Il motomondiale 2019 è archiviato, in crescita Honda e Ducati (anche private), non bene Yamaha in crisi di sviluppo (e piloti) che vive la maldestra “rendita di posizione” degli iridati Rossi e Lorenzo, benino Suzuki che pur confermandosi la sorella povera giapponese ha piazzato i suoi piloti in zona podio a volte anche davanti a Honda e Ducati ufficiali, un vero miracolo visti i budget a disposizione; infine gli altri, Aprilia, Ktm e team privati che hanno vivacchiato il mondiale 2019 nella (vana) speranza di avvicinarsi ai team ufficiali lavorando sulla filosofia del dare il meglio di sé in gara, piuttosto che durante le prove.

Motomondiale piloti come da previsioni, in MotoGp Marc Marquez su Honda ha annichilito tutti con 151 punti di vantaggio sull’eterno secondo Andrea Dovizioso su Ducati, mettendo in chiaro il dominio che dura da tre anni; magra consolazione quella dei 4 italiani nei primi dieci, a parte l’Andrea nazional-popolare al terzo anno da vicecampione del mondo che ha battagliato con la sua Desmosedici, nessun altro ha mai dato l’impressione di competere per qualcosa, a differenza degli spagnoli che almeno ci hanno provato con Vinales (Yamaha) e Rins (Suzuki) a guadagnare punti iridati.

Non pervenuti nemmeno gli altri top driver dei team dalle “spalle larghe”, Iannone (Aprilia), il francese Zarco (Ktm), l’inglese Crutchow (Honda) e l’australiano Miller (Ducati), un discorso a parte invece per il giovane francese Quartararo che con la sua Yamaha ha incrociato traiettorie da favola e duelli coi migliori; nota (dolente) infine per il “dottore”, Vale Rossi è partito come outsider speranzoso sulla nuovissima Yamaha M1 ma ha finito male addirittura dietro al compagno di squadra Vinales confermando così, anche ai fan più testardi, che sembrano finiti i tempi in cui era lui (a prescindere) il favorito in gara.

Novità di fine stagione è stata l’abbandono alle gare di Jorge Lorenzo per motivi di salute che ha finito per confermare le voci che circolavano da tempo nei paddok di mezzo mondo in merito l’ingaggio da parte del team Honda di Marc Marquez del fratellino Alex, far i conti “a casa propria” coi sentimenti fraterni sarà l’unica nube della stagione 2020 di Marc Marquez, se supererà anche questo inusuale “rognoso” ostacolo nulla e nessuno potrà impedirgli di diventare il migliore di tutti i fuoriclasse che lo hanno preceduto, da Doohan a Rossi ad Agostini guadagnandosi così rispetto, ammirazione e celebrità e lasciando agli altri (Alex compreso)la percezione mesta di doversi accontentare di un posto sul podio.

Marc e Alex Marquez

Con Alex però non sarà uno scherzo battagliare a 300 all’ora sul filo dei millesimi (e dei centimetri) perché a Marc potrà venir meno quell’adrenalina che negli ultimi anni gli ha permesso di “passare” Vale Rossi e tutto il suo “peso” multimediale, o quella stessa che l’ha messo miracolosamente davanti a un Dovizioso e volte insuperabile e imprendibile, o di “domare” l’outsider in giornata di grazia (a cui va tutto bene) come è stato con Quartararo.

Se così sarà e lo spagnolo tornerà ad essere solo un grande campione (e non il marziano che sta dimostrando), assisteremo perciò ad un livellamento di valori e prestazioni senza più un leader “pigliatutto”, a beneficio dello spettacolo come già accaduto nei decenni passati in “classe 500” e MotoGp antecedenti l’era di Valentino Rossi, quel “vuoto di potere” che portò alla ribalta campioni del calibro di Kenny Roberts Jr, Max Biaggi, Sete Gibernau, Alex Barros, Carlos Checa, Wayne Rainey, Alex Crivillè e tanti altri.

(Giuseppe Vassura)