Imola. Era il 1971 quando Bruno De Franceschi, artista del Coro del Teatro Comunale di Bologna, nato a Budrio, ma residente a Imola dal 1970, riuscì a coronare il sogno di incontrare Ebe Stignani. “Casualmente venni a sapere che la Stignani abitava a Imola, la cercai perché volevo che mi autografasse alcune opere da lei interpretate”. Nacque così una grande e intensa, seppur breve, amicizia.

Ebe Stignani alle scuole Carducci di Imola, concerto per i feriti di guerra (1941)

Ed è stato casuale il mio incontro con Bruno, grazie all’amico Maurizio, che un giorno mi disse: “Ho conosciuta una persona eccezionale, te la voglio presentare”. Nel giro di qualche settimana ci ritrovammo seduti sul divano di casa sua ad ascoltare una storia bellissima. Anzi due storie. Perchè, se da una parte c’è la storia di un’amicizia, quella tra De Franceschi e la Stignani, dall’altra c’è un’altra storia che merita di essere raccontata, quella di Bruno. Due storie in una.

Bruno De Franceschi

La storia di Bruno De Franceschi
“Ho poco da dire su di me – inizia così il nostro dialogo, ma se continuate a leggere queste righe capirete che è una piccola bugia -. Sono nato a Budrio. All’età di 15 – 16 anni mi avvicinai alla Corale ‘Vincenzo Bellini’ di Budrio. Fu il direttore a convincermi a studiare: ‘Bruno, tu hai dei numeri, prova a studiare’. Così finii a Bologna con il Maestro Marchesi, poi nel ‘65 vinsi il concorso per artista del Coro del Teatro Comunale e da allora ho sempre lavorato lì fino al 1994”.

Artista a tutto tondo, De Franceschi alternava l’attività del Coro con una sua seconda grande passione, il Lied tedesco. “Avevo una sorta di seconda attività artistica, parallela a quella del Comunale. Mi ero specializzato nel Lied tedesco (canzone per voce e pianoforte o orchestra), un genere musicale nato e sviluppato in Germania. Il più prolifero in questo genere è stato Schubert, ma vi si sono cimentati in tanti. Io ho avuto un certo successo con i Lieder di Brahms perché erano vicini al mio modo di esprimere il canto. E’ chiaro che la priorità era il Comunale, non dovevo mai mancare né alle prove né agli spettacoli. Al limite potevo chiedere qualche permesso durante le prove di sala, ma a quelle di palcoscenico, alle generali e alla recita non potevo mancare”.

Una passione nata “grazie ad un Maestro che teneva dei corsi sul Lied a Mantova, e mi convinse a partecipare alle sue lezioni. Nel tempo ho fatto parte di un complesso che aveva sede a Venezia. Per anni tutti i lunedì, giorno di riposo del Comunale di Bologna, andavo in Laguna a studiare. Eravamo una formazione particolare con un nostro repertorio: quattro voci reali, soprano, mezzosoprano, tenore e basso e facevamo i Lieder a quattro voci più un pianoforte a quattro mani, suonato da due ragazze. Abbiamo lavorato alla Fenice, ma anche in parecchie città europee e abbiamo fatto concerti alla radio svizzera. Allora noi pensavamo di potere introdurre nei concerti in Italia il Lied tedesco, ma purtroppo non ha mai avuto grossa fortuna”.

Ebe Stignani al Covent Garden di Londra durante l’Aida

E a Venezia Bruno trova una terza passione. Quella per una città “che mi è rimasta nel cuore, l’ho vista con l’acqua alta, con l’acqua bassa, con la neve, il sole, la pioggia, l’ho nel cuore per la sua fragilità, per la sua aria malinconica che trasmette tristezza. Con la bassa marea questi canali semivuoti, queste mure vecchie mi entravano nel cuore, poi arrivi in piazza San Marco e trovi il massimo dello sfarzo e della bellezza. A me piace molto conversare, la compagnia, stare a tavola, ma di fondo il mio carattere è malinconico, e Venezia assecondava questa mia inclinazione. La Fenice, prima che bruciasse, era una bomboniera, ma cantare spesso lì dentro diventava un po’ pesante, cosa che invece non succedeva al comunale di Bologna, così bello e così sobrio”.

