Riceviamo e pubblichiamo questa lettera aperta firmata da donne e uomini del territorio imolese.

Sabato 28 settembre era la Giornata internazionale per l’aborto sicuro, appoggiata dalle Nazione Unite e dalla Federazione internazionale dei ginecologi. Aborto sicuro significa poter contare sul supporto gratuito e qualificato dei servizi sanitari pubblici. Significa rispettare la scelta delle donne che decidono di non portare a termine la gravidanza e la possibilità di rivolgersi a servizi preposti (i consultori pubblici) per chiedere un supporto alla maturazione di una decisione difficile. In altre parole significa superare l’aborto clandestino e il rischio della vita, o l’espatrio per recarsi presso le cliniche di altri Paesi a caro prezzo. La condizione necessaria è la sua legalità. In molti Paesi del mondo (non fa eccezione l’Europa) abbiamo assistito negli anni scorsi a manifestazioni affollatissime per la depenalizzazione dell’aborto e la sua legalizzazione e contro la ricorrente messa in discussione delle normative che lo regolamentano.

In Italia abbiamo la legge 194/1978, confermata da un referendum popolare che ne ha respinto la proposta di abolizione. Una buona legge, che in tutti questi anni ha ridotto la pratica abortiva. I dati definitivi del 2017, trasmessi al Parlamento italiano il 18 gennaio scorso, indicano che dal 1983 l’interruzione volontaria della gravidanza è in progressiva diminuzione. Un risultato coerente con le sue finalità che puntano alla maternità consapevole, al rispetto della libera decisione delle donne, alla prevenzione. Una donna che decide di abortire affronta una sofferenza profonda che elabora nel corso di una vita, portandone la responsabilità. Non si tratta di una decisione a cuor leggero. La L. 194 è oggi osteggiata in primis dall’ obiezione di coscienza che negli ultimi 10 anni è aumentata del 10%, raggiungendo il 68,4 fra i ginecologi e il 45,6% fra gli anestesisti. In alcune regioni è altissima: Molise 96,4% di medici obiettori, Provincia Autonoma di Bolzano 85,2%, Sicilia 83,2%, Veneto 73,7%. Anche a Imola gli ultimi dati parlano di 6 medici obiettori su 11 nel reparto di ginecologia dell’ospedale.

L’art. 9 della L.194 recita che gli enti ospedalieri e le case di cura devono comunque assicurare il servizio di IVG, ma oltre il 40% delle strutture (dati Istat 2016) non lo erogano, risultando fuorilegge.
Sono dati che fanno pensare al boicottaggio fattivo di una legge dello Stato. Ci chiediamo se, a distanza di anni, non si debba aprire una riflessione sul senso dell’obiezione di coscienza che nega illegalmente l’applicazione di un diritto riconosciuto da norme vigenti, senza che ci si preoccupi di compensarne gli effetti. Sono noti alcuni casi di cronaca recente in cui donne in attesa di abortire hanno subito gravi danni o perso la vita in assenza di medici in servizio perché tutti obiettori.

Il fatto che a Imola proprio il 28 settembre, si sia inaugurato un nuovo “Centro di assistenza alla vita” (Cav) del Movimento per la Vita, suona come una provocazione politica. Un caso, una coincidenza, hanno detto i promotori. Sulle coincidenze rimangono molti dubbi. La scelta dei tempi, intenzionale o no, ha l’effetto di un messaggio per noi preoccupante, considerato il noto orientamento del movimento in questione e la situazione territoriale in merito. Certamente una scelta inopportuna che non poteva che suscitare la legittima reazione di chi non condivide le logiche e l’ideologia che sottendono ai Cav. Al contempo ci interroghiamo sullo stato di salute del consultorio pubblico che ci risulta essere un servizio molto richiesto dalle ragazze e donne del territorio. A nostro avviso dovrebbe essere potenziato per ridurre le lunghe attese che si creano visto l’orario ridotto di funzionamento. Un altro servizio previsto da una legge dello Stato, che dovrebbe essere efficiente nell’azione di supporto alle donne per l’ informazione sulla contraccezione, sulla sessualità e sulla consapevolezza del proprio corpo.

Non a caso invece il tema della salvaguardia e dell’applicazione della L. 194 è fra quelli al centro dell’attenzione del movimento Non Una di Meno che terrà la sua Assemblea nazionale a Napoli il 19 e 20 ottobre prossimi e che tornerà a riempire le piazze il 23 novembre, giornata internazionale contro la violenza sulle donne.

La strage continua dei femminicidi spesso legati alla decisione della donna di separarsi dal marito o compagno, l’attacco alla l. 194, la co-responsabilità dei figli legata alla separazione e al divorzio prevista dal DDL Pillon hanno in comune la messa in discussione della libertà delle donne di decidere della propria vita e il ripristino del controllo totale del corpo femminile da parte del potere maschile.

(Mirella Collina, Virna Gioiellieri, Giulia Barelli, Anna Pariani, Tiziana Menghetti Roncassaglia, Cristina Cirina, Veruska Grementieri, Alessandra Loreti, Laura Martelli, Virna Cardelli, Erika Ferretti, Franca Farolfi, Patrizia Montella, Valentina Valli, Lavinia Lo Scalzo, Manola Falconi, Valentina Giunta, Stafano Moni, Marco Valentini, Marco Blanzieri, Maurizio Serra, Dino Parrella, Nicola Ballarano, Tommy Guerreschi, Sauro Dal Pane, Sillvano Casadio, Angelo Gentilini, Annarita Bonventre, Roberta Rana, Catia Olivieri, Emanuela Gnugnoli, Monia Malavolti, Morena Visani, Liviana Giannotti, Daniele Lucchi, Davide Baroncini, Claudia Suzzi, Nicoletta Bandini, Michele Cornacchione, Natalia Ropa)