Gli uomini non sono che cattivi pensieri in una giornata di malumore di Dio. (Kafka)

Guerre commerciali ce ne sono state sempre.
Rovinose sempre.
Per i duellanti che le scatenano e per chi si trova in mezzo per caso.
Come l’Italia in questo momento.
Un po’ come quella barzelletta:”babbo, babbo si picchiano”, “lascia che facciano”, “ma babbo si picchiano noi!”

I dazi, si poteva leggere settant’anni or sono negli scritti dell’economista liberale Luigi Einaudi, a quel tempo Presidente della repubblica, producono solo l’impoverimento di tutti.
Chi più, chi meno.
Non c’è un protezionismo buono, il nostro, e un protezionismo cattivo, quello degli altri.
L’aiuto alle proprie produzioni, con artifizi dissuasivi all’entrata e sostegni all’uscita è un modo di intendere le relazioni (non solo commerciali) fra le Nazioni.
Un’azione che inevitabilmente scatena una reazione.
Una spirale nella quale il più debole soccombe.

I dazi USA sui prodotti alimentari italiani ci dicono che nel mondo sognato dai sovranisti i più deboli siamo noi.
Che Trump è amico solo di Trump, Xi Jinping è amico solo di XI Jinping, Putin solo di Putin.
E che il contestatissimo accordo fra UE e Canada non è il peggiore dei mali possibili ma solo il rimedio possibile alle insidie di un commercio balcanizzato.
Padroni in casa nostra e servi in tutto il mondo non è la formula della felicità.

I ruggiti dei topi sovranisti di casa nostra confermano, se mai ce ne fosse bisogno, che solo degli sciagurati possono inneggiare, in nome di una italianità da operetta, ad un mondo pieno di barriere.
Materiali, daziarie o ideologiche.
Come l’idea di un chilometro zero unidirezionale, che vorrebbe il pomodoro cinese bandito dalle nostre tavole mentre quelle di Pechino si riempiono di arance siciliane.
A quattordicimila chilometri di distanza, per via aerea, che bene all’ambiente certo non fa.

Questa teoria filosofica a matrice ecologica, così ricca di significati nobili e di implicazioni progettuali, è troppo importante per essere ridotta a espediente commerciale in mano a persone senza principi.
Sovente incapaci di assolvere al meglio, nelle condizioni date, nelle forme possibili, le proprie funzioni.
Siano politicanti inopinatamente chiamati al difficile esercizio del governo oppure attori economici inadeguati a reggere una competizione mondiale sempre più aspra.
Impegnati a cercare vie di fuga auto assolutorie.

Individuate immancabilmente nella tirannia dell’Europa e del libero mercato, in un crescendo vittimistico che allontana dalla percezione della realtà e dalla soluzione dei problemi.
Ci vorrebbe un po’ di coerenza, di misura e, perché no, di decenza.
Se gridi prima gli italiani, comprese le merendine con ingredienti venuti da chissà dove, non devi stupirti se qualcuno replica prima i tedeschi, ai quali destiniamo tanta parte del nostro export.
O prima gli americani.
Prendendo a pretesto un air bus sostenuto con aiuti di Stato malandrini, o magari niente.
Per tutelare il giardino di casa.
Sparando nel mucchio.

“Io può” ci manda a dire Trump.
Noi, invece, non possiamo, noi “non può”.
E infatti subiamo, gridando all’ingiustizia, virilmente.
Chiediamo all’Europa compensazioni per i nostri produttori (in prevalenza emiliani) danneggiati.
Che va bene, ma non è la stessa cosa.

Perché un mercato perso è un mercato perso, non rimane vuoto, si riempie con un altro prodotto, con nuove relazioni economiche.
E vallo a riprendere…
Non ci sono compensazioni possibili.
Che oltretutto dopo un po’ finiscono.

La partita che si sta giocando è oltremodo complicata.
Non ci sono certezze, non ci sono ricette, non ci sono scorciatoie.
Bisogna mettere al bando la faciloneria, la demagogia, l’aggressività, la menzogna.
Chi guida questo gigantesco processo?

Dopo il tramonto dell’età dell’oro del capitalismo democratico, con il mutamento dei rapporti di forza fra politica ed economia, fra Stato e mercato che contrassegna dalla fine degli anni settanta il fenomeno della globalizzazione.
Come, con quali criteri ispiratori?
L’alternativa è fra un mondo dei pochi retto da regole imposte e un mondo di tutti governato da accordi multilaterali.
Passa di qui la reale sovranità dei Paesi più piccoli, altrimenti destinati ad un asservimento che confida nella benevolenza dei potenti.

“Noi non possiamo risolvere alcuno dei nostri problemi principali senza collaborazione mondiale- scrive lo storico Noah Harari- ma questa collaborazione induce molti a sentir minacciata la propria identità”.
Il sovranismo è la risposta sbagliata perché non è in grado di affrontare i grandi problemi e ha in sè una carica contrappositiva che configge con l’esigenza di una graduale integrazione dal basso.
Può sembrare paradossale ma per prenderci cura dei nostri connazionali, per essere bravi patrioti, dobbiamo essere globalisti.
Non dobbiamo chiudere le porte del mondo ma solo regolare meglio il traffico.
Più fiducia, più cooperazione, questo è ciò che serve.
Quella in corso è una guerra vera e propria, ancorché commerciale.
Dobbiamo adoperarci per spegnere il fuoco, non per attizzarlo.

“Si vis pacem para bellum” dicevano nella Roma imperiale, se vuoi la pace prepara la guerra.
Ma se riempi gli arsenali prima o poi usi le armi.
E ti puoi far male.
Meglio seguire l’indicazione di San Paolo :”Si vis pacem, para pacem”, se vuoi la pace prepara la pace.
E riempire il granaio della mente di semi di futuro in grado di attecchire sui terreni più aridi.

(Guido Tampieri)