Mi ricordo. Si, io mi ricordo. Vestivamo tutti con i jeans scoloriti da tanti lavaggi appesantiti con robuste spazzolate di saggina, stretti in vita a larghi in fondo, a campanone, maglietta bianca e scarpe da ginnastica con il fondo di para: obbligatorie! Se la maglietta mostrava qualche casuale macchia era meglio. Indossavamo giubbotti un po’ sformati e il verde eschimo. I cappelli erano lunghissimi, a coprire le orecchie e per intero il collo. La barba era un optional, ma se barba doveva essere che fosse incolta: guai a rifinirla o limitarla.
Ascoltavamo i pezzi di quattro ragazzi di Liverpool e leggevamo Marcuse, filosofo, politologo, cercando di capire le sue parole scritte su piccoli libri della Feltrinelli. Li portavamo in tasca pronti all’estrazione appena se ne presentava il caso. Riempivamo le piazze, le strade, i portici della nostra bella Bologna.
Quello che accadde in un mese di maggio sul suolo francese non lo si può descrivere se non lo si è vissuto. Se non abbiamo partecipato. De Andrè cantava affermando che anche se voi non c’eravate eravate comunque coinvolti, per sempre coinvolti: mentiva. Cercavamo e al contempo indicavamo la via di uscita da una forma di società che non sentivamo nostra, una società appena uscita dal disastro della guerra, una società che ci indicava a forza la via del successo, del denaro, dell’eterno sorriso.

Con il passare del tempo, con il peso della vita che cresceva, con il desiderio di qualcosa di nostro, qualcosa da tanto atteso, qualcuno di noi indossò la camicia, azzurro chiaro o bianca, giacca e cravatta. Il meccanismo ci aveva presi. Noi avevamo perso e “loro” vinto. Diventammo così preziosi tecnici, medici, ingegneri, operai specializzati e poi insegnanti, infermiere, segretarie, casalinghe. Il benessere, sempre non di tutti e quello vero di troppo pochi, ci aveva affascinato e imparammo così ad approfittare di tutto ciò che stava intorno a noi, senza curarci del danno arrecato, del danno protratto, consumato, sprecato. Del tutto inutile. Non ci siamo resi conto che mentre mangiavamo, ingordi, tutto attorno a noi cresceva la fame, la fame della peggior specie, quella della terra che ci ospitava, dell’acqua che ci dissetava, dell’aria che ci piaceva respirare. Saramago la chiamava “Cecità”: il non vedere ad occhi aperti.

Qualche tempo fa una minuta ragazzina dallo sguardo serio e profondo ha deciso di sedersi sui gradini della piazza della sua città per informarci che il mondo stava per morire, che le stavamo rubando i sogni: i sogni valgono molto più della vita in quanto essenza della vita. Non c’è forma di vita in assenza di sogni.
Qualche mese fa, qualche settimana fa, ieri, eravate in centinaia di migliaia occupando strade e piazze. Ben in alto i vostri cartelli e forti e chiare le vostre voci a chiedere di finirla di ignorare e, finalmente, di iniziare a comprendere, a partecipare, a condividere. Basta con il distruggere e l’impossessarci di tutto per finire poi chiusi nelle nostre case, nelle nostre stanze vuote. Sono arrivate le promesse, le parole dei potenti di tutto il mondo (escluso qualcuno un po’ troppo biondo…): si parla di un nuovo risveglio, di coscienze ridestate, di impegno forte e chiaro. Non ve ne abbiate a male, ma queste parole devo averle già sentite, alcuni anni fa e ci avevo pure creduto, qualche volta. Forse troppe volte.
Attenti perché temo che il Gianbattista, uomo di qualche tempo fa ma di vista lunga, abbia scritto il vero, che il lupo perde il pelo ma non il vizio, che l’uomo è la bestia più stupida presente sulla terra e pensare che qualche buontempone ama distinguere l’uomo dalle bestie! Quasi una bestemmia. Questa volta mi sento coinvolto, colpevole e coinvolto. Più colpevole che coinvolto. Desidero sperare che voi tutti sappiate fare molto meglio di me: in fondo non ci vuole poi molto. Non mi resta che augurarvi e ordinarvi: “Hasta la victoria siempre! Anche questa devo averla già sentita da qualche parte…

(Mauro Magnani)