In centomila ieri 23 novembre, hanno risposto all’ appello di Non una di Meno e hanno invaso Roma. Accade da quattro anni, da quando è nato il movimento anche in Italia. Un movimento globale che ogni anno per il 25 novembre, giornata mondiale contro la violenza sulle donne, si mobilita occupando le strade e le piazze di moltissime città del pianeta. Da quando si è avviato il processo di globalizzazione e la rete internet si è massificata, il mondo è un libro aperto. I conflitti e i grandi problemi sociali e politici emergono in tutta la loro drammaticità come terre esplose dalle viscere del mare e scoprono di essere legate fra loro. Molto più vicine di quanto si pensi. Basta a volte una scintilla per scatenare un incendio a catena. E come diceva il saggio: il battito di ali di una farfalla qui, scatena un terremoto dall’altra parte del mondo.

Alcuni dati

Una manifestazione contro la violenza

La violenza sulle donne è uno di questi. Anzi una vera e propria guerra di un genere contro l’altro. I dati sono circolati in questi giorni sulla stampa e in rete. Da capogiro. 94 i femminicidi compiuti nel 2019, 142 nel 2018. E poi ci sono le violenze senza esito definitivo. Fisiche, psicologiche, sessuali, economiche. 88 casi al giorno, 1 ogni 15 minuti (sono dati della Polizia di Stato). Nell’82% dei casi l’assassino ha le chiavi di casa e le vittime sono per l’80,2% italiane mentre i maltrattanti sono italiani nel 74% dei casi. Ci fermiamo qui evitando ulteriori dettagli. Sono numeri da conflitto bellico.

Sul banco degli imputati, la cultura del patriarcato.

Una cultura che sta mostrando la corda e che tuttavia continua a colpire con virulenza. E’ un’emergenza sociale e culturale. I maschi faticano ad accettare che ci possa essere un altro modo di convivere basato sul rispetto reciproco, l’autonomia, l’autodeterminazione delle donne. Gli stereotipi di riferimento fondati sul possesso, sulla proprietà e la disponibilità dei corpi femminili non sopportano il rifiuto, la possibilità di modelli diversi. Si autolegittimano con la forza, la demolizione psicologica, la violenza ai vari livelli. Non si tratta di una questione di ordine pubblico, né dell’eccezione di uomini squilibrati, ma di una concezione della vita, delle relazioni. A questo si aggiungano, in ambito pubblico, gli attacchi continui contro la legge 194 sull’interruzione volontaria della gravidanza e il tentativo di ripristinare forzatamente un immaginario che risponde all’ordine superato di una famiglia tradizionale con proposte autoritarie che, ancora una volta, vorrebbero imporre schemi e modelli con gli effetti disastrosi di nuove sofferenze (v DDL Pillon). Sono cavalli di battaglia della destra che si presenta nelle piazze all’insegna dello slogan “Dio, Patria e Famiglia”. La violenza sulle donne non è dunque un fenomeno privato ma pubblico e politico. E’ un problema di tutti. Ma le risposte sono molto diverse. C’è chi vuole ricondurre tutto nei ranghi riducendo il problema entro i confini dell’atto criminoso e chi invece pensa che il sistema che la genera vada radicalmente superato. L’appello con cui Non una di Meno ha indetto la manifestazione di ieri è molto chiaro e articolato. La violenza di genere non si affronta con leggi che stanno già dimostrando la loro parziale efficacia, né con i 0,76€  dati ai centri antiviolenza per ogni donna che si rivolge a loro, né col codice rosso che mostra tutte le sue lacune. Certo, meglio che nulla. Ma occorre intervenire prima, avviare serie politiche di prevenzione la cui efficacia può solo risiedere nella prefigurazione e costruzione di un sistema sociale fondato su una concezione di libertà, rispetto e riconoscimento reciproco fra maschi e femmine. Molti uomini di diverse età hanno sfilato ieri a Roma. Ma la solidarietà non è sufficiente. Serve una rifondazione culturale anche dell’universo maschile. I 150 scesi in piazza a Piacenza e a Granarolo sono un segnale positivo ma timido. Serve un autodeterminazione maschile nel ripensare il proprio immaginario, i riferimenti culturali, l’individuazione di nuovi modi di stare nel mondo, nella relazione di coppia, nelle relazioni sociali e lavorative. Il cammino è appena iniziato e sarà lungo dice il movimento. Tocca a loro.

Non solo contro la violenza.

Ancora. L’appello propone una visione trasversale che evidenzia la connessione della violenza di genere alla disparità salariale fra uomini e donne, denuncia l’inferiorità occupazionale delle donne, propone soluzioni di accoglienza per gli/le immigrati/e, critica duramente l’obiezione di coscienza all’aborto, sottolinea come non sia plausibile che il sistema che produce tutto questo possa applicare soluzioni credibili. Mette in discussione gli schemi del potere a tutti i livelli rivendicando una soggettività attiva e creativa praticando il conflitto come processo di trasformazione. Un’altra visione del mondo e della vita. Altri valori.

Una visione globale

In molti Paesi del mondo le donne reagiscono e scendono in piazza con coraggio per i loro diritti e per sistemi di convivenza diversi, consapevoli di essere parte di una realtà composta da etnie, orientamenti religiosi e culturali diversi fra loro. La garanzia di pace e libertà per tutti sta nel riconoscimento delle  differenze e nella condivisione di una casa comune che sancisca il diritto universale all’esistenza. Questa è un approccio che i grandi poteri che tutelano e sviluppano ad ogni costo i loro interessi decidendo il destino del mondo, non possono tollerare. La risposta è la repressione, la violenza, l’annientamento, lo stupro. Ne fanno le spese i Curdi e le curde, i cileni  e le cilene e chiunque sia in rivolta verso questo ordine mondiale che impoverisce le popolazioni in nome del profitto, che distrugge l’ambiente provocando disastri sempre più frequenti, che ha prodotto i grandi flussi migratori proponendo come unica soluzione il confinamento, la chiusura nei lager libici e ai confini della Grecia e della Turchia, macellerie umane. Le donne vengono doppiamente punite con lo stupro usato come mezzo di umiliazione e di possesso del corpo femminile, come arma di guerra. Non è una novità, ma oggi, anche nel cosiddetto “tempo di pace”. Questa è la posta in gioco attuale e in questa fase i movimenti delle donne sono alla testa della rivolta. Anche per questo, ha ancora senso essere femministe.

(Virna Gioiellieri)