Il 29 settembre ci ha lasciati il Giuseppe Campos Venuti, professore e architetto, uno dei padri fondatori in Italia, dopo la fine della seconda guerra mondiale, della nuova politica urbanistica da lui definita “urbanistica democratica riformista” ricollegando il nostro paese alle esperienze più avanzate in Europa dai noti paesi scandinavi più la Danimarca e l’ Olanda.

Giuseppe Campos Venuti (Foto tratta da Wikipedia)

Campos Venuti fu chiamato da Dozza a Bologna nel 1960 come assessore all’Urbanistica e subito rivoluzionò il vecchio Piano regolatore della città, che prevedeva un incremento di abitanti fino ad un milione quando tutta la provincia di Bologna contava appena 800 mila abitanti. Sulla base di quella innovazione dell’urbanistica bolognese cominciò una nuova stagione di pianificazione in tutte le principali città emiliane romagnole da Modena a Reggio Emilia a Rimini.

Campo Venuti a Imola
Anche Imola a metà degli anni 60 affidò ad un gruppo interdisciplinare di urbanisti, economisti, sociologi la redazione del nuovo piano regolatore della città. Campos coordinò il gruppo che aveva il compito di redigere prima il piano intercomunale dei 7 comuni dell’imolese e poi i piani regolatori di tutti i comuni Imola compresa.
Purtroppo gli ostacoli frapposti dalla Prefettura, sulla base della vecchia legge urbanistica promulgata da Mussolini nel 1942 (e in larga parte ancora vigente), bloccò questo processo. Di conseguenza fu sospesa la elaborazione del piano intercomunale e si passò alla redazione dei nuovi strumenti urbanistici del 7 Comuni. Imola anticipò la elaborazione del nuovo piano regolatore che fu approvato in consiglio comunale alla fine del 1969. Campos fu l’autore della strategia che portò alla costruzione della nuova Imola in cui oggi viviamo.

Alla base della strategia urbanistica ci fu la scelta del sindaco Ruggi, della sua giunta e della maggioranza Pci/Psi, di fondare lo sviluppo futuro di Imola da città ospedaliera (due manicomi, un ospedale civile e il sanatorio di Motecatone) e ancora legata all’economia agricola a città industriale-artigianale. A questa strategia economica corrisposero le scelte urbanistiche finalizzate a migliorare la qualità della vita dei cittadini nell’abitare, nel lavoro, nella crescita dei servizi alla persona mancanti e di quelli generali per la collettività, come la sanità, l’istruzione secondaria e la mobilità.

Il nuovo Prg di Imola
L’operazione del nuovo piano iniziò affrontando alla radice l’analisi del patrimonio edilizio esistente per colmare l’arretratezza delle informazioni catastali e della cartografia di base. Fu un lavoro enorme perchè il territorio venne diviso in 495 “schede di isolato” che coprivano tutto il costruito in città, nelle frazioni e nei gruppi edilizi appena consistenti nella restante zona agricola. Inoltre fu analizzata la superficie occupata e libera dell’isolato, il volume, la densità, oltre alla destinazione funzionale dell’edilizia privata e pubblica.

Una ricerca preziosa che Campos utilizzò come modello per le future analisi degli altri piani della regione. Anche ad Imola il ridimensionamento equilibrato delle previsioni private fu la prima caratteristica del piano, specialmente per la residenza che, malgrado l’elevatissimo trend delle costruzioni realizzate negli ultimi dieci anni, fu limitato a non più di 26 mila nuove stanze (contro una previsione del precedente Prg del 1954 che prevedeva una città di 100 mila abitanti). Di queste nuove aree edificabili però oltre il 40% era destinato ad occupare la grande quantità di lotti non utilizzati nello sviluppo del primo dopoguerra, con l’obiettivo di compattare il tessuto urbano.

Assai impegnativa fu la scelta per i nuovi servizi pubblici per sostenere la strategia economica di base, allora certamente carenti, applicando uno standard di 25 metri quadrati per abitante relativo alle urbanizzazioni primarie e secondarie e 50 per quelle di livello urbano. La previsione dei piani particolareggiati di iniziativa privata da adottare nelle zone di espansione, allora poco diffusi nei comuni medio grandi come Imola, consentì di rendere obbligatorie la cessione gratuita delle aree per le urbanizzazioni primarie e secondarie, lasciando al Comune solo l’esproprio oneroso dei servizi urbani.

Il disegno del piano contrastò anche in questo caso la crescita lungo la via Emilia, disponendo lo sviluppo in prevalenza lungo un nuovo asse viario nord-sud che aggirava il centro storico e oltrepassava la ferrovia per servire a nord l’espansione industriale, mentre a sud indirizzava l’espansione residenziale sulle aree pedecollinari della Pedagna.

