L’uomo traccia sulla terra i confini apportatori di sventura (Lord Byron)

Sono passati 500 anni da quando, nel 1517, si diffonde inascoltata in tutte le lingue e presso tutti i popoli la “Querela pacis undique gentium eiectae profligataeque”, il “Lamento della pace respinta e schiacciata da tutte le Nazioni”.

“Il mondo intero è una patria comune- scriveva Erasmo da Rotterdam- che le bestie si attacchino l’un l’altra lo comprendo e lo perdono per la loro ignoranza… ma perché ci dividono tutti questi stolti nomi, quando il nome di Cristo ci ricongiunge?”.

Chi voglia ispirarsi alle radici cristiane dell’Europa è a queste fonti che deve abbeverarsi, alla straordinaria stagione di un umanesimo che è prima di tutto libertà interiore, che antepone l’umano

al patrio, che trasforma- scrive Stefan Zweig- il mero legame religioso della cristianità in un cristianesimo universale, nella dedizione di un operoso e umile amore per l’umanità.

Che un crocefisso appeso alle pareti delle scuole pubbliche dove dovremmo educare i nostri figli alla comprensione testimonia inutilmente agli occhi feroci dei padri di ogni etnia.

Troppa roba e troppo grande per pensare che i nuovi crociati sovranisti che si aggirano per l’Europa invocando Dio e servendo mammona possano capire.

E che ne possa comprendere il significato il loro confratello nazionalfascista di sponda musulmana impegnato in un’opera di pulizia etnica vigliaccamente, spudoratamente, schifosamente denominata “sorgente di pace”.

Sono quei momenti in cui anche un peccatore si augura che esista il Dio degli eserciti, che giorno verrà…

Sapere che toccherà anche a te non attenua il desiderio di una giusta punizione per i macellai che ad ogni latitudine hanno insanguinato il cammino dell’umanità.

Specie se non hai molto altro per esprimere lo sgomento, per fare qualcosa.

Che non siano solo parole di vana indignazione.

Non un intervento militare, che l’Europa è disarmata, in tutti i sensi.

Non chiedere ad altri di mandare a morire i loro figli, che di figli degli altri ne abbiamo già mandati a morte troppi, e troppe volte.

Gli ultimi erano curdi, cui abbiamo chiesto di combattere i terroristi al nostro posto.

Credevano di farlo anche per loro, per le loro famiglie, per la loro terra, per la loro libertà.

Hanno ricevuto in cambio tradimento e ipocrisia.

Abbiamo sospeso la fornitura di armi ai loro armatissimi assassini.

Dispiegato sul campo solo esercizi di bocca, nemmeno confortevoli.

Il timore che si legge nei comunicati ufficiali più che alle sofferenze del popolo curdo, che a malapena il ministro degli Esteri italiano menziona, quasi fosse il PD, è rivolto alla stabilità dell’area, a nuovi flussi di profughi, inequivocabilmente di guerra e dunque più difficili da respingere.

Siamo come anestetizzati.

Insensibili e paralizzati.

Anche l’arma delle sanzioni appare spuntata.

Se la volessimo usare, come Stato o in veste di consumatori, nei confronti di tutti i Paesi che violano diritti umani e politici, aggrediscono, perseguitano, seviziano popoli e persone, dovremmo predisporci all’autarchia.

Mangeremmo poco ma faremmo contento Salvini, che vuole solo prodotti italiani.

Il nuovo slogan nazional populista potrebbe essere “deficienti( nel senso che mancherebbe il cibo) in casa nostra”.

Tocca scherzarci su.

Per sopravvivere.

La mente vacilla nel veder riproposti i temi e riprodotte le condizioni che hanno originato le peggiori avventure del passato.

Regimi autoritari al governo di quasi tutte le grandi potenze, un revival nazionalista che contagia sia i Paesi e i soggetti sociali sfavoriti dalla globalizzazione sia quelli che ne hanno beneficiato.

La grande Russia, la grande Cina, la grande Turchia, alfine piegata la grande Serbia, si spera sepolta la grande Germania.

Tutto come un secolo fa, forse rifaremo la guerra dei trent’anni, come nel 1600, con armi un po’ più sofisticate.

Dopo, come diceva Einstein, ci ammazzeremo con le pietre.

Tutti i crimini peggiori vengono perpetrati inseguendo il miraggio della grandezza.

In nome della pace.

Gli orrori di due guerre mondiali avevano disposto gli animi alla conciliazione.

La festa è finita.

È quello che la concettosa lingua tedesca chiama zeitgeist, lo Spirito del tempo.

Che in questo tornante della storia spinge i popoli a cercare se stessi, il futuro, in un passato mitizzato che nemmeno conoscono.

Sovranisti di tutto il mondo, sbranatevi!

Quello cui stiamo assistendo non è il Clash of civilisation preconizzato da Huntington, che avrebbe una sua seppur tragica spiegazione storica, una sua, chiamiamola così, dignità culturale.

Questa è una malattia interna, una regressione mondiale dai principi di pace e democrazia che si erano diffusi nella seconda metà del secolo scorso, fino a farci salutare la caduta dei muri come l’alba di un’era di libertà e prosperità planetaria.

È il cozzo di caproni nazionalisti che si contendono il territorio, spingendo il mondo intero fuori dall’orbita della civiltà.

Quella occidentale per prima.

Quella di Erasmo da Rotterdam, di Michelangelo, di Paracelso, di Byron, di Goethe.

Nella quale è bello vivere e per la quale può valere la pena anche morire.

A Danzica come a Dunkerque, a Santiago come a Kobanê.

L’idea di una cittadinanza universale, di una patria planetaria che tutte le racchiuda, sembra entrata in crisi.

Stentiamo a comprendere, sostiene Morin, “ il valore della diversità nell’unità umana e, insieme, dell’unità nella diversità umana”.

Abbiamo delegittimato e svuotato, di prestigio e di poteri, gli organismi internazionali.

Tra le tante, questa è la prima colpa di Donald Trump.

Al quale, al di là dei modi e dei tempi, che sono truce sostanza nella vicenda curda, non va rimproverato tanto l’abbandono di teatri di guerra aperti da altri né il ripudio del ruolo di gendarme di un mondo multipolare ma il ritrarsi dalla responsabilità di costruire il nuovo edificio della convivenza mondiale.

È un quadro sconfortante.

Dio è morto e nemmeno io mi sento molto bene, direbbe Woody Allen.

Dopo questa concitata riflessione sono al punto di partenza.

L’anima non è più leggera.

Fiori in darsena per il popolo curdo ne ho portati anch’io.

Ma l’Isis, come tutti gli sterminatori di genti, è stato sconfitto con le armi.

Da un popolo in armi.

Come nel ‘45.

Come sempre.

Svuotare gli arsenali e riempire i granai, diceva il partigiano Pertini.

Non vedo oggi come le nostre aspirazioni a un mondo migliore possano realizzarsi.

Ma, come dice Morin, bisogna continuare a crederci, perché “il probabile non è il necessario e il possibile imprevisto può accadere”.

Questa insolita nota di ottimismo è il massimo che posso offrirvi.

(Guido Tampieri)