Eccola lì, la silenziosa, l’appartata, l’immortale Venezia: la guardo ancora una volta insultata dalle acque, quelle acque che Lei ha dominato per tanti secoli ora sembrano reclamare il loro turno di vittoria, di rivincita, di dominio. Non so se ammirarla nella bellezza dei suoi colori e dei suoi angoli che si rispecchiano nelle acque che ora la possiedono o se piangere lacrime amare di stupidità, di ignoranza, di abbandono di noi stessi.Le sue calli, i suoi campielli, le sue rive e le sue stupende e uniche chiese costruite e affrescate dai più grandi geni e artisti che umanità abbia conosciuto ricevono il conto dell’abbandono, del falso interesse, della politica ammalata.I meravigliosi mosaici della cattedrale di San Marco sono ora coperti da molti decimetri di acqua salata e sporca: il sale si infiltra impietoso tra le mille e mille fessure, si deposita, corrode.

Alla “Punta della Salute, nel non lontano 1872 c’è un punto dove è stato fissato il livello “0” delle acque: ora la marea è superiore di ben 35 centimetri e le mutazioni climatiche, colpa dell’uomo, fanno il resto. Il momentaneo sindaco è intenzionato a chiedere lo “stato di calamità naturale”. Si tratta di una bestemmia usa a chi è fin troppo avvezzo nel ricercare lo scarico delle proprie colpe su altri: questa calamità non ha nulla di naturale ma molto di “umano”. Si parla ancora una volta del Mose, le colpe, i ritardi, le ruberie, il denaro sporco che viene preferito all’amore per le cose dell’uomo, il non meritato e immediato benessere senza riguardo alcuno per il futuro. I danni causati dall’acqua alta iniziano ad essere irreversibili in molte costruzioni e se continua così presto lo saranno nell’intera Venezia: mi assale una tristezza incolmabile al pensiero che future generazioni non potranno provare quello che ho provato io girovagando nei suoi vicoletti.

Scorro le pagine e mi soffermo sulla “Capitale europea della Cultura”, anch’essa invasa da fiumi di acqua e di fango: le strade in pietra, le case di sasso, le stanze scavate dall’uomo nella roccia pagano un prezzo altissimo per l’incuria, la mancanza di una coscienza degna di questo nome: sarebbe stato più opportuno chiamarla “Capitale europea della mancanza di Cultura”. Una volta tanto sinceri con noi stessi.

Seduto sui sassi che circondano il parcheggio dall’altra parte della profonda gravina, la guardavo immobile sotto il sole, ne scrutavo i contrasti, le geometrie e riflettevo sul valore del lavoro dell’uomo, la sua forza nella povertà, il suo desiderio di vita comunque, ovunque. Ricerco nell’angolo più abbandonato della mia libreria una cartella tenuta ben chiusa da tre nastri di stoffa: dentro una trentina di stampe in bianco e nero, frutto di tre giorni e due notti di riprese e di non so quante ore trascorse nella luce rossa: gli angoli, le rampe, gli interni, l’abbandono di allora era più sicuro dell’elogio di oggi. Rivedo gli occhi di quel bimbo che mi fu “aiutante” nel lavoro e che ricompensai facendogli portare la borsa degli attrezzi e con un grosso gelato quando ritornammo su, nella piazza bel-vedere, per riposare: “… ma oggi lei la vede brutta, sporca, coperta di erbacce; quando ci stavamo era molto più bella e curata: mia mamma spazzava la scala davanti a casa anche due volte la settimana …”. Come avevi ragione, piccolo di uomo, come avevi ragione. Ancora una volta le colpe dell’uomo colpiscono le nostre cose più belle. E noi tutti lì fermi a guardare: stupidi ignoranti colpevoli di dabbenaggine.

Ma torniamo nei pressi di casa nostra. Ho appena lasciato la conferenza stampa indetta da uno dei tanti comitati civici della nostra città: ci si ritrova sempre tra di noi, le solite facce, le strette di mano, gli abbracci, i saluti. Questa volta gioco al giornalista, dall’altra parte del tavolo e ascolto le parole che sono quelle di sempre, quasi monotone e afone nel loro disperdersi, la ragione e la rabbia pacata e repressa di chi sa.Ancora una volta mi è dato di udire di controlli pubblici che non sono stati eseguiti, di responsabili pubblici che non rispondono, di mancati solleciti ripetuti da addetti ai controlli, di inquinamenti sonori e ambientali che hanno, ancora una volta, superato ogni precedente primato. E unicamente per giocare: in tre giorni due cisterne piene di carburante sono state bruciate girando attorno al monte Castellaccio e di fianco alla bellissima passeggiata lungo fiume e si sono depositate tra il verde, sui sentieri, dentro le case e le scuole: il rumore non resta ma i veleni si.

Poi si discute di liquami e di veleni che minacciano la nostra acqua che scendono piacevolmente incontrastati tra le viscere della nostra terra, di controlli rarefatti e di responsabili latitanti che sono soliti celarsi nelle pieghe di una burocrazia da loro stessi creata ad arte. Ascolto le vicende di decine di migliaia di tonnellate di rifiuto dell’uomo finite sopra altre centinaia di migliaia di tonnellate, portate lassù non si sa bene da chi, non se ne conosce il perché, non è dato sapere da chi è arrivato il permesso: forse sicuramente più facile individuare chi ha preferito voltarsi dall’altra parte per non vedere, per consegnare l’insulto a chi verrà dopo. Manganese, nichel, ferro e altre frivolezze delle quali è opportuno non sapere: c’è chi sa ma finge di non sapere.

Sorrido quando apprendo da rappresentanti del comitato che vengono elencati alcuni suggerimenti in grado di evitare che costruttori edili un po’ troppo furbi denuncino di costruire cantine e soffitte per poi realizzare signorili taverne ed esclusivi attici: non solo non sappiamo come affrontare l’evasione, ma approntiamo la strada a chi vuole evadere. Per finire, ma non da ultimo, si suggerisce all’intera comunità, e in modo particolare alle aziende presenti sul nostro territorio, di porre fine al consumo di tazze e bicchieri dei quali si fa un uso sfrenato nei distributori automatici, ma non c’è da ben sperare: la nostra ignoranza e pigrizia sembra oramai aver superato il livello di guardia.

(Mauro Magnani)