Lo Stato siamo noi, consiste soprattutto nei cittadini democratici che non si arrendono. (Italo Calvino)

Se il Pd perderà la guida della Regione Emilia-Romagna sarà per tante ragioni e per qualche colpa.
Di certo non per una tassa di scopo sulla plastica (non biodegradabile) o per aver ricollocato nell’orizzonte progettuale di una forza che si vuole di progresso il sacrosanto diritto di un bambino nato e cresciuto qui di essere italiano.
Chi può smetta di dire sciocchezze.
Se proprio deve accadere che vinca la destra, per dirla con le parole di Marcello Marchesi “ facciamo che la morte ci colga vivi”.

Pensare di debellare l’offensiva politica della destra con una argomentazione amministrativa egoisticamente schiacciata sulle più recenti realizzazioni, è come voler fermare l’acqua alta a Venezia col Mose.
Torino non ha insegnato niente.
Eppure Fassino era più bravo di Bonaccini.
Ci vuole di più.
Più politica.
Che non c’è.

Più pensieri e più emozioni.
Che per fortuna ci sono.
Ci sono sempre stati.
Adesso hanno un volto.
Gente comune, anche se l’espressione non rende la varietà e l’originalità.
Gente decente.
Che non si arrende.
Si organizza.
Si propone.
Propone.

Un’idea di società diversa da quella che sta scivolando lungo l’asse inclinato che porta alla devastazione dei rapporti fra le persone e fra i popoli.
Un’idea che è già progetto.
L’anello mancante nel processo interrotto dell’evoluzione della sinistra del XXI secolo, il lievito per far crescere un nuovo rapporto fra piazza e palazzo, fra politica e popolo.
Niente a che fare col furore antisistema dei primi grillini.
Niente a che vedere coi girotondi che reclamavano più sinistra.

Quei ragazzi non sono la rivoluzione, rappresentano il progresso.
Non ci vogliono salvare, chiedono rappresentanze degne.
Hanno diritto di pretenderle, si sentono in dovere di farlo.
“Noi siamo lo Stato” ci dicono facendo rivivere Italo Calvino nelle piazze di Bologna e Modena, questa non è terra di conquista di Salvini, e nemmeno la “Regione del PD”, è la nostra.
Da sempre custode di sentimenti progressisti.
Solo l’ambiguo Telese può scambiarlo per populismo.

Un movimento spontaneo, che se il PD fosse in grado di organizzare una roba così, di suscitare tante energie civili, di appassionare, di attrarre, di trascinare ancora avrebbe risolto tutti i suoi problemi e buona parte dei nostri.
Un movimento con una chiara impronta generazionale, per molti versi simile a “Fridays For Future”, epperò apparentemente capace di saldare le generazioni su un asse valoriale comune, senza contrapporle.
Ci si chiede quale storia raccontano quelle persone.
La loro, quella della loro vita!
Quella della dignità, del civismo, dell’emancipazione, della cultura, del lavoro.
Vi pare poco?

Se si risolveranno a votare non lo faranno contro qualcuno o qualcosa, anche se c’è sempre un contro in ogni per.
Non lo faranno nemmeno per amore del PD o di Bonaccini, non tutte quelle che riempivano piazza Maggiore, e le decine di migliaia che sono idealmente al loro fianco.
Lo faranno per sè.
I più anziani per il presente di una Regione che hanno plasmato con le loro mani.
I più giovani per un futuro che vogliono libero da barriere fisiche e da costrizioni culturali.

Non contateli, pesateli, come diceva Kant.
Forse non sono tanti, non abbastanza per vincere, ma sono tanto.
La loro battaglia, quella di una cittadinanza che non delega, non si affida al demiurgo di turno ma si attiva, esige, orienta, hanno già cominciato a vincerla.
È lì che Zingaretti deve volgere lo sguardo se vuole che il PD diventi il fulcro di una schieramento alternativo al populismo sovranista.
È lì che deve cercare legittimazione e forza.
Senza le quali non avrà nemmeno voti.
Non è vero che il PD non ha un’identità.

Ha quella che gli viene riconosciuta: approssimativa, introflessa, sazia come il suo gruppo dirigente che l’esercizio prolungato del potere ha come impermeabilizzato.
La pagina su cui scriverne una nuova non è bianca, è ingombra di scarabocchi da cancellare.
Il presente trattiene il futuro.
Il cantiere che Zingaretti aveva promesso procede con fatica, non entra materia prima, non escono manufatti.
Unità è una parola vuota se non genera progetto, se non alimenta speranze.
La costruzione di un’identità attrattiva, al tempo vicina e capace di guardare lontano, passa attraverso nuovi assetti, nuove motivazioni, nuove persone, nuove idee.

Un esigenza di cui il segretario del PD è parso consapevole e sembrava in grado di soddisfare mettendo in valore la sua apparente debolezza: una leadership soft che ne umanizza l’ambizione e accredita un profilo al di sopra degli interessi personali e di gruppo.
La “costrizione” a governare è la peggior disgrazia che potesse capitare lungo questo percorso, già complicato di suo.
Perché schiaccia il futuro sul presente, soffoca il cambiamento sotto il peso della stabilità.

Quel ritratto di famiglia in interni della tre giorni di Bologna è la fotografia di un mondo immobile.
Dove anche le ansie elettorali del Governatore dell’Emilia-Romagna diventano fattore di conservazione.
L’evoluzione del PD non può essere compromessa per paura di perdere il potere.
Sono più di dieci anni che il PD arretra in Emilia-Romagna, perde elettori e consensi, in tutte le consultazioni, politiche e amministrative.
La politica del “Quieta non movere et mota quietare” è un tragico errore.
Innovare è il solo modo per preservare le conquiste.
Questo nostro pur importante presente è come sospeso nel vuoto.

Siamo qui ma sembriamo aver dimenticato come ci siamo arrivati, vogliamo andare avanti ma sembra che non sappiamo bene dove.
Serve una politica che valorizzi le virtù disdegnate del nostro passato e disegni le traiettorie di un futuro coraggioso che vada oltre la conservazione di quel che c’è.
Se non ce la sentiamo, se non ne siamo capaci, meglio dismettere quel nome, progressisti, che a volte sembra pesarci addosso.

(Guido Tampieri)