quelli.
Che hanno umiliato Bersani, liquidato Letta ( beh, questo l’ha fatto anche il Pd), schernito Renzi, insolentito Gentiloni.
Quelli del “partito di Bibbiano”.
Non sono cambiati.
Nè i volti nè i pensieri.
Di Salvini non sono stati vittime ma complici.
Non hanno rinnegato nulla.
Sono l’altro ramo dell’albero populista.
Di nuovo ci sono solo i disegni politici di Grillo e di Renzi.
Che hanno costretto Zingaretti ad abbandonare il sano proposito di andare al voto per riappropriarsi sul campo degli spazi che la crisi del Ms ha schiuso.
Che lo hanno indotto a imboccare una pericolosa terza via per tenere assieme il Pd.

Non è una questione di responsabilità, che se ce ne fosse in giro un centesimo di quella sbandierata avremmo risolto tutti i problemi.
Nè di coerenza, che è morta il giorno stesso dell’insediamento di un Governo innaturale composto da forze che avevano promesso agli elettori cose opposte.
E nemmeno di indisponibilità al compromesso, necessario per superare gli scogli della vita prima ancora che della politica.

È che all’Italia serve qualcosa di più di un armistizio armato quale si prospetta l’intesa fra Pd e Ms.
Non dico uno slancio di amorosi sensi ma un minimo di considerazione vicendevole, una disposizione d’animo incline alla collaborazione, la traccia di un sentiero culturale da percorrere assieme, fosse anche indefinito nel tempo, come le convergenze parallele disegnate da Aldo Moro.
Senza di ché un Governo deciso a compiere scelte impegnative per arrestare il declino non può reggere.
Questo accordo, se si farà, non è sostenuto dalla stima che univa uomini come Zaccagnini e Boldrini.
Non è il Compromesso Storico per tenere assieme l’Italia minacciata dal terrorismo.
Non rappresenta l’incontro fra culture diverse che trovò momentanea espressione nell’Ulivo: nessuno potrebbe in coscienza rispondere alla domanda di Giovanni XXIII indicando dove si sta andando.
Il Pd rischia di passare dal ruolo essenziale di antagonista primario del sovranismo a quello irrilevante di ruota di scorta.
Per favore, convincetemi che non ho ragione.

Continua…

(Guido Tampieri)