Ci sono narratori capaci di donare al lettore storie di grande respiro, in cui riescono ad intrecciare fili che conducono in direzioni diverse, con uno sguardo acuto sulla realtà che stiamo vivendo, punto d’arrivo transitorio dei secoli passati. Amitav Ghosh è tra questi, sicuramente.

Gun Island” (L’isola dei fucili) è il suo nuovo libro, uscito nel mondo anglosassone in giugno, potremo leggerlo in Italia tra qualche settimana: partendo dall’India la trama ci condurrà prima a Venezia, destinata forse a finire sott’acqua come il Bangladesh, in seguito a Los Angeles. Le antiche leggende bengalesi andranno a confrontarsi con la nostra attualità: i cambiamenti climatici, le migrazioni (a Venezia la maggior parte dei lavoratori è di origine bengalese, afferma l’autore), la globalizzazione e le tradizioni.

La grande Storia, le vicende personali dei suoi personaggi, il confronto tra natura e uomo, tra passato e modernità, tra Oriente e Occidente, tra ricchi e poveri, Ghosh è un maestro nel dare forma a questa vasta materia, senza perdere di vista il compito principale di un narratore: offrire una bella vicenda al lettore.

In “Gun Island” ritroveremo alcuni dei personaggi presenti ne “Il paese delle maree”, il romanzo ambientato nel Sundarban, l’immenso arcipelago di isole coperto dalla foresta di mangrovie che si estende fra il mare e le pianure del Bengala. Fu proprio durante la stesura del libro che Ghosh si accorse che i mutamenti geologici che vi avvenivano – un argine poteva sparire nell’arco di una notte, trascinando con sé case e persone – stavano diventando un cambiamento irreversibile, il segno di un ritrarsi delle linee costiere e di una continua infiltrazione di acque saline su terre coltivate, rendendo impossibile la vita degli abitanti.

La grande cecità
Questa consapevolezza lo ha condotto a dare alle stampe nel 2017 “La grande cecità”, che non è l’ennesimo saggio dedicato al cambiamento climatico: l’indagine riguarda se mai i motivi per cui la cultura non sia ancora stata in grado di lanciare l’allarme sul tema, non abbia creato un immaginario culturale potente come quello offerto dal capitalismo. “Una veloce decappottabile – un prodotto per eccellenza dell’economia basata sui combustibili fossili – non ci attrae perché ne conosciamo minuziosamente la tecnologia, ma perché evoca l’immagine di una strada che guizza in un paesaggio incontaminato; pensiamo alla libertà e al vento nei capelli; a James Dean e Peter Fonda che sfrecciano verso l’orizzonte; a Jack Kerouac e a Vladimir Nabokov.”

Questa cultura, così intimamente legata alla storia del capitalismo, è stata capace di raccontare guerre e numerose crisi, ma rivela una singolare, irriducibile resistenza ad affrontare il cambiamento climatico. Quando il tema del cambiamento climatico appare, infatti, in una qualche pubblicazione, si tratta quasi sempre di saggistica. La rara e fugace comparsa di questo argomento in narrativa è sufficiente a relegare un romanzo o un racconto nel campo della fantascienza. Che cosa è in gioco in questa resistenza? Un fallimento immaginativo e culturale che sta al cuore della crisi climatica?

Un occultamento della realtà nell’arte e nella letteratura contemporanee tale che “questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l’epoca della Grande Cecità”? (dalla scheda del libro).
La grande cecità, Neri Pozza, Tradotto da: Anna Nadotti, Norman Gobetti

Il paese delle maree
Ne “Il paese delle maree” le vite di Piya, biologa marina di origini bengalesi cresciuta negli States, Fokir, pescatore bengalese, e Kanai, traduttore di Calcutta saranno destinate ad incrociarsi nel Sundarban, dove i confini tra acqua dolce e acqua salata, fiumi e mare, terra e acqua vengono quotidianamente stravolti dall’incessante ritmo delle maree. Territorio in cui resistono non solo i delfini dell’Irrawaddy, soggetto di indagine da parte di Piya e compagni abituali per Fokir, ma anche un numero considerevole di tigri. Rischiose per la popolazione (dalle 20 alle 80 vittime per anno), presenze semidivine invisibili all’occhio umano, silenziose e sfuggenti quanto reali, di cui si intuisce la presenza scoprendo impronte ed altri segni nel terreno: tutto ciò genera una costante sensazione di paura, di essere sempre sotto lo sguardo dell’animale, temuto e venerato allo stesso tempo.