Inoltre, nell’area attraversata dall’asse attrezzato tra la via Emilia e la Ferrovia fu prevista una vasta area destinata ai cosiddetti servizi e strutture terziarie, ma purtroppo tale previsione fu cancellata ad eccezione della costruzione dell’ipermercato Coop, e le restanti aree furono occupate da insediamenti residenziali. In tali aree avrebbero potuto trovare migliore collocazione i cosiddetti quattro nuovi grattacieli imolesi costruiti a lungo via Lasie e uno a ridosso dell’autostrada (quest’ultimo inspiegabilmente inutilizzato da una ventina d’anni. In conseguenza fu cambiata l’espansione a macchia d’olio delle aree residenziali previste dal vecchio Prg del 1954.

 

La bretella nel punto dove si interrompe

L’asse attrezzato
L’asse attrezzato era previsto a quattro corsie da sud a nord partendo dalla Montanara- Pedagna all’autostrada e da est a ovest con un collegamento all’altezza della prima rotonda di via Primo Maggio fino alla Selice, e di qui fino alla via Lughese per rientrare poi nel quartiere Campanella e sbucare sul nuovo ponte sul Santerno. Purtroppo quel progetto che, dove era possibile, in particolare lungo la via Primo Maggio, era protetto da una fascia di rispetto di 20 metri per parte, in grado di ospitare in futuro sia piste ciclabili sia una zona boscata, con il divieto di accessi, se non indiretti, alle varie attività che si sarebbero insediate lungo questa struttura viaria, non fu rispettato.

Nel Prg del 1969 fu tolto la collocazione del nuovo ponte perchè ritenuta troppo futuristica e rinviata nel tempo. Purtroppo con il secondo piano regolatore del 1989, il terzo del 1999 e l’ultimo del 2013, l’asse attrezzato è stato via via modificato diventando una strada urbana, salvo il nuovo tratto dalla Pedagna alla via Emilia, con una riduzione a due delle quattro corsie dalla via Emilia alla ferrovia, e da via Primo Maggio fino a via Lasie a una sola. Inoltre fu soppressa l’area di rispetto rendendola edificabile. E quell’idea di asse attrezzato fu stravolto definitivamente con lo spostamento dell’attraversamento est – ovest, previsto nell’ultimo Prg, a ridosso dell’autostrada per congiungerlo alla via Lughese e poi al nuovo ponte sul Santerno.

Queste scelte hanno ridotto la capacità di mobilità dalla Pedagna all’autostrada e invece di ripensare e riprogettare di nuovo tutto il sistema si discute di come deve essere “la bretella”dalla Montanara – Pedagna al nuovo tratto costruito, dimenticando tutte le strozzature esistenti dal ponte della ferrovia alla via Primo Maggio e alla mancanza di un collegamento est-ovest.

Per questo ultimo aspetto sarà di grande aiuto il nuovo casello a Toscanella e a Castel Bolognese che drenerà il traffico che oggi grava su Imola e sulla vecchia circonvallazione. Ma il piano regolatore redatto da Campos, con la collaborazione dell’Ing. Morelli e approvato prima da tutto il gruppo dei tecnici incaricati e poi dal Consiglio comunale nel 1969, non si limitò solo a queste scelte fondamentali, ma cercò di realizzare una diffusione dei servizi sociali come sopra descritti, tutelò il centro storico fra i meglio conservati, salvo distruzioni immotivate pubbliche e private (ad esempio, l’Istiuto autonomo case popolari di Bologna distrusse il complesso conventuale rinascimentale collocato nell’angolo tra via Manfredi e via Cavour, mentre i privati demolirono l’edificio medioevale per far posto alla sede dell’Unicredit e l’edificio antico per la sede della banca cooperativa).

Le tutele
Inoltre fu estesa la tutela delle zone collinari dopo il boom delle pseudo case coloniche consentite dalla legge nazionale su 10 mila metri quadrati di terreno, la tutela dell’intera zona all’nterno dell’autodromo destinata all’ampliamento del parco delle Acque Minerali e delle aree agricole di particolare pregio ambientale come, ad esempio, la fascia fino al Piratello, quelle attorno alla Villa di Montericco e quelle di pregiato valore agricolo produttivo.

Non furono dimenticate tutte le frazioni che ebbero la stessa dotazione di servizi previsti per la città. Purtroppo oggi abbiamo dovuto registrare in tutta Italia una distruzione enorme di territorio agricolo produttivo, negli ultimi sei anni abbiamo cementificato un’area vasta come la Lombardia che avrebbero potuto assorbire 300 mila tonnellate di carbonio e di produrre tre milioni di quintali di prodotti agricoli e ventimila quintali di legna, bloccando l’infiltrazione di oltre 250 milioni di metri cubi di acqua piovana che non finiscono più nelle falde.

Imola, purtroppo, in Emilia Romagna è tra le prime città come consumo di suolo agricolo. E a tutt’oggi nonostante la nuova legge urbanistica della nostra regione non si intravede ancora una controtendenza e tanto meno una politica di riqualificazione delle periferie e delle zone degradate dall’abbandono produttivo e commerciale.