I ricordi si rincorrono uno dopo l’altro. Il rapporto con i colleghi, con i registi, con le “star” e il lavoro, difficile, di corista, le amicizia.

Maria Callas ed Ebe Stignani al Covent Garden di Londra durante la “Norma” (Foto Roger Wood, 1942)

“A volte si ha l’idea che trattare con un artista di primo piano sia molto complesso, ma nella realtà non è così. Verso di noi coristi c’è sempre stato il massimo rispetto, non ricordo alterchi importanti. Poi un attimo di frizione poteva capitare, ma tutto rientrava in una discussione normale di lavoro. Dal teatro di Bologna sono passati tanti artisti, con i registi e con i direttori d’orchestra solitamente avevamo un ottimo rapporto, anche perchè il coro è comunque un personaggio nell’opera. E fare il corista è molto, molto più difficile che il solista, perché nel coro cento persone debbono fare esattamente, nella stessa frazione di secondo, la stessa nota, ognuno nella sua parte, ma nessuno può andare per conto proprio. Il solista può permettersi una certa libertà, può prolungare una nota, accorciarla, ha delle libertà, il corista non le ha. A volte in quello che si dice sul teatro c’è anche un po’ di fantasia. Ad esempio, si scrisse molto sulla rivalità tra la Callas e la Tebaldi, in realtà era più un’invenzione giornalistica, da loro assecondata perché magari portava notorietà ad entrambe”.

E non mancavano anche momenti divertenti: “Al Masini di Faenza si faceva la Tosca con Magda Olivero. Quando si va in trasferta usa la, così chiamata, ‘prova di acustica’. Ascolti e ti regoli per capire quanto volume dare alla voce. Eravamo già tutti in palcoscentico, dirigeva il Maestro faentino Ino Savini, arrivò sul palcoscenico e disse, così in dialetto, ‘O burdèl, Vu a la savì, me a la sò, a sa vdè stasira’ (Ragazzi, voi la sapete, io la so, ci vediamo stasera)”.

Tra le soddisfazioni maggiori che Bruno ricorda è la stima “che mi hanno sempre accordato i Maestri. Una volta si faceva la Traviata a Bologna con un regista francese, quando ci furono le presentazioni in palcoscenico, lui disse: ‘Io ho bisogno del signor Bruno De Franceschi’- Mai visto e mai conosciuto. Mi feci avanti. ‘Guardi che ho parlato con un mio collega e mi ha detto di affidarmi a lei’. Certo, una soddisfazione, ma anche imbarazzo rispetto ai miei colleghi”.

Ogni opera era capace di trasmettere emozioni, “certo che le opere corali, dove il coro diventa protagonista, come ad esempio il Nabucco con il “Và pensiero”, che secondo me è il coro più bello che sia mai stato scritto, mi davano molta soddisfazione”.

E poi le amicizie: “Nel coro dove c’è la massa si creano delle affinità, tratti tutti con rispetto, educazione e amicizia, però con qualcuno sorge un qualcosa di più. Ho avuto la fortuna di essere sempre stato benvoluto da tutti, ancora oggi, che da oltre trent’anni non frequento più il teatro, ricevo spesso telefonate di ex colleghi e colleghe che mi sentono volentieri”.

Ebe Stignani e Bruno De Franceschi

Il rapporto con Ebe Stignani

Ebe Stignani, concerto Martini e Rossa Sanremo (1954)

Ed ecco che da dentro alla storia di Bruno, emerge un’altra storia, quella del suo rapporto con la grande mezzosoprano. “La prima volta che incontrai Ebe Stignani fu nell’estate del ‘71, negli ultimi anni della sua vita. Avevo alcune opere da lei interpretate e desideravo avere un suo autografo. Non la cercai prima perchè non sapevo che abitasse a Imola, la conoscevo come grande artista, ero convinto che abitasse a Milano. Quando arrivai, lei era lì in cortile che mi aspettava. Mi disse: ‘Mi congratulo per la puntualità e la sua gentilezza’. Andai in casa, fece gli autografi dicendo: ‘Non amo molto parlare di quello che sono stata’. Dopo aver chiacchierato per un’oretta la lasciai: ‘Ritorni, ho piacere di incontrala ancora’, fu il suo saluto. Per la verità le ho fatto solo tre visite, però ci siamo telefonati moltissime volte. E debbo dire che era quasi sempre lei che mi chiamava, io temevo di disturbarla. Non amava molto parlare del suo lavoro. Parlavamo di teatro in generale, di quello che succedeva in giro per il mondo in particolare sulle vicende artistiche. Mi parlò dei suoi rapporti con la Callas che non erano idilliaci, non per un fato personale, ma perchè secondo lei la Callas (soprano) aveva un timbro di voce che non si amalgamava con la sua (mezzosoprano)”.

