Da pochi giorni insediato, il nuovo Governo giallorosso si trova ad affrontare praticamente per intero tutti i circa 160 tavoli di crisi aziendali aperti già con il precedente Governo (sembra che siano appena due le vertenze risolte e concluse in questi ultimi mesi tra cui ad inizio agosto la “Pernigotti”, tutte le altre languono tuttora facendo tremare gli oltre 210 mila lavoratori interessati che seriamente temono per la loro occupazione.)

Oltretutto sul numero dei tavoli di crisi aperti al Ministero dello Sviluppo Economico sembra vi sia un piccolo giallo sullo stesso numero dei tavoli, le cifre ufficiali del precedente Governo a fine luglio ne davano 158, ma questi numeri sono contestati dai sindacati che li considerano bassi, non veritieri di tutte le crisi aziendali aperte in tale sede, in quanto non esistendo un elenco aggiornato tra l’ingresso continuo di nuove vertenze e la difficoltà nel definire del tutto chiuse quelle aperte da anni, rendono complicato ogni calcolo.

La mappa dei settori di crisi più importanti, con i lavoratori interessati, vede un picco nel commercio con circa 36 mila addetti, oltre 20 mila nella siderurgia, circa 19 mila negli elettrodomestici, 17 mila nei call center, 15 mila nell’information technology, oltre 9 mila nelle telecomunicazioni, 7.000 nell’edilizia, 5.000 nell’automotive.

Va fatto presente che le crisi aziendali al MISE non sono affatto esaustive dei tavoli di crisi aziendali aperti, a Roma al Ministero finiscono solo realtà aziendali con stabilimenti produttivi in più regioni o realtà produttive di consistenti dimensioni, tavoli di crisi aziendali, con decine migliaia di lavoratori interessati, sono aperti in ogni regione e a livello territoriale per le realtà aziendali di dimensioni più modeste.

Dei tavoli aperti al MISE circa un terzo comprende aziende a elevato rischio di  chiusura, mentre circa un’azienda su cinque è interessata in parte o totalmente da cessazione dell’attività in Italia per delocalizzazione all’estero.

Fortemente critici con il precedente Governo i sindacati Cgil, Cisl e Uil, non solo sui “numeri dei tavoli”, ma sopratutto hanno evidenziato una gestione dei tavoli di crisi unicamente “burocratica e istruttoria” senza affrontare gli aspetti legati al rilancio aziendale e alla riconversione produttiva, con le aziende che rimangono così aggrappate alla cassa integrazione straordinaria, che in questi ultimi sei mesi ha subito un forte incremento rispetto allo stesso periodo dello scorso anno.

Quello delle crisi aziendali sarà un bel banco di prova per il nuovo governo, il nuovo esecutivo dovrà trovare al più presto una via di uscita nel tortuoso labirinto dove sono finite numerose delle vertenze aziendali presso il MISE, le più emblematiche si chiamano Alitalia, ex ILVA, Whirlpool, ex Embarco, Mercatone Uno, Bekaert, ex Alcoa, Blutec (ex Fiat di Termini Imerese), Bredamenarinibus, Piaggio Aereo e Bombardier e giusto per rimanere a Ravenna CMC.

Sarà un autunno decisivo, per molte aziende l’ultima chiamata per il rilancio, o peggio per la sopravvivenza.

Questo banco di prova del nuovo Governo è già iniziato, sotto pressing da parte dell’azienda e dei sindacati è ripresa in questi giorni al Ministero la vertenza sulla crisi della Whirlpool, da una parte la multinazionale americana lamenta le scarse risorse messe a disposizione dal precedente esecutivo a luglio, non sufficienti alla riconversione produttiva dello stabilimento di Napoli, dalla parte opposta i sindacati dei metalmeccanici che temono seriamente per l’occupazione dei 410 lavoratori.

 

(edgardo farolfi)