Coniale, Firenzuola (FI).  Era il 30 aprile del 1849. Il generale Oudinot e le sue truppe stavano avvicinandosi a Roma. Dunque, “l’eroe dei due mondi”, che aveva attivamente partecipato alla lotta contro i francesi in difesa della Repubblica Romana, nel mese di luglio decise di partire verso Venezia, che nel frattempo tentava disperatamente di resistere all’Austria.
Ma ovviamente alla Serenissima non potè arrivarci. Garibaldi, ricercatissimo, diede vita ad una disperata fuga per l’Italia.
In un primo momento si rifugiò a San Marino, per poi raggiungere il porto di Cesenatico. Da qui si imbarcò per Ravenna dove, nell’allora pineta perse la vita Anita, in circostanze mai del tutto chiarite.
Nel frattempo Garibaldi rischiava costantemente di cadere nelle mani del nemico. Il territorio ravennate poteva essere l’ideale per rifugiarsi ma appunto sancì la morte di sua moglie. Facendolo di fatto desistere per l’andata a Venezia. Garibaldi si nascose fra canneti, piante, canali. Riuscì a raggiungere Savio, quindi Forlì e poco dopo Modigliana.
In questo luogo fu ospite per alcuni giorni di don Giovanni Verità, sacerdote dalle idee liberali, legato al movimento dei cospiratori romagnoli. Il prete decise di scortare Garibaldi attraverso gli appennini, unitamente al luogotenente Leggero. L’obbiettivo era quello di attraversarli per raggiungere gli stati sardi. Superato Palazzuolo Sul Senio, si avventurarono con dei muli lungo gli impervi sentieri in direzione della Faggiola. Poi, scesero il passo e sostarono a Coniale. Il luogo dove si rifugiarono era Casa Vivoli, oggi Biagini.

Il ricovero a Coniale si trasformò presto in un piccolo thriller: la sera, mentre consumavano la cena, piomba nell’osteria la Guardia di Finanza. È Don Verità a prendere l’iniziativa: il sacerdote intavola un primo discorso con il brigadiere, che aveva conosciuto in passato, a Modigliana.
Così che la situazione, inizialmente pericolosa, si distese velocemente, risolvendosi con una bevuta per tutti. La vicenda è passata alla cronache anche per via della testimonianza della donna di servizio della bottega. “Non avevo mai visto quei due (Garibaldi e il luogotenente) ma don Zuan (don G.Verità) mi diede una moneta da dieci paoli e mi bisbigliò all’orecchio: ‘Si tratta di contrabbando e tu stai in guardia, se mai venissero finanzieri o gli sbulfari’. Poi il mio padrone parlò fitto fitto con il prete e vidi che s’intendevano. S’era fatto il caffè e tutti bevvero ed anche quel signore (Garibaldi) ed un altro che era con lui che pareva malato (il luogotenente Leggero). Ed un burdèl, il ragazzo che guidava i muli. Si bevve dunque il caffè e il mio padrone era uscito fuori con lo schioppo. Tornò un tratto tutto affannato, dicendo ‘fuori ci sono i soldati!’ E disse anche una bestemmia. Quel signore non si mosse da sedere, ma quell’altro che pareva malato, òu e chiese al mio padrone quanti erano. Quattro, lui rispose. E il signore malato disse ‘Oh! Questi me li prendo mi!’ Mettendo le mani al pugnale. Fortunatamente non ce ne fu bisogno. Il padrone tornò fuori e li invitò a rinfrescarsi. Frattanto i due signori carbonai guardavano dalla finestra.Poi tornarono tranquillamente a sedersi, e bere il caffè. E fumavano. Don Zuan uscì fuori con il suo scoppio e rientrò con le guardie. Tutto allegro dette un sigaro al brigadiere che aveva conosciuto a Modigliana. Poi, iniziarono a bere il caffè, discorrendo proprio di Garibaldi. Oh, se avessero immaginato che uno di quei signori era proprio lui!”

Sulla facciata di casa Biagini, a Coniale, si trova la targa  contenente il seguente scritto:
Garibaldi qui sostava,
nell’anno 1849
affidato a Don Giovanni Verità
quando
sfuggendo all’orda nemica
dopo l’eroica difesa di Roma
dalle Romagne riparava in Piemonte
e nella notte
passando alle filigare
di lì proseguiva il suo cammino
verso il Cimone
con la guida Angelo Francia

(Aris Alpi)