L’edilizia popolare
Il contributo di Campos non si fermò al ridisegno dello sviluppo territoriale della città, ma per combattere la rendita fondiaria e sottrarla al vantaggio privato, furono destinate al massimo consentito dalla legge numerose aree, in particolare nella nuova zona di espansione della Pedagna, per l’edilizia economica e popolare a favore sia delle cooperative di abitazione, che degli Istituti autonomi case popolari e anche dei privati che si rendessero disponibili a convenzionare e prezzi di vendita delle abitazioni che avevano beneficiato di un terreno edificabile a valori agricoli.
Purtroppo alla fine del secolo scorso la magistratura ha retroattivamente cambiato i rimborsi ai privati espropriati portandoli ai valori di mercato con grave danno per chi aveva comprato la casa dalle cooperative di abitazione.

Gli imolesi che avevano comprato la casa nelle aree destinate all’edilizia economica e popolare non hanno subito questo danno perché, in sede di redazione del nuovo Prg, si ottennero nella Pedagna gratuitamente tutte le aree destinate a tale scopo, così come per le aree destinate agli insediamenti industriali e artigianali lungo la via Primo Maggio e la Selice furono acquisite dal Comune a prezzi agricoli dall’Ente ospedaliero che era proprietario di quasi tutte le aree destinate a quegli insediamenti. Poi le aree urbanizzate furono cedute dal Comune, al costo di acquisto e di urbanizzazione, alle attività produttive che si insediarono.

Non va dimenticato che in anticipo di 50 anni rispetto alla legge che ha introdotto la perequazione delle aree edificabili, Campos, sempre nell’ambito delle linee di sviluppo della città verso sud, propose al Comune di scambiare una destinazione residenziale in via Punta, di proprietà dei nobili Tozzoni-Serristori, con la cessione gratuita del parco e del bosco Tozzoni, nonchè dell’antico palazzo in via Garibaldi con tutto ciò che la famiglia aveva accumulato nei secoli.

Una nuova idea d’urbanistica
Alla base di questa politica urbanistica riformista c’era una concezione non statica della pianificazione urbanistica, da un lato collocata in una visione allargata di pianificazione alla dimensione comunale e regionale, dall’altro una pianificazione continua ma sempre dentro una visione strategica degli interessi generali della collettività, una pianificazione che Campos definì riformista recuperando il valore di questa concezione collegata ad alcuni principi di austerità nell’uso di un territorio finito e soggetto, soprattutto quello italiano in gran parte montagnoso e appenninico, ad un processo frequente di disastri ambientali tra i quali anche drammatici terremoti.

Con Campos scompare davvero un maestro dell’urbanistica che ha lasciato in eredità non solo i numerosi piani regolatori elaborati secondo la sua concezione urbanistica riformista ma anche la formazione di centinaia di studenti per 33 anni al Politecnico dell’università di Milano. Muore uno dei protagonisti dello sviluppo della nostra città, i cui amministratori, dopo gli anni 70, portano la responsabilità di non aver più coinvolto Campos Venuti nell’elaborazione dei tre successivi piani regolatori, che in parte ridimensionarono la qualità urbanistica del territorio imolese, alzando tra l’altro gli indici di edificabilità sia nel territorio urbanizzato sia in quello di espansione e perfino nel territorio agricolo.

Di ciò Campos si rammaricò sempre con il sottoscritto anche se io dal 1975 non avevo più alcun ruolo nell’amministrazione della città, impegnato in Regione come assessore all’Urbanistica e all’Edilizia. Impegno che si tradusse nelle seconda legge regionale sull’urbanstica definita “Tutela e uso del territorio risalente al 1978”. Un ruolo di assessore che avrebbe dovuto ricoprire Campos, dopo la sua estromissione dalla giunta di Bologna nel 1966. Quando fu eletto consigliere regionale nel 1970, invece di affidargli l’assessorato al’Urbanistica come tutti gli amministratori dell’Emilia Romagna si aspettavano, fu nominato solo presidente della Commissione Urbanistica e nel 1975 non fu più rieletto, ma soprattutto non fu mai coinvolto nella pianificazione territoriale ed economica della regione, salvo dal 1979 fino al giugno 1980 quando gli affidai l’incarico, assieme ad altri tre valenti urbanisti emiliani romagnoli: Piacentini, Ballardini e Pezzele, per la redazione dei quattro progetti territoriali: via Emilia, Cispadana, Appennino e Costa adriatica.

Purtroppo nel 1980 questo incarico cessò e solo il progetto appennino elaborato da Piacentini vide la luce, progetto che ancora oggi meriterebbe di essere letto e applicato. Con Campos finisce un’epoca gloriosa che lo ha visto protagonista anche in Europa con la redazione del Prg di Madrid, di cui dobbiamo come italiani vantarci. Con Campos finisce anche un metodo di lavoro che coinvolgeva sia i tecnici dei comuni, sia i cittadini, con la presentazione semplificata delle linee strategiche di sviluppo dei piani regolatori e quindi della città dove vivere meglio. Ma restano i suoi insegnamenti, la sua coerenza continua nel tempo, il suo rigore, la sua autorevolezza e la sua severità come tecnico e come amministratore nel perseguire gli interessi delle collettività locali e di quella regionale e nazionale.

(Cesare Baccarini)