Bologna. In occasione della decima edizione della Leopolda (19 ottobre), l’ex segretario del Pd Matteo Renzi ha presentato la sua nuova formazione “Italia Viva”. La scelta di fondare un nuovo partito è stata fortemente criticata dai vecchi “compagni”, i quali hanno accusato il senatore toscano di approfittare di un’opportunità politica, per meri fini personali. In effetti, guardando ai pochi contenuti usciti dalla Stazione, il dubbio è lecito: per ora, non sembra esserci una visione armonica tra gli aderenti, né sul ruolo storico né, tantomeno, sui riferimenti di un partito in cui convivono ex Prc, ex Margherita, ex Radicali e via dicendo, da sinistra a destra e ritorno. D’altronde, alcuni potrebbero argomentare che l’era delle grandi ideologie è finita da un pezzo: per chi si vuole dedicare alla politica, ormai, sembra ben più proficuo seguire il carisma di un leader dinamico piuttosto che un barboso insieme di quadri, da riporre nelle cantine della Storia.

Senza dubbio, la pensano così Boschi, Rosato, Terranova e Migliore, solo per citare alcuni dei profili più noti di questo esperimento centro-centrico. Centro-centrico perché, nella visione del capo, IV dovrebbe dimostrarsi funzionale ad attrarre tanto i profili più “di destra” della sinistra, quanto i profili più “di sinistra” della destra. Da una parte, quelli che in passato hanno osteggiato la ricerca di un compromesso con Bersani e Speranza; dall’altra, quelli che si trovano più in difficoltà in una coalizione di destra che, giorno dopo giorno, si dimostra sempre più salviniana e melonista (in Umbria, storica regione rossa, il 50% in due). Renzi è convinto che lo spazio ci sia, e che allo stesso tempo non sia indispensabile un piano radicale per guadagnare la simpatia di chi, agli estremi, preferisce il tranquillo vivere. Il volto del leader, per il momento, rappresenta una garanzia sufficiente.

Alla ricerca di uno spazio d’azione è anche Nicola Zingaretti. A seguito del disastro umbro, il segretario del Pd non ha nascosto la necessità di individuare una nuova traiettoria per il centro-sinistra, quantomeno per il partito che maggiormente lo rappresenta. I dirigenti rimasti in seguito alla scissione saranno chiamati a fare il punto nella tre giorni di Bologna, in programma per metà novembre. Zingaretti auspica che l’appuntamento felsineo possa costituire un’occasione di rilancio per il Pd, ma soprattutto l’inizio di una ricollocazione all’interno della società italiana. Una speranza comprensibile, alla luce degli ultimi anni in cui il divario dalla base si è ampliato in modo inquietante. Il bacino elettorale che un tempo fu della sinistra guarda altrove, mentre lo stesso percorso dei dirigenti rende manifesta una debolezza strutturale: tre degli ultimi quattro segretari (Bersani, Epifani, Renzi) si trovano al momento in una formazione esterna al partito. Su una cosa, in fondo, si sono dimostrati d’accordo: trovare una nuova casa.

Ebbene, la tre giorni di Bologna si inserisce in questo contesto: ora sono i redivivi a dovere trovare una casa, una nuova casa. Non per loro, chiaramente, ma per quelli che finora ne sono rimasti alla larga.  Per quelli c’erano, che per un motivo o per l’altro, a un certo punto sono usciti a comprare le sigarette. Per le persone che sentono il bisogno di fare parte non di un partito, ma di un progetto. Di seguito, propongo un paio di riflessioni nel merito. Anzi, più che riflessioni, suggestioni; una serie di parole chiave su cui interrogarsi, per trovare e reinventare sé stessi. E lasciarsi alle spalle, finalmente, una crisi di identità durata 30 anni.

Classe
Un vocabolo quasi scomparso, ma dal significato centrale: la sinistra -ogni tanto bisogna rinfrescare la memoria- è la forza storica che si pone come obiettivo la rimozione delle disuguaglianze. Per questo, non esiste una sinistra che non si identifichi con le classi che stanno peggio. In un momento di disuguaglianze drammatiche, che riguardano tanto il tema economico quanto quello, inestricabilmente connesso, del riscaldamento globale e dell’inquinamento ambientale, sarebbe ora di tornare a parlare di classi sociali.

Pianeta e ambiente
Non c’è dubbio, poche persone hanno saputo imporsi così prepotentemente -dico in senso positivo- nel dibattito come Greta. Del resto, poche cose coinvolgono la specie umana quanto le sorti del pianeta: la battaglia di Greta è la nostra battaglia, è questa la sua forza. Ad ogni buon conto, si intenda “ambiente” in un significato più ampio, come tutto ciò che sta al di là della nostra singola persona. Le nostre relazioni, i luoghi in cui viviamo, il mondo digitale. Ovunque, qui dentro, le cose si muovono, a volte ordinatamente, a volte no. Quando le cose si muovono, lì è il caso di buttare un occhio e, per quanto possibile, di intervenire. La questione ambientale, quella femminista, quella razziale, ma non solo: non c’è battaglia che non possa fare parte di un programma di sinistra. In sostanza, pensare che tutto è ambiente.

Cultura e web
 Nel concetto di cultura vi è l’idea che l’uomo coltivi sé stesso. Allo stesso tempo, come si ricorderà chi ha visto il primo Benigni, c’è un nesso evidente tra culturale e ricreativo: lo stare assieme. Riconoscersi in una comunità, infatti, significa condividere allo stesso tempo interessi e svaghi, significa condividere una cultura. È questo, in fondo, il nostro ambiente comune. Risulta impossibile, pertanto, costruire un progetto senza condividere dei riferimenti culturali che siano in grado di occupare, in maniera stabile, un posto importante nella vita privata delle persone. Se si coglie questo sviluppo, sarà facile prendere a cuore anche la questione digitale. Per due motivi principali: in primo luogo, oggi la cultura è su internet. In secondo luogo, perché nella vita delle persone ci sono le app, i social e via dicendo. Di riflesso, nelle app, nei social e via dicendo c’è la vita privata delle persone. Sarebbe ora di occuparsi anche di questo.

(Alberto Pedrielli)