L’ultima visita De Franceschi la fece poco prima che morisse. “L’ultima volta che la vidi mi resi conto della sua sofferenza, aveva problemi di cuore. Purtroppo è morta molto giovane”.

Ebe Stignani al pianoforte

De Franceschi non lo racconta, ma a chi legge il suo libro “Ebe Stignani – Una voce e il suo mondo” non può sfuggire questo particolare. Il 6 ottobre 1974 mentre stava tornando da Milano dove aveva partecipato ad un concerto, Bruno apprese dalla radio della morte improvvisa della Stignani, restando sconvolto. Il giorno dopo telefonò alla famiglia e gli dissero che la salma si trovava nell’abitazione. Quando arrivò fu ricevuto dalla contessa Elena Codronchi – Torelli e quando, dopo un po’, i presenti furono invitati a lasciare la stanza per consentire ai famigliari di rendere privatamente l’ultimo saluto alla loro cara, la contessa Elena lo fermò e gli disse: “Lei può rimanere”. “Più volte mi aveva manifestato il piacere di dialogare con me. Nelle lunghe telefonate mi parlava di tante vicende artistiche, chiedeva del mio lavoro, del mio rapporto con la musica – continua a raccontare De Franceschi -. Lei era abilitata a insegnare canto corale e a dirigere un coro, quindi sapeva bene cosa significava stare in un coro”.

Il libro “Ebe Stignani – Una voce e il suo mondo”
Alcuni anni dopo la sua scomparsa, De Franceschi fu cercato da Alfredo Taracchini, allora direttore del teatro comunale di Imola. “So che hai avuto rapporti di amicizia con la Stignani – mi disse -, scriveresti un pezzo da inserire nel programma di sala del Teatro Comunale di Imola, dedicato appunto a Ebe Stignani”.

Da questa semplice telefonata partì un percorso che portò alla nascita di un libro. “Questo scritto, non so come, capitò nelle mani del critico torinese, scomparso nel 2016, Giorgio Gualerzi che conoscevo. ‘Bruno perché non lo arricchisci e ne facciamo un libro’. Accidenti hai detto niente. Ci pensai un po’, presi contatto con la famiglia e dissi che ero tentato. Mi misero a disposizione ciò che avevano. Il mio lavoro in teatro mi aiutò nel contattare persone che poi hanno scritto un loro ricordo e, a loro volta, mi hanno presentato altre persone. Ho così raccolto una montagna di informazioni che, però dovevano essere verificate. Iniziai così una ricerca attraverso gli uffici stampa di tutto il mondo, contattai persone appassionate. Ci misi circa due anni a sistemare il materiale in modo che potesse stare in un libro”.

Ebe Stignani al Teatro della Scala durante “L’arlesiana”

Un lavoro complesso, un documento storico, un saggio, non certamente un romanzo. “Di mio dico poco della Stignani, ho voluto mettere in evidenza ciò che dicevano allora i critici musicali. Ho ricostruito una cronaca dettagliata di tutta la sua carriera, dalla nascita, passando per gli studi fino ai suoi spettacoli. Viene riportato il suo repertorio, la discografia, i premi vinti. In questo lavoro la sua vita si incrocia con ciò che stava succedendo in quei tempi nel mondo artistico. Il libro si conclude con gli scritti di chi l’ha conosciuta, grazie ad una idea lanciatami dalla mezzosoprano Gianna Pederzini”.

Nel 1980 il libro vide la luce e fu presentato in prima nazionale al Teatro Comunale di Piacenza. Serata condotta da Giorgio Gualerzi, alla quale parteciparono il soprano Gina Cigna e il mezzosoprano Elena Nicolai https://it.wikipedia.org/wiki/Elena_Nicolai . “E’ un libro completo, unico nel suo genere. Chiaramente ciò che manca è la discografia più recente, infatti in questi anni sono usciti molti live”.

