Sappiamo che una verità storica assoluta non esiste.
Ma cercarla la verità, non falsificarla, non manipolarla questo è profondamente giusto e doveroso. (Antonio Giolitti)

Tutti abbiamo qualche amico veneto.
Amici veri, a testimoniare una considerazione autentica, scevra da pregiudizi.
Non come quegli omofobi che dicono io con un gay ci ho anche preso un caffè, ho i testimoni.
O lo stato maggiore leghista, che ha esibito per l’intera campagna elettorale europea un “negro”, per dimostrare che non sono razzisti.
L’hanno portato anche in Parlamento, poi non si è più visto nè sentito, speriamo stia bene, i suoi fratelli aiutati a casa loro non tanto.

Oddio, che la Lega, verso la quale nutro, invece, un sano pregiudizio sedimentato da trent’anni di ponderati giudizi, sia nata da quelle parti del tutto indifferente non mi ha mai lasciato.
Quelle scritte sui muri, “terroni a casa”, “Veneto libero”, da chi poi, che qualche attenzione nel mezzo secolo democristiano l’ha pur ricevuta.
E poi, oggi, la richiesta di autonomia, così esagerata, insensibile alle ragioni della comunità nazionale.
Si, l’identità, d’accordo, ne abbiamo tutti una, anzi più d’una, e ci siamo affezionati, ma non basta a spiegare.

Difficile credere che Cortina volesse aderire al Friuli per ragioni identitarie e che ora sostenga l’autonomia del Veneto perché “così si spronano le Regioni del sud a fare meglio”.
Che agli abitanti delle aree più ricche gliene importi qualcosa dei costi standard dell’istruzione in Sardegna.
O non siano piuttosto interessati ai benefici, anche finanziari certo, lasciate dire, di un’autonomia fiscale sgravata dal peso della solidarietà.

Non c’è un chilometro zero per tutto quel che mangiamo, non c’è un rischio zero per ogni cosa che facciamo e non ci sono costi zero per il federalismo fiscale che vuole Zaia: qualcuno ci guadagna e altri ci rimettono.
Tutti i salmi finiscono in gloria.
Non equivocate, non esistono popolazioni buone e cattive, naturalmente xenofobe o altro.
O almeno lo spero: sono nato tra Ferrara e Predappio, nella culla del fascismo, un romagnolo le leggi razziali le ha inventate e quanto a populismo, sovranismo, vittimismo (ricordate la perfida Albione?) non la cedeva a nessuno.
Un popolo intero, o quasi, lo seguì fino alla rovina.

In quel che sta accadendo l’antropologia non c’entra, e men che meno la memoria delle Repubbliche marinare.
C’entra il sentimento che erompe dalle viscere della moderna società dei consumi, il vento dell’egoismo che alimenta la fiamma dell’incomprensione.
C’entra la cattiva politica che li trasforma in odio, che deforma i contorni dell’identità, la trasfigura.
C’entra la stupidità, che nessuno è mai riuscito a debellare.
C’entra la credulità, nutrice di ogni avventura.

Venezia sprofonda.
Lo sappiamo tutti da sempre.
Chi ci vive per primo.
Va sotto sommersa dalle maree.
E da un’onda di cattiva coscienza, come la chiama Scurati su Repubblica, alta trent’anni e più.
Di tempo perduto.
Di occasioni sfumate.
Di risorse sprecate.

Che qualcuno deve aver pur chiesto, o almeno non rifiutato, anche se pensava , ma non è questo che disse allora, che potevano essere spese in altro modo o magari risparmiate.
Galan è stato eletto tre volte, coi voti leghisti, diceva di rappresentare il popolo veneto, nessuno si è alzato a dire “non in mio nome”.
Alla fine la colpa, come sempre, è di altri, non anche, solamente degli altri.

Adesso il Mose l’ha fatto nessuno, lo voleva nessuno e nessuno ne ha rallentato la realizzazione.
Tutti avrebbero voluto fare cose diverse, meno costose, più semplici e, soprattutto in grado di vincere la bestia che sale dal mare alimentata dai cambiamenti climatici e dall’abbassamento del suolo.
Opere alternative che, forse per timidezza, i Signori delle chiacchiere si guardano bene dal farci conoscere.
La cui indimostrata efficacia è dubbia almeno quanto quella di un Mose ultimato, su cui si appuntano le riserve di tutti.
Per trovare qualcuno disposto a spingere il bottone nel corso di una marea serviranno dieci scudi penali.

Fra i miliardi di parole dette, dal sen fuggite, a volte vomitate come sul povero Cucchi ( chapeau al maresciallo che ha fatto il baciamano), su ogni cosa grande e piccola che cammina, vola, striscia sulla terra, non ne troverete una sola dedicata in questi anni da Salvini alla “priorità assoluta di Venezia”, alla “vergogna del MOSE”, agli “interventi urgenti da fare”.

Anche solo per rendicontare quelli fatti dal suo Governo o per ricordare, se non ce ne sono, quelli messi in campo dalle maggioranze in cui c’era la Lega, oppure, in subordine, dalla Regione Veneto, corruzione a parte, per determinare un esito diverso da quello desolante che abbiamo davanti agli occhi.

Certo non troverete neanche quelle di Renzi o di DiMaio.
Gente che possa scagliare la prima pietra non ce n’è.
E neanche la seconda.
Quella che agita la Lega è così pesante che in un mondo normale ne rimarrebbe schiacciata.
Se non fosse che, osservava Petrolini, il popolo quando si abitua a dire che sei bravo lo dice sempre, anche se non fai niente.
La Lega per salvare Venezia non ha fatto niente, quando ha fatto ha fatto malamente e quando non ha vigilato, come poteva fare nei Governi regionali, è venuta meno al suo dovere politico e istituzionale.
Qualcuno nel PD lo dica a Zaia.

Adesso è il momento di fare tutto il possibile per salvare il salvabile.
Ma per un attimo solo, senza far rumore, fate finta che Venezia sia in Emilia-Romagna.
Che per vent’anni siano arrivati tutti quei soldi.
In parte sprecati, in parte rubati.
Col risultato che vediamo.
E provate a immaginare cosa avrebbe detto il Capitano.
Strana situazione, che in Veneto la Lega difende anche quel che non potrebbe e in Emilia-Romagna il PD non difende nemmeno quello che dovrebbe.
Dio ci preservi la Borgonzoni.
Almeno fino al 26 gennaio.

(Guido Tampieri)