L’intreccio si arricchisce dunque dei temi cari all’autore, proposti in apertura di articolo. Ricerca delle radici, incontro tra culture, tra passato e presente…. Parallelamente, il suo sguardo si posa sul significato del linguaggio, della parola. Per Piya, la lingua bengali è sintomo di dolore, tale è il ricordo delle frequenti liti dei genitori in quell’idioma. Kanai invece ha abbandonato le proprie ambizioni per gestire con successo una agenzia di traduzioni, mentre Fokir si esprime con poche parole e nel dialetto locale.

Per dirla con le parole dell’autore: “I miei romanzi nascono tutti dalla suggestione di un’immagine. Durante una visita nell’arcipelago del Sunbardan sono rimasto colpito da una giovane donna americana di chiara discendenza indiana. Notai che viveva con un misto di fascino, stupore e sconcerto una terra che le appariva estrema, ma che in realtà era il paese dei suoi genitori. Era una giornata come quella che stiamo vivendo oggi a New York, con improvvisi cambiamenti meteorologici, e mi fece impressione la sua reazione di insicurezza. Ho cominciato a interrogarmi parallelamente sulla realtà più intima della cultura di quella terra sconosciuta per la stragrande maggioranza del pianeta, e come essa, paradossalmente e metaforicamente, assuma un ruolo centrale all’interno dei conflitti culturali dai quali oggi nessuno può fuggire.” (tratto da una intervista su la Repubblica)

“Il paese delle maree” diventa quindi un luogo di incontro, un fragile microcosmo che diviene simbolo e luogo reale della complessità e della bellezza del pianeta, dei confini inesistenti tra terra e mare.

La scheda
Piya è appena arrivata a Canning, l’ultima fermata per i Sundarban, l’immenso arcipelago che si stende fra il mare e le pianure del Bengala e che, secondo la leggenda, è sorto il giorno in cui la treccia del dio Shiva si è disfatta e i suoi capelli bagnati si sono sciolti in un immenso e intricato groviglio. Piya, giovane biologa marina nata in Bengala ma cresciuta negli Stati Uniti, è arrivata in questo dedalo di fiumi e foreste per scandagliare le profondità marine. Sui corsi d’acqua di mezzo mondo, Piya si è sempre sentita protetta dalla sua inequivocabile estraneità, dai suoi capelli neri corti, dalla sua pelle scura, dai suoi lineamenti delicati di giovane donna indiana. Qui, in un posto in cui si sente più straniera che altrove, sa che il suo aspetto la priva di ogni protezione. Per Kanai Dutt, invece, l’interprete diretto a Lusibari per decifrare un misterioso diario lasciatogli da uno zio, l’arcipelago è soltanto il paesaggio dove poter sfoggiare l’agilità e la prontezza del viaggiatore capace di cogliere istintivamente l’attimo. Soltanto per Fokir, il pescatore, i Sundarban sono il mondo. A bordo della sua barca, fatta di canne, foglie di bambù e fragili assi di legno, Fokir conosce ogni angolo di quest’universo, e sa che qui non esistono confini tra acqua dolce e salata, fiume e mare, terra e acqua, poiché quotidianamente le maree penetrano fin dentro le pianure del Bengala e foreste e isole intere scompaiono.
Il paese delle maree, Neri Pozzi (Traduzione Anna Nadotti)

Gun Island (L’isola dei fucili)
Bundook. Fucile. Una parola comune, ma che capovolge il mondo di Deen Datta ( ancora una volta è l’immagine collegata ad una parola il punto di partenza. Bundhook è usata tra Il Cairo e Calcutta, ndr). Commerciante di libri rari, Deen è abituato a una vita tranquilla trascorsa nel chiuso di un piccolo universo, ma quando le sue convinzioni un tempo solide iniziano a cambiare, è costretto a intraprendere un viaggio straordinario che lo porta dall’India a Los Angeles e Venezia , un percorso intricato attraverso i ricordi e le esperienze di coloro che incontra lungo la strada. C’è Piya, la ragazza bengalese-americana che mette in moto il suo viaggio; Tipu, un giovane imprenditore che apre gli occhi di Deen sulla realtà del mondo di oggi; Rafi, con il suo disperato tentativo di aiutare qualcuno nel bisogno; e Giacinta , una studiosa e storica di Venezia di fama mondiale, che fornirà il tassello mancante di questa incredibile storia.

“L’isola dei fucili” fornisce l’impietoso ritratto di un mondo sull’orlo di una trasformazione inarrestabile, un’apocalisse al rallentatore dovuta ai cambiamenti climatici. Ma è anche una grande storia di speranza, la storia di un uomo in cui viene riaccesa la fede nel futuro.
Amitav Ghosh, Gun Island (L’isola dei fucili), Neri Pozza