La preoccupante situazione della viabilità di strade e autostrade in Italia merita una profonda riflessione e interventi che devono avere il carattere di “soluzione”. Quando la vita di innocenti cittadini, spesso paganti per il servizio offerto, vengono a trovarsi in pericolo, devono essere presi provvedimenti atti a far si che l’evento pericoloso non abbia a manifestarsi. L’imponderabile, il non prevedibile, fa purtroppo spesso capolino nella vicenda umana, ma il controllo dell’uomo sulle proprie attività può ridurre la fatalità al solo caso non al ripetersi dello stesso.

Viadotto (Foto tratta da Wikipedia)

Fin troppo spesso ci si è trovati di fronte ad eventi di crollo di infrastrutture viarie che, con il senno di poi, sono risultate, se non evitabili, riconducibili a calcolati disagi e non si parla di opere eseguite molti anni prima, ma anche di realizzazioni recenti o praticamente nuove. I fattori che intervengono possono essere diversi e tutti, dico tutti, sono facilmente calcolabili da tecnici addetti ai lavori. Si può trattare di difetti di progettazione, utilizzi di materiali non idonei all’opera in realizzazione, di autorizzazioni all’utilizzo “facilone” o “fraudolentemente emesse” fino ad arrivare alla negligenza di utilizzo o ai mancati opportuni controlli di fattibilità e manutenzione.

Comunque la si guardi, da qualunque punto di vista, la discussione verte sostanzialmente su tre interpreti: il costruttore (in senso lato anche il progettista) che esegue l’opera, il concessionario (che può essere individuato con il costruttore) e il fattore controllo. Quest’ultimo fattore, determinante esattamente come i due precedenti, deve assumere fin dall’inizio, e protrarsi nel tempo, considerato in evidenza in quanto determinante per il buon esito e utilizzo del prodotto finito. Quando un’opera, qualunque essa sia o ne sia il suo utilizzo, può determinare pericolo per gli utilizzatori deve essere sottoposta a “controllo”. Se è pur vero che il progettista, il costruttore e il gerente o concessionario che sia devono avere determinati e ben precisi requisiti di competenza, capacità gestionale e affidabilità, il controllore non deve essere considerato da meno, anzi, deve essere localizzato in una posizione gestionale letteralmente al di sopra delle parti tale da consentirgli una piena autonomia procedurale e di reperto. Tutte le altre parti devono essere soggette all’attività di controllo che deve assumere il carattere di “indipendente”. Le sue conclusioni devono essere vincolanti per le parti ma, a campione o quando lo richiede il caso specifico, essere esse stesse soggetto a verifica o ulteriore controllo.

Così, come in termine sportivo, quando il gioco si fa duro, i duri cominciano a giocare, nella desolante situazione nazionale italiana venendo a mancare i “duri”, i “morbidi” riescono a trovare ampi spazio di gioco producendo disdicevoli tracciati sia di difesa che di offesa. Si è usi nel confondere il progetto con l’attuazione, il proprietario con il concessionario e il concessionario con il controllore. Una fitta nebbia di incapacità, di incompetenza e di colpevolezza protratta avvolge il tutto rendendo ogni traccia di percorso passata, presente e futura intellegibile ai più ed estremamente pericolosa. In questo modo, da impuniti, si decide di intervenire non individuando le esatte cause o concause ma punendo uno solo degli intervenuti. Non si tratta di punire il concessionario togliendogli i diritti di concessione (cosa che può benissimo essere attuata), ma di definire il rapporto corretto tra controllato e controllore. Se un errore è stato fatto, ed è stato fatto, è stato quello di individuare un solo agente per due importantissime funzioni. Trasportare il tutto sotto l’egida dello Stato risulta essere un palliativo da quattro soldi, se si pensa che è proprio il controllo dello Stato stesso che è venuto pedissequamente a mancare; controllo che doveva essere attuato con competenza e serietà e possibilmente essere ascoltato nelle sue conclusioni.

Nel caso ci si valuti in qualità di “lontani” dalla problematica, anche se su quei maledetti ponti e viadotti finiamo con il transitare tutti noi prima o poi, sforziamoci di utilizzare le disgrazie altrui per cercare di evitare quelle di casa nostra: è notizia di tutti i giorni, di tutta la stampa, ben presente in atti pubblici di non secondaria importanza che la gestione del locale autodromo (di proprietà pubblica) è stato affidato in gestione ad un “imprenditore privato” ( il termine non è corretto, come non fu corretto il Manara nel definirsi imprenditore quando gestiva da presidente il Con.Ami) che, sistematicamente, si rifiuta, in assenza di serio richiamo da parte della funzione pubblica, di fornire dati di uso e abuso della pista nella sua funzionalità usuale.
In aggiunta, come se non bastasse, i richiami degli addetti ai controlli (tutti di carattere pubblico) si sono sbracciati in ripetuti richiami di “assenza” nel fornire i dati più volte richiesti. Non si tratta di dispensare l’attuale gestore o concessionario, o gerente, o utilizzatore dalla concessione della struttura (pur se auspicabile), ma di sottoporlo, in termini esatti di legge, ai controlli previsti che, ovviamente, devono essere rispettai in termine di legge. E qualora il “concedente” sia venuto meno ai propri obblighi di legge, deve subire la stessa sorte del concessionario (nel caso locale sembra che tale figura sia già venuta meno …). Purtroppo, quando il gioco si fa duro e non vi sono “duri” in campo, il gioco finisce per languire, perbenisti di poco conto finiscono per arricchirsi a scapito di tutti noi e, correttamente e implacabilmente, qualcuno di noi finisce in fondo ad una scarpata senza colpa alcuna. E non si tratta di colpa, ma di nebbia fitta.

(Mauro Magnani)