Io nun capisco ‘e vvote che succede
E chello ca se vede nun se crede
È nato nu criaturo è nato niro,
E ‘a mamma ‘o chiamma Ciro, sissignore, ‘o chiamma Ciro.
Seh vota e gira seh
Seh gira e vota seh
Ca tu ‘o chiamme Ciccio o ‘Ntuono
Ca tu ‘o chiamme Peppe o Ciro
Chillo ‘o fatto è niro niro, niro niro comm’a cche…

Nella suggestiva cornice di uno dei più desolanti dibattiti parlamentari della storia repubblicana, disputato a colpi di “traditori siete voi” “no voi” e richiami così insistiti alle poltrone da far impallidire la réclame di Divani&Divani, ha visto la luce il Governo Conte 2.
Lo accompagnano le nostre preghiere laiche.
Lo chiamano Governo della svolta.
Quello di prima era il Governo del cambiamento, della rivoluzione addirittura.
È da tempo che i nomi non sono più la sostanza delle cose ma il loro surrogato narrativo.
Più prudente allora definire un Governo dopo averlo visto all’opera.
Anche questo.
Amico solo a metà.
Un Governo che, a parte gli elettori, sembra andar bene un po’ a tutti.
Che non è certo un male, specie se riusciamo una volta per tutte a riportare la questione dei poteri forti entro un ambito razionale.
E che, in fondo, dovrebbe far piacere anche a Salvini e Melloni: molti nemici molto onore.

Trump, fra un dazio e un muro, ma poi l’Europa , i mercati, i corpi intermedi.
Per non parlare di Travaglio e D’Alema, Renzi e Grillo.
Si è rivisto perfino Occhetto, ancora in buona salute, che ha onorato il comico genovese della comica qualifica di grande politico.
Sono i rischi delle vaccinazioni.
Chi non è d’accordo passa per colluso col nemico o per radical chic.
Togliatti almeno aveva l’odioso coraggio di chiamare gli intellettuali dissidenti “pidocchi”.

Passi per la rivalutazione dei vertici, da Casaleggio a Conte, ma questa storia dei grillini che sono di sinistra e lo negano, sono progressisti ma diffidano della scienza e della cultura, sono generosi ma lasciano la gente in mare, traboccano di democrazia ma sono intolleranti, è davvero singolare.
Il reddito di cittadinanza non basta a definirli.

C’è tutta una storia “sociale” della destra che sarebbe utile rileggere, ho in casa un libro (con dedica) di Alemanno che sorprenderebbe i teorici della consanguineità fra gli alleati di governo.
È dal tempo della Lega di Bossi che la corrente di pensiero di ispirazione dalemiana considera i nuovi movimenti che si affacciano sulla scena politica “costole della sinistra”.
Disegnando il ritratto di un’Italia di sinistra che la storia non ci ha consegnato, segnata da un egemonia politica che se mai c’è stata non c’è più da tempo.
Solo venti giorni fa non c’erano dubbi che l’Italia fosse di destra, anzi di più.
Prona ai piedi del fascista Salvini, disumanizzata, incapace di intendere e volere al punto di precluderle il voto.
Nel Suo interesse.
Per impedirle di farsi del male.
Probabilmente moriremo senza sapere cosa davvero sia questo strano Paese per cui ci struggiamo.

Ma qualche milione di elettori confluiti dal PD nel MS non basta a definire la natura di quel partito.
Ne sono andati altrettanti verso la Lega e un numero incalcolabile si è rifugiato nell’astensione: in quelle condizioni sarebbero emigrati anche nella Terra del fuoco.
Parafrasando il celebre aforisma “cosa avranno fatto gli egiziani il giorno dopo aver ultimato le piramidi?”, vien da chiedersi : “cosa farà questa coalizione il giorno dopo aver sterilizzato l’Iva è ridotto il numero dei parlamentari?”
Scordarsi del passato è facile, è costruire il futuro che è difficile.

Non c’è persona assennata che non colga la difficoltà del nuovo Governo ad invertire l’inerzia emozionale del Paese conseguendo risultati apprezzabili nel poco tempo di cui dispone per farlo.
Presto e bene non stanno facilmente insieme.
Se per bene si intendono azioni che vanno al cuore dei problemi d’Italia.
Il conto verrà presentato presto.
Come a Monti e a Letta, che l’hanno pagato anche per altri.
Come a Renzi, che l’ha lasciato da pagare al PD.
Come al MS che per non pagare ha voltato gabbana sperando che, alla scadenza, paghi ancora il PD.
Salvini il suo non lo ha pagato, ha mangiato alle spalle di tutti e potrebbe non aver finito di farlo.

La tribuna televisiva minuto per minuto gli mancherà ma pensare che il suo errore di presunzione lo abbia messo fuori gioco sarebbe fatale.
Se fai un Governo tenuto assieme dal l’avversione a Salvini, ne ribadisci con ciò stesso la centralità politica.
Per stilare il certificato di morte presunta del populismo sovranista è presto e servirà qualche prova (elettorale) in più.
L’augurio che rivolgiamo al Governo di avere successo non è di prammatica.
Questo esecutivo ne ha davvero bisogno.

Perché “ca tu ‘o chiamme Ciccio o ‘Ntuono, ca tu ‘o chiamme Peppe o Ciro , chillo ‘o fatto è niro niro comm’a cche”.
La sua natura condizionerà l’intero ciclo della sua esistenza.
Il programma presentato da Conte non contiene un’idea di futuro.
Il suo sguardo è corto e quando cercasse di allungarlo, posto che ne sia capace, i progetti degli alleati si rivelerebbero incomponibili.
Accadde, per altri versi, anche alla coalizione dell’Ulivo, costretta presto ad un cabotaggio costiero in mancanza di un approdo comune da raggiungere al di là del mare.
È la capacità di immaginare il domani che conferisce forza e significato alle azioni che lo devono costruire.

Inutile chiudere gli occhi, fingere che sia normale ciò che non lo è, immaginare che quell’accordo di programma rimuova le enormi contraddizioni che la coalizione al governo si porta dentro.
Meglio rappresentarle onestamente ai cittadini.
Chiedendo loro comprensione e sostegno.
Senza illudersi e senza illudere.

L’idea che un Governo col PD farà meglio di uno con Salvini ha più di una possibilità di essere accolta dell’opinione pubblica, il racconto che “salverà l’Italia” nessuna.
L’enfasi non fa che acuire la diffidenza popolare, che è troppo elevata per un’impresa di questa portata.
E non può essere ammansita con la promessa di qualcosa per tutti, perché non c’è.
Una maggiore flessibilità dell’Europa servirà a poco se non si mette sotto controllo la spesa corrente, se si continuerà a fare quel che si faceva prima finanzianola in deficit.

Non è l’ora della ricreazione.
Ci vuole il coraggio della responsabilità.
Servono investimenti, non cedimenti.
Abbiamo già scavato troppe gallerie sotto la fragile superficie su cui dovranno camminare i nostri nipoti.

(Guido Tampieri)