Il libro è stato venduto, ma molte copie sono state donate ai teatri, agli artisti. “Una sera cantavo a Bologna, il direttore di scena mi chiese di andare nel camerino della Marilyn Horne, contralto e mezzosoprano statunitense. ‘Il libro è molto bello mi disse -, ma perché non fa un concorso’. In quegli anni non fu possibile, ora l’idea è stata raccolta da Luca Rebeggiani, attuale direttore del teatro Ebe Stignani di Imola e da due anni si svolge il concorso canoro a lei dedicato”.

La nostra chiacchierata va a concludersi, non senza però aver strappato a Bruno una parola sui nostri tempi. “Noi non ci rendiamo conto del valore che ha la nostra musica, ancora esportiamo opere in tutto il mondo, purtroppo la cultura oggi è bistrattata. E’ subentrata la politica ha rovinato tutto. Berlino ha quattro orchestre, in Italia l’ultima orchestra è al San Carlo di Napoli e poi c’è poco o nulla. Torino aveva un coro, due orchestre della Rai più quella del teatro, ne è rimasta solo una della Rai. Le voci di oggi non sono quelle di allora, ma tutto il teatro è cambiato. Io sono entrato in teatro con tanta gioia, ma forse con la stessa gioia ne sono uscito”.

(Valerio Zanotti)

Ebe Stignani: il ricordo di Bruno De Franceschi
Ebe Stignani è nata nel 1903 a Napoli da genitori di Bagnacavallo (RA) che si erano trasferiti al sud perché il padre aveva trovato lavoro come panettiere.

Ebe Stignani nella locandina del Carnegie Hall di New York

La Stignani è stata una cantante di valore storico, un mezzosoprano di una vocalità decisamente superiore, da essere considerata il punto più alto di un periodo fortunato e ricco di presenze sulle scene di splendide voci di mezzosoprano. Mancava un poco nel gioco scenico piuttosto statico e convenzionale, ha sempre evitato movimenti troppo drammatici o eccessivi quando questi avessero compromesso la fonazione della voce, con la quale, un giorno mi disse, ‘volevo rendere ciò che il personaggio doveva esprimere’. Musicista al servizio della musica ricordo che la Stignani era diplomata in canto, pianoforte e armonia. Non scese mai a compromessi, mai aggiungeva o toglieva nulla di quanto indicato dall’autore per ottenere maggiori successi. Era nemica della facile popolarità.

La carriera di questa artista non è ricca di aneddoti o episodi particolari, la sua serietà professionale non ha mai provocato dissensi con i Maestri o i colleghi, di lei è rimasta proverbiale la puntualità alle prove, la precisione e perfezione di esecutrice, l’umiltà verso il proprio lavoro.

Fuori dalla scena, pur essendo una donna profondamente umana, dotata di una straordinaria intelligenza e di grande sensibilità, non famigliarizzava facilmente, temperamento riservato, schivo alle adulazioni e non incline allo scherzo, partecipava raramente a quelle manifestazioni mondane, che le venivano offerte dalla celebrità acquisita. Carattere dolce, ma nel contempo sorretto da una caparbia fermezza di intenti, che la mantenne anche quando fu acclamata e idolatrata dal mondo intero. Significativo è quanto disse di lei Arturo Toscanini: ‘Ebe Stignani è la sacerdotessa della musica’.

Ebe Stignani premiata alla Scala di Milano, dopo il ritiro dalle scene (1974)

Dopo il ritiro dalle scene la cantante prende stabilmente dimora a Imola, dedicandosi completamente alla famiglia. In teatro appare raramente, declina anche numerosi inviti a partecipare nelle giurie di vari concorsi lirici. Troncare con il palcoscenico, con il suo pubblico, era stata una decisione necessaria. Dopo essersene allontanata non volle più contatti con quell’ambiente dove per oltre trent’anni era stata acclamata protagonista”.

Il libro
Ebe Stignani – Una voce e il suo mondo. Saggio, cronologia e discografia di Bruno De Franceschi. Impaginazione della documentazione fotografica e collage di Pier Fernando Mondini.Ed. Grafiche Gaelati, Imola 1980

Le immagini dell’articolo sono tratte dal libro “Ebe Stignani – Una voce e il suo mondo”.