Bologna. il Progetto Itaca onlus per la salute mentale presentato in un’aula universitaria con un incontro il 26 ottobre 2019 con la presenza del direttore del dipartimento di Salute mentale della Ausl di Bologna, del direttore delle scuole di Specializzazione in Psichiatria e la responsabile nazionale del progetto Fondazione Itaca onlus.

La tradizione italiana di psichiatria sul territorio si sposa con una esperienza di New York (Clubhouse International dal 2005). Lo scopo è creare una rete di supporto efficace del tipo “peer to peer” per malati psichiatrici (a Imola sono presenti i gruppi di autoaiuto ad esempio per obesità e dipendenza; gruppi per parenti di malati con demenza) focalizzata alla riabilitazione anche economica. La stretta collaborazione fra istituzioni e tali gruppi ne potenzia l’efficacia. In assenza di rilevanti progressi scientifici nella clinica psichiatrica e con il dilagare di vecchie e nuove patologie che limitano l’autonomia del paziente e pesano sulla sua rete sociale si rinsalda il legame fra professionisti e familiari. La responsabilità del paziente per il suo progresso viene sottolineata , incrementando la sua autostima. All’incontro erano presenti rappresentanti del Cufo bolognese: come in moltissimi altri centri italiani questo comitato di Coordinamento fra utenti, famigliari e operatori della salute mentale ricopre a Bologna un ruolo importante. A fianco della dominante ideologia psichiatrica (o psicoterapeutica) si affermano i ruoli di paziente (o familiare)esperto : come anche in medicina utenti che hanno sperimentato  le difficoltà di negoziare malattie croniche e prolungate (ad esempio il diabete o la demenza di un familiare) offrono aiuto e suggerimenti ad altri che hanno una simile esperienza. Nella stessa logica vediamo la partecipazione di famigliari, volontari medici e paramedici all’assistenza domiciliare dei malati di cancro. Per la loro diffusione le tematiche del cancro e della malattia mentale che coinvolgono quasi tutta la popolazione hanno il potenziale di unire ( o di frammentare) la comunità civile.

Gli scopi sono un “empowerment” degli utenti, maggiore aderenza alla realtà quotidiana del paziente; la riduzione del conflitto fra istituzioni e rete sociale anche grazie alla significativa componente didattica da parte di professionisti o volontari allineati alla linea ufficiale. Tale didattica può rassicurare gli utenti cui viene offerta comprensione del processo e prospettiva futura. Le cause e l’evoluzione della malattia mentale non sono  molto più conosciute oggi di quanto lo fossero 200 anni fa quando la classe medica inizio’ ad interessarsene. Condizioni la cui base organica fu chiarita (penso alla demenza sifilitica e all’epilessia o a diagnosi infantili su base genetica) mi sembrano spostarsi nella neurologia o pediatria dove si istituisce terapia più o meno efficace mentre la diagnostica ed il vasto arsenale terapeutico della psichiatria permangono nella confusione rispetto a cause, meccanismi di azione terapeutica e prognosi sia immediata che sul lungo periodo: sul campo “arte e conoscenza empirica” prevalgono rispetto alla tecnologia medica.

Non nego gli enormi progressi delle neuroscienze e della sociologia medica : sappiamo oggi quanto gli ormoni, I neurotrasmettitori, i ritmi circadiali del corpo umano influiscano sull’umore e la correlazione fra aumento delle disuguaglianze sociali e aumento delle malattie mentali e’ provata. Nella clinica abbiamo bisogno che tutti gli interessati operino sinergicamente anche in vista di possibili riduzioni del livello dei servizi offerti dai Cim (Centri di igiene mentale) territoriali. Penso sia possibile utilizzando questo giornale scambiare storie ed esigenze (dovutamente anonimizzate: senza nomi cognomi e indirizzi ma come esempi di successi o difficoltà presenti) sulla collaborazione fra servizi sanitari e volontariato nell’ambito della medicina e della salute mentale. Che ne dite?

(Cecilia Clementel – Foto Enrico)