Rennes. Gruppo di generali e membri del Consiglio di Guerra. Foto di Pietro Mazzini nell’Album dedicato agli Audaci

I due sono i fratelli Pietro e Giuseppe Cita Mazzini. Il primo (1864-1929), giornalista e corrispondente di vari quotidiani italiani, vive abitualmente a Parigi, ma nell’estate del 1899 si è recato a Rennes, dove si celebra il processo di revisione ad Alfred Dreyfus. L’altro (1873-1953), da poco laureato medico, va a Parigi, città che frequenta di tempo in tempo, e sostituisce il fratello scrivendo articoli per alcune testate italiane. Entrambi mantengono i contatti con i propri concittadini, ed è grazie ai documenti presenti nella Biblioteca comunale di Imola (Bim) che possiamo cogliere questa connessione diretta tra una cittadina di provincia e l’affaire che dilania la Francia in quella fine di secolo.

 

Il famoso bordereau. Cartolina di Cita Mazzini a Gina Tamburini

Mentre Cita inviava all’amica Gina Tamburini alcune cartoline che testimoniano lo scalpore suscitato dalla vicenda, Pietro confezionava e dedicava al Club imolese degli Audaci, di cui Cita era uno dei più brillanti esponenti, un album di foto e documenti: L’affaire Dreyfus a Rennes. Istantanee del corrispondente Pietro Mazzini, (Bim, Fondi iconografici, album 21), pensato come un omaggio agli amici che dalla cittadina romagnola seguivano con interesse il caso.

 

 

I protagonisti dell’affaire. Cartolina di Cita Mazzini a Gina Tamburini

Recentemente il film di Polanski L’ufficiale e la spia, in programmazione in questi giorni nelle nostre sale, ha raccontato il torbido episodio accaduto nella Francia repubblicana negli anni Novanta dell’Ottocento, un episodio in cui ragion di stato, pavidità e menzogna si intrecciano a nascondere la verità.

La bordata decisiva sul groviglio di complicità che per qualche anno aveva coperto il grave errore giudiziario era venuta da Émile Zola, con il famoso J’accuse pubblicato su L’Aurore del 13 gennaio 1898. «La verità è in marcia – scriveva – e niente potrà fermarla». E la verità era che il capitano Alfred Dreyfus, condannato nel 1894 e deportato all’Isola del Diavolo, non era affatto colpevole di tradimento. Il Consiglio di Guerra che lo aveva giudicato si era sbagliato e, pur di non ammetterlo, aveva manovrato, durante l’inchiesta e dopo, allo scopo di alterare il quadro degli indizi, fabbricare prove di colpevolezza, mettere a tacere chi, come il tenente colonnello Picquart, cercava di indagare a fondo. A passare informazioni militari agli addetti dell’ambasciata tedesca era stato invece un altro ufficiale, Esterhazy che, giusto due giorni prima della clamorosa uscita di Zola, un tribunale militare aveva mandato assolto. Il fatto è che Alfred Dreyfus era ebreo e ciò ne aveva fatto subito un imputato eccellente per un delitto che colpiva al cuore il patriottismo. Non a caso attorno all’affaire i nazionalisti avevano scatenato ondate di antisemitismo di una vastità e virulenza mai viste nella Francia repubblicana. Il paese si era spaccato in dreyfusardi e antidreyfusardi.

Pietro Mazzini, lui, era decisamente dreyfusardo, e dalle pagine dei giornali italiani informò i connazionali sugli inquietanti sviluppi del caso: le denunce e le persecuzioni nei confronti di Zola e di Picquart, l’arresto per truffa e falso del maggiore Esterhazy, la confessione e poi il suicidio del tenente colonnello Hubert Joseph Henry, responsabile della fabbricazione di documenti falsi a carico di Dreyfus, il defilarsi con opportune dimissioni di certi generali che avevano mano in pasta in quella storia, dimissioni inoltre di ministri, governi in crisi… Il giornalista imolese con prosa arguta e animo partecipe raccontava tutto ai lettori del Caffaro di Genova, de Il Corriere delle Puglie di Bari, de La provincia di Brescia. E aspettava con trepidazione l’esito dell’istanza di revisione del processo avanzata dalla moglie dello sfortunato capitano: «Parigi, 2 giugno 1899 – scriveva in una corrispondenza indirizzata a Brescia – Quando vi giungerà questa lettera, la sentenza sarà stata pronunciata, e sarà quale ogni uomo di alto sentire l’attende, la vuole […]. L’opinione media di Parigi e della provincia è divenuta revisionista». (Pietro Mazzini, Corrispondenze da Parigi, Bim).

