Il 25 novembre è appena trascorso e per un altro anno non vedremo immagini di piazze invase da scarpette rosse, donne abbrutite dalle sofferenze e dalle pene loro inflitte da amici, fidanzati, mariti; molte pagine di giornali non vedranno intere pagine invase da statistiche di violenze perpetrate su donne, ragazze e bambine; cesseranno interventi di opinionisti, filosofi e sociologi. Ma nulla cambierà. Statene certi, anzi, forse, la situazione peggiorerà e dovremo riscontrare sempre maggiori violenze, di ogni sorta, perpetrate da maschi su donne.

Uso il termine “maschi” in quanto non reputo degno di un comportamento simile la bestia che cammina eretta che, impropriamente, appelliamo “uomo”. Non credo di essere troppo lontano dalla verità nell’affermare che il termine “uomo” identifica ben altra cosa che non l’individuo che trova sfogo nella violenza verso un proprio simile e ancor più se tale simile appare di manifesta debolezza, inferiorità fisica, stato di sottomissione.

Dentro la povera mente del “maschio” deve albergare tutt’ora il retaggio dell’unica qualità che lo vedeva primeggiare agli albori dei tempi: l’intervento della forza bruta atta a dirimere le divergenze di qualunque tipo, le necessità di reperire cibo, la difesa propria e della tribù di appartenenza, l’importanza della supremazia.
Poco importa se con il trascorrere dei secoli, con il mutare delle esigenze e delle difficoltà la forza fisica tende a perdere di importanza, se lo sviluppo della socialità e della conoscenza il dirimere delle controversie riscontra ben altre sedi di disputa: la forza e la consapevolezza che ne deriva alberga tutt’ora nella mente di quei tanti che non sono ancora riusciti a superare la evidente differenza esistente tra la ragione e la supremazia fisica di fatto.
Poco importa se la manifestazione deriva da ubriachezza molesta, da in soddisfazione e ira repressa del maschio necessitante di sfogo, dal gesto disperato di chi si sente perduto in seguito ad un rifiuto sia pur esso motivato o dal raptus dell’amante che si vede abbandonato dalla conquista: la violenza cerca di lenire il presunto torto, il proprio diritto, la difesa dell’io ad ogni costo.

Anche la nostra bellissima e ricchissima biblioteca cittadina ha partecipato, come ogni anno, alle manifestazioni nella ricorrenza del 25 novembre e quest’anno ospita al proprio interno una mostra dal titolo “Cities by Night/Imola” su progetto artistico di Valentina Nedda con esposizione di mappe della percezione del pericolo, secondo un punto di vista prettamente femminile, realizzate dalle donne di “Trame di Terre”, oltre alla produzione di un ricco volantino che propone la lettura di numerosi testi a tema. Per citarne alcuni: Nozze di sangue di Marco Cavina per i tipi di Laterza, L’ho uccisa io di Luciano Di Gregorio da Primamedia, Questo non è amore, una ventina di storie raccolte e curate da Govanna Pezzuoli e Luisa Pronzano, Marsilio e tanti altri. Comodamente seduto su poltrona, al’interno della biblioteca, ho voluto leggere le trame dei libri proposti finendo per riscoprirne i tanti, troppi punti in comune, l’individuazione di cause ed effetti che appaiono tremendamente replicabili, la denuncia insistente delle tate cause scatenanti, la debolezza insuperabile della vittima e la stancante mancanza di efficace copertura sia di legge che di supporto a difesa.

Ma continuo a non trovare una delle cause che, secondo il mio punto di vista, riscontra un effetto non secondario sulla “malattia del maschio”, sulla sua priorità e necessità di violenza, sulla decisione del suo arbitrio, sull’identificazione nella donna del debole, del colpevole, del destinatario del proprio represso sfogo: la religione. Tutte le religioni.

Non esiste un solo Dio, narrato dall’uomo, che non identifichi nella donna l’essere inferiore, secondario, di complemento. Ritengo del tutto superfluo ricordare la posizione della donna all’interno dell’Islam o dello stesso Cristianesimo: le divinità sono tutte al maschile e i ruoli di partecipazione sono chiaramente espressi verso la sottomissione della donna al potere maschile (l’assoluto potere di vita e morte del maschio di “casa” sulla moglie, la figlia, la sorella), individuata sistematicamente come il ricettacolo di ogni tentazione (un italiano su quattro vede l’abbigliamento della donna fonte di chiara provocazione e le nostre suore sono per tanto ben coperte e vestite di nero fin sopra i capelli), per non parlare della catena “dirigenziale” dove il ruolo della donna viene relegato al ruolo di “non degna” di distribuire sacramenti o altro.

La perfida Eva fu l’istigatrice del povero Adamo verso la consumazione del frutto proibito e non vi è traccia di “donne importanti” nell’antico testamento. Gli apostoli erano dodici maschietti e il Cristo viene tenuto ben lontano da perfide peccatrici (se non per elargire loro parole miracolose), anche se il genio di Leonardo, nell’ultima cena, gli affianca una splendida Maddalena quale consorte e il Vicario di Cristo in terra è rigidamente un uomo. Forse sarebbe il caso di rettificare determinate posizioni retaggio di situazioni e pensieri di tempi ben lontani, ma risulta sempre molto difficile e poco salutare il rivedere acquisite verità anche se oramai al di fuori di ogni logica umana. Nei secoli, tale insegnamento ha finito per produrre i suoi deleteri effetti, relegando la donna in un gradino più basso rispetto all’uomo, meno importante e quindi inevitabile ricettacolo di sfogo, violenza, insulto. Tutto da rifare, pover’uomo.

(Mauro Magnani)