Quando la banda passò
volevo dire di no
Ma il mio ragazzo era lì
E allora dissi di si.
(Mina)

Se vi venisse il ghiribizzo di visitare il cimitero di Massalombarda, all’ingresso potreste leggere la frase “Fummo come voi, sarete come noi”.
Passato il primo momento di sgomento, il brusco richiamo alla caducità della condizione umana vi strapperà un sorriso.
Utile ad addomesticare la selvaticità dei nostri spiriti egoisti.
E magari a decifrare i codici di una politica persa dietro categorie autoconsolatorie che le precludono l’accesso alla realtà, rinchiusa nella prigione della propaganda.

Una delle letture correnti è che nel mondo della politica ci sia un altrove, migliore delle deprecate espressioni che assume a livello nazionale.
Identificato in genere con la dimensione territoriale del governo.
Così come ieri molti ritennero di rintracciarlo in un ricambio generazionale senza criterio che ha innalzato al rango di uomini di Stato, per restare fra le mura di casa, Lotti e Rosato.

Questa suggestione a costo zero, che non contempla la fatica della verifica, si fa strada, specialmente a sinistra, ogniqualvolta le cose appaiono troppo brutte per essere vere.
E ti costringi a credere, poiché non si può vivere senza speranze, non solo che possa essere altrimenti, ma che già, almeno in parte, lo sia.
Che, per dirne una, i Governatori delle Regioni siano tutti bravi (almeno fino a che non comprano mutande verdi, non finiscono in carcere come in Lombardia e in Veneto, non intrallazzano come in Umbria).
O che i Sindaci, a contatto con la gente, siano per ciò stesso, al di là dei loro talenti e dei loro atti, più sensibili e capaci di chi a Roma non lo è, o forse sarebbe meglio dire non lo è più, visto che in genere chi va in Parlamento e al Governo, a contatto un tempo c’è stato anch’egli.
“Fummo come voi, sarete come noi”, appunto.

Solo Salvini e i grillini tutti, hanno abitato subito e sempre solo i piani alti delle istituzioni, con annessi e connessi, poltrone e sofà compresi.
Renzi era sindaco a Firenze, Bersani presidente dell’Emilia-Romagna.
Il governatore Bonaccini aveva addirittura un piede in Regione e uno a Roma, nella Segreteria del Pd dimezzato, come il sindaco di Pesaro Ricci.
Erano sempre loro, nel bene e nel male, a meno di pensare a uno sdoppiamento della personalità lungo la linea ferroviaria che conduce alla capitale.
Il confine tra quel che ha valore e ciò che non lo ha non passa tra centro e periferia.

E i “nuovi” non sono poi così dissimili dai “vecchi”, di cui sembrano avere ereditato più i vizi che le virtù.
Travisare le cose non aiuta a mettervi ordine.
La verità è che i problemi a Roma sono gli stessi che ci sono a Bologna e a Ravenna: c’è un unitario, gigantesco, inaffrontato problema di selezione dei gruppi dirigenti secondo criteri di capacità, autonomia critica, responsabilità.
C’è da vent’anni.

Se il debito è cresciuto ancora, le risorse spesso vengono impegnate poco e malamente, il superfluo prende il sopravvento sul necessario, l’aria e l’acqua sono inquinate, la plastica ci sommerge, il territorio è coperto di cemento, la sanità barcolla, la burocrazia tracolla, non è solo per colpa dei Governi nazionali.
Qualche differenziata responsabilità ce l’hanno anche le istituzioni territoriali.
Fare i piani paesaggistici in Italia fu un’impresa titanica, e così i piani di bacino fluviali allorquando interferivano con i piani regolatori.
Non ci si inonda per caso.

L’attuale sindaco di Napoli non vale un’unghia del suo antico predecessore Maurizio Valenti, per non parlare degli ultimi sindaci di Bologna raffrontati a Zangheri o della tragica sequenza dei sindaci di Roma.
La Regione Emilia-Romagna di Bonaccini non funziona meglio di quella di Fanti, di Turci e nemmeno di Bersani.
I nostri concittadini non ne sono altrettanti fieri e i servizi, a partire da quelli della prima infanzia che ci portarono all’onor del mondo, ornavano il capo di questa civilissima regione molto prima dell’avvento della sua Giunta.
La sindrome del birillo di Foligno ha preso un po’ tutti, anche a sinistra.

L’io narcisista, imperativo, appropriativo, ha preso il posto del noi che abbraccia lo spazio e il tempo, e tiene assieme le molteplici espressioni di ogni comune avventura umana.
In Emilia-Romagna forse più che altrove.
Senza la resuscitazione di questo spirito solidale il problema non ha soluzione.
Le bandiere rosse che tanto ossessionano i renziani non c’entrano niente.
Non c’è nessun tesoretto di risorse umane nascosto.
I giovani non entravano nel Pd ieri e non lo fanno oggi.
Quelli che vengono non sono sempre i migliori.

Anche in casa Renzi, a giudicare da rughette e girovita, le dinamiche del rinnovamento sembrano piuttosto statiche.
Così la qualità della politica scade e un partito perde ancor più attrattiva.
Una spirale.
Dove i figli sono fatti a immaginare e somiglianza dei padri.
E la competizione più che sul rapporto con la società si gioca sul potere.
Da dieci anni state facendo un gran casino per niente.

Cara compagna Bellanova, che qualche bandiera rossa in mano devi pur averla tenuta.
Le “bande”, per fare la guerra, come le monete per risuonare, devono essere più d’una.
Ora, si da il caso che i duellanti storici non siano più a contatto da tempo.
D’Alema fa il vignaiolo, Veltroni lo scrittore, della Bindi e degli altri non si hanno più notizie e c’è solo da augurarsi che stiano bene perché, in fondo, erano brave persone.

La mitica “ditta”, d’altro canto, ha scelto la via dell’esilio qualche tempo fa e quindi, se era una banda, non esercita più, non nel Pd almeno.
La vostra, come vogliamo chiamarla, corrente di pensiero aliena da interessi e calcoli di potere? ha lasciato a sua volta il partito a seguito delle persecuzioni subite, e poi che parlo a fare, voi siete i buoni.
Zingaretti mostra ogni giorno la sua indole pacifista, con continui richiami, anche troppi , a un abbraccio ecumenico.
E allora, vien da chiedersi, cosa sono, chi sono le bande che oggi dilaniano il Pd e lo rendono un luogo impraticabile?
Non vi sfiora il dubbio che sia stata l’intera orchestra, che avete perfino diretto fino al crac al botteghino, a suonare una musica disarmonica?
Non c’è un Pd buono e un Pd cattivo.
C’è stato e c’è, se Zingaretti non avrà la capacità di dare un colpo d’ala, un Pd sbagliato.
Da rifare in gran parte.
Uomini e idee.
Persone capaci di concedersi a una dialettica feconda.
“Diamo la possibilità ad altri di fare meglio di questi”, dicevano i partecipanti alla prima Leopolda.
Dieci anni fa.
Quella sollecitazione è sempre valida.
Adesso ci sono le prove.
Non avete saputo fare meglio.

(Guido Tampieri)