Appello alla verità in vista del processo di Rennes. Cartolina di Cita Mazzini a Gina Tamburini

Revisioniste, e perciò dreyfusarde, erano ormai anche le masse socialiste. C’era voluta la decisa scelta di campo operata da leader come Jean Jaurès o Guesde a far loro capire che il diritto di un uomo andava comunque difeso dai soprusi, per quanto fosse un militare, un ricco borghese e… un ebreo! Dreyfusardi erano ora molti personaggi dei più esclusivi salotti aristocratici del Faubourg, come Marcel Proust: una lunga marcia li aveva allontanati dalla volgarità dell’antisemitismo populista di Edouard Drumont e amici. Un nome per tutti, la contessa Anne de Noailles, che ispirò a Proust nella Recherche alcuni tratti della duchessa di Guermantes, anch’essa finita tra gli innocentisti.

«Rennes, 5 agosto 1899. Oh che viaggio orribile! Sono partito ieri sera dalla stazione di Montparnasse. Una febbre, un tumulto di vita nella sala d’aspetto. Famiglie intere fuggivano la capitale per rifugiarsi in riva al mare che bagna la costa brettone: a San Malò, a Dinard, altrove». A Rennes era imminente l’apertura del nuovo processo ad Alfred Dreyfus, e Pietro Mazzini informava i lettori del Caffaro di essersi trasferito sul luogo per dare loro puntuale ed esclusivo resoconto. Nel caldo di Parigi, a sostituirlo nell’altro “ordinario” lavoro di corrispondenza, lasciava, come s’è detto, il fratello Giuseppe Cita. Fu così che i membri dell’Audax club, soliti radunarsi in una piccola sede posta presso l’osteria Baccarini, tra via Aldrovandi e vicolo Farsetti, vennero subito informati dai due Mazzini dell’esito del processo di Rennes.
Cita, in Imola d’una volta ha raccontato: «Furono gli Audaci, assai prima dei giornali (la Radio era di là da venire) a conoscere, per telegramma – a mezzo di mio fratello Pietro, da Rennes, dove si teneva il processo, e a mezzo mio, da Parigi, dove sostituivo mio fratello nel suo servizio giornalistico – il tanto atteso e sospirato verdetto finale. Tenevano pronti dei moduli telegrafici stampati a bella posta e, in un batter d’occhio, scrittovi in fretta e furia l’aspettata notizia, li fecero distribuire nei principali locali pubblici e alle case delle personalità più in vista.
Molti in quei giorni – eravamo in settembre, settembre 1899 – si trovavano in campagna, in villeggiatura. Non fu quello un ostacolo. Non c’era telefono allora. Si inforcarono le biciclette e via, come il vento e come tanti autentici fattorini, a recar la sorpresa di quel telegramma… ». Verdetto sospirato e deludente. «Condannato dieci anni – voti cinque contro due. Mazzini»: così leggiamo nel telegramma “urgente” spedito da Rennes al Club degli Audaci il 9 settembre 1899. Replicato in facsimile intestato “Audax-Club – Imola”, il dispaccio venne recapitato a soci ed amici. Uno di questi venne indirizzato – dettaglio interessante – ad «Andrea Costa. Carceri della Rocca. Città». In quei giorni infatti l’onorevole festeggiava, come fu scritto, le sue nozze d’argento con le galere italiane, avendo iniziato a conoscerle giusto 25 anni prima.

Verdetto deludente. «Assolto da tutti gli onesti», scrisse però l’uno o l’altro dei Mazzini su di una foto dell’album che ritrae Dreyfus mentre esce dall’aula del processo. Dopo questa ulteriore prova di pavidità offerta dalla giustizia militare francese, fu il presidente della repubblica Loubet a graziare Dreyfus. Ma solo nel 1906, a seguito di un’ennesima inchiesta, egli venne scagionato e reintegrato nell’esercito.

(Giuliana Zanelli)