Sono incoraggianti i numeri dell’Istituto di economia agraria (Inea) sull’affezione dei giovani in agricoltura, il 20% sotto i 34 anni è stabile dal punto di vista occupazionale con un (lieve) incremento del 6% al sud nella fascia tra i 18 e i 35 anni, ciò grazie alle misure di sviluppo rurale legate a stanziamenti comunitari anche se la destinazione dei fondi non interessa solo la produzione (biologico) ma bensì i servizi dell’accoglienza e dell’enogastronomia anche riguardanti fattorie didattiche e comunità terapeutiche (anche di recupero) in accordo con le Aziende Sanitarie.

Giovani in agricoltura (Foto Regione Emilia Romagna)

Sembrano passati decenni da quando in ambito Expò 2015 si leggeva sulle pagine del settimanale The Economist che “La quintessenza del gusto italiano al giorno d’oggi non è Prada o Maserati ma il proprio fenomeno alimentare”, e come non dar torto al Wall Street Journal a confermare la rilevanza della leadership italiana del comparto nell’intervista a Giovanni Ferrero, perentorio nel dichiarare il proprio obiettivo di raddoppiare le dimensioni della creatura di suo nonno Pietro (stimata ben oltre i 30 miliardi di dollari) privilegiando qualità e sicurezza, innovazioni della filiera e ricerca in campo agroalimentare.

Meglio meno finanza e più terra da coltivare, obiettò allora qualcuno, nell’ottica dell’orizzonte anti-crisi per giovani con voglia d’impresa dove, per un Paese demograficamente vecchio come il nostro, le realtà appena affacciate quali gli “agri-negozi” e i “farmer market” potevano essere la soluzione più semplice per iniziare a tirar fuori dalle secche della crisi il settore primario.

Più facile a dirsi che a farsi, perché per favorire il ricambio generazionale non basta purtroppo la sola “voglia di fare”, i fattori avversi sono tanti a cominciare dal costo proibitivo dei terreni vocati che spinge la delocalizzazione degli investimenti in altre aree (ad esempio Est europeo), il difficile accesso al credito agevolato è poi destinato negli anni ad aggravarsi vista la scarsa informazione sulle norme per accedervi e la immancabile burocrazia made in Italy, infine l’incremento dei costi di produzione e degli oneri previdenziali che senza adeguati aiuti finiscono per affossare i bilanci.

Servirà perciò sempre più “cogliere l’attimo”, Carpe Diem, verso latino che dovrebbe far parte del Dna dei dirigenti del comparto e che invece latita perché finora si è guardato troppo al passato, che è utile solo per non ricadere negli errori commessi; ecco quindi perché il presente all’oggi vale solo per quel po’ che serve per tirare avanti fra le mille difficoltà di tutti i giorni, mentre per il futuro ancora nulla all’orizzonte, una rinuncia che altro non è la scusa più banale di chi non ha il coraggio di essere quello che vorrebbe diventare.

Condivisione, partecipazione e il fatto che ci si senta tutti una grande squadra sono state finora le maggiori lacune di chi “governa” il comparto agricolo e per questo fa ancor più rabbia leggere ciò che scrive chi segue oltre patria il nostro (invidiato) fenomeno agroalimentare che, malgrado la ghiotta occasione di Expò 2015, ha visto la leadership alimentare del made in Italy finire nel dimenticatoio, perdendo così la partita del cambiamento.

(Giuseppe Vassura)