Noi corriamo senza pensarci nel precipizio, dopo esserci messi qualcosa dinanzi per impedirci di vederlo. (Pascal)

La guardi da destra, da sinistra, da sopra, da sotto, di traverso, ma l’esito è sempre quello: non ne veniamo fuori.
Sembra un Paese in guerra.
Si disputa su tutto.
Perfino su delle tasse di scopo messe per tirar su un po’ di soldi, visto che su altri versanti si contengono ed è forse meglio ridurre la plastica che i medici negli ospedali.
Anche se le fabbriche sono in Emilia-Romagna.
E il Presidente della Regione assicura che ci sono già i piani per riconvertire le produzioni in senso ecologico.
Lì lì per partire.

C’erano anche 5 anni fa, quando ci fu la rivolta contro l’odioso balzello che grava sulle sportine non biodegradabili nei Paesi più civili.
Erano d’accordo solo le tartarughe marine.
Le azioni davvero necessarie sono sempre lì lì per partire.
Chissà cosa sono in procinto di fare per la qualità dell’aria, visto che non si respira più.
E siamo lì lì per morire.

Ci vorrebbe meno litigiosità futile e più conflittualità utile, su principi, idee, progetti per una società che si è fermata.
L’economia non riprende.
Le crisi aperte non si chiudono e quelle che sembravano chiuse si riaprono.
La legge giallo verde che prometteva di trattenere in Italia le multinazionali si è rivelata acqua fresca.

Whirpool, Alitalia… ora di nuovo l’ex Ilva, che dovevamo capirlo il giorno in cui un povero guitto, incapace perfino di coordinare le braccia mentre cammina, annunció che il problema era risolto, senza tagli all’occupazione, con la fabbrica trasformata in un Arbre magique.
Voilà.

Salvini confermò, in fondo a lui bastava che l’accordo non prevedesse l’assunzione di migranti.
Franceschini assicura che DiMaio si prepara e questo non fa che accrescere la preoccupazione.
Adesso i grillini e non solo, l’incredibile Governatore della Puglia e altri maitre a dispenser dicono che hanno sempre saputo che la Mittal veniva a predare, che forse è meglio che finisca così.
Fanno il viso dell’arme verso questa azienda indiana.
Mentre la British Steel, il colosso inglese dell’acciaio, viene comprata dai cinesi, tanto per capire come va il mondo.

Ci si appella all’unità di tutte le forze politiche, come se non bastasse quel che già hanno fatto per far fallire questa esperienza.
Nella quale sembra aver creduto solo Calenda.
Bersagliato da tutti quelli che non sanno cosa sia un impegno preso.
Violandolo abbiamo offerto a un’azienda in cerca di pretesti uno scudo più prezioso di quello penale.

Quel che la ragione proprio non sopporta è che i protagonisti di questa oscena mascherata sostengano che un’impresa che a loro dire non ha interesse né intenzione di produrre in Italia, va costretta a farlo.
Con argomenti giuridici e non economici.
A condizioni che non vuole o forse non può accettare.
Con queste premesse il patatrac è sicuro.
In ogni parte del mondo.
Chi vincerà la causa tra vent’anni interessa solo agli avvocati.

La nazionalizzazione, per una fabbrica già commissariata con risultati non certo confortanti, è quello che sembra: una via di fuga demagogica e inaccessibile da ogni crisi complicata, da ogni negoziato difficile.
Si tratti di acciaio, aerei o frigoriferi.
Il contagio di questo neostatalismo di ritorno si diffonde come il morbillo, insensibile al paradosso su cui è costruito: nell’incapacità di far funzionare decentemente uno Stato regolatore, lo si accredita addirittura come miglior gestore.
Ci faremo dell’altro male.

Mi guardò bene dall’unire la mia voce al coro dei demiurghi ignoranti.
Questa questione ha un indice di complessità altissimo.
Quel che si capisce è che le possibilità di affrontarla con successo nello stadio di compromissione cui è stata portata non sono mai state molte è quella che ci sta sfuggendo era la sola che avevamo in mano e dunque la migliore.
Trovare imprenditori ansiosi di perderci non è mai stato facile.
All’origine dei guai più recenti c’è una scelta mai fatta: è indispensabile continuare a produrre acciaio in Italia?
E se si, a quale costo ambientale e sociale?

Perché di dire che le nostre filiere meccaniche ne hanno necessità, che bisogna farlo in quella fabbrica lì, a Taranto, posto che altre città certo non la vogliono, nel rispetto della salute delle persone , magari domani stesso, siamo capaci tutti.
Ma far quadrare questo cerchio è difficile.
Se prendi questa decisione poi devi fare le cose per bene, ci devi provare davvero.
Devi prevedere un percorso lungo, accidentato, accompagnato.

Non è poi così strano che chi rileva un impianto in quelle condizioni, per prendere in mano la patata bollente richieda un guanto protettivo.
Viceversa, se non ci sono le condizioni per tenerla aperta senza far morire le persone, se ti convinci che anche operando al meglio non si potranno realizzare mai, se sei capace di creare alternative per dare alla gente pane e lavoro come nella Ruhr, meglio finirla lì subito, senza infingimenti.
Senza riguardi all’impresa e perfino alla fornitura di acciaio per le nostre ottime produzioni meccaniche.
Perché niente è più importante della vita umana.
L’Ilva si può chiudere ma così no.
Così non si uccidono neanche le fabbriche.
Così all’italiana, fra la luce e l’ombra, cinicamente, sconsideratamente, colpevolmente.

Senza nemmeno provarci: a fare la cosa più grande, più difficile, più intrigante, il vero cuore del progetto di un futuro possibile, il solo, che non è quello di non produrre più ma di produrre in modo diverso, tenendo assieme economia e ecologia, tecnica e uomo.
Senza un’alternativa in mano, senza dire cosa gli dai da mangiare alle famiglie degli operai.
Questa è l’etica, questa è l’onestà.
Gridare contro le grandi imprese serve a niente, è solo calcolo, in alternativa pura imbecillità.

Nel Parlamento che fu di Verdi, Croce, Calamandrei, DeGasperi, Berlinguer, LaMalfa e di tanti altri “eletti” veri che l’hanno onorato, il destino di ventimila operai, di una città, di mezzo sud, di una parte dell’apparato produttivo nazionale viene deciso da Barbara Lezzi.
Parlamentare del movimento senza più stelle.
Ancora a piede libero.

Seguita come ocarine allo stagno dai rappresentanti di 4 partiti che convenzionalmente chiamiamo maggioranza per aver dato occasionalmente vita a qualcosa che chiamiamo Governo.
Questo è il punto che dovrebbe interrogare l’intelligenza e la coscienza di ogni progressista fino a farle dolere.
Senza cercare compensazione ai nostri errori nella rivoltante ignavia di tutta la classe politica nazionale.
Che chiacchiera e specula, specula e chiacchiera.
Perché altro fare non sa.
Noi, non Salvini e Meloni che non votiamo, noi, le forze che si contrappongono a loro, sappiamo fare altro?

(Guido Tampieri)