Voi siete il sale della terra, ma se il sale diventa il insipido, con che lo si salerà? (Matteo, 5,13)

È come se la vallata si fosse improvvisamente oscurata.

Solo un attimo prima c’era luce, lo ricordo.

Una bella giornata estiva lunga cinquant’anni, dopo le fredde tenebre dell’inverno fascista.

Non priva di affanni, turbamenti, dolori, un blackout della ragione anche, “la notte della Repubblica” la chiamó Sergio Zavoli, che tuttavia non ci fece smarrire la via diritta.

Era solo un’eclisse.

Il Paese, lo diceva già Giolitti, è gobbo, e cucirgli addosso un abito non è mai stato facile.

E però, un po’ i suoi sforzi di darsi una postura più eretta, un po’ la mano del sarto (qualcuno bravo c’è stato), pian piano qualcosa di buono è venuto fuori.

L’Italia si è resa presentabile sulla scena internazionale e gli italiani, beh, sono progrediti, credo si dica ancora così.

In tutti i campi, non solo in quello economico che sembra essere diventato l’unico paradigma dell’evoluzione umana.

Dopo il sapore della sconfitta avevamo conosciuto il valore della conquista.

Individuale e collettiva.

Sacrificio non era una brutta parola, come sarebbe diventata in tempi recenti, ma un mezzo al fine, la condizione stessa del riscatto e dell’emancipazione.

I diritti non viaggiavano mai soli ma a braccetto coi doveri.

E il rispetto, quello vero, buono, non quello del cappello in mano, era la password per accedere alla considerazione degli altri.

Onestà, solidarietà, giustizia, contraddette a volte, non erano tuttavia esercizi retorici ma principi ispiratori dell’agire civile.

Chi stava male desiderava migliorare la propria condizione e non peggiorare quella degli altri, e l’ignoranza, o per meglio dire l’impossibilità di accedere alla conoscenza, era vissuta come una prigione da cui fuggire e non una virtù di popolo da esibire.

La dignità avanti a tutto, ci dicevano da bambini, la sola ricchezza dei poveri.

Scemi ce ne erano anche allora, nei villaggi e nelle città, ma la gente non mostrava di apprezzarli, non li votava in massa.

La memoria del ventennio, infine, era troppo fresca per disquisire sul significato della parola fascismo, sulla sua natura.

I nostri padri conoscevano la bestia, ma non è poi così difficile riconoscerla.

Anche se cambia pelle.

Per adattarsi all’ambiente.

Che, sarà il surriscaldamento, sarà l’inquinamento, sarà che incostanza, noia e inquietudine sono, scrive Pascal, la condizione dell’uomo, al volgere del millennio è cambiato.

Sembriamo gli stessi ma non lo siamo più, come in quel film, “L’invasione degli ultracorpi”, dove gli alieni si insinuano dentro di noi cancellando ogni traccia di umanità.

Questo è un buon tempo in cui vivere per i furfanti.

I prepotenti, i bugiardi non fanno più niente per nasconderlo.

Si mostrano come sono.

Essere onesti, rispettosi, sobri, sinceri, per quel che si può, non è di moda.

Il politicamente corretto ci ha stancato.

Un po’ come la democrazia, che adesso molti reclamano l’uomo forte che spezza le catene.

“Su cui scaricare, scrive Stefano Feltri ( mi rifiuto di credere che sia figlio biologico di “quel” Feltri), l’insostenibile peso della libertà”.

Io, in ogni caso, continuo a preferire la donna cannone, la più bella, forse, di De Gregori.

Viviamo una stagione di incalcolabile dissipazione civile.

Ognuno tende a sé.

Le esortazioni del Presidente della Repubblica restano inascoltate.

Troppa gente che evade, troppo coccolata.

Troppe persone che non leggono, troppi ragazzi che lasciano gli studi, attorno a noi cresce un analfabetismo che avvilisce l’intelligenza e mutila la libertà, che non sa afferrare il significato della lingua in tutta la sua bellezza e verità.

Troppi cretini che accusano le donne di essere responsabili degli stupri.

Troppi elettori che credono solo a quello che vogliono sentire.

Poi c’è un’altra Italia, migliore credo.

Alla quale, direbbe il poeta Yeats, è finora mancato il convincimento, mentre i peggiori sono pieni di appassionata intensità.

Un’Altra Italia che in queste settimane, sotto l’impulso dei più giovani, che sempre annunciano il nuovo, ha ritrovato slancio.

Anche se non ancora rappresentanza politica.

È un passaggio cruciale.

Un processo che non va affrettato per piegarlo a scadenze elettorali importanti ma non decisive.

Un movimento cui dobbiamo chiedere solo quello che può dare.

In presenza di partiti progressisti ancora impreparati ad accogliere istanze nuove e più radicali.

Solo ier l’altro l’on. Marattin di Italia Nuova, accusava il PD di aver una concezione sovietica dell’economia, nientemeno, visto che da dieci anni gli si addebita invece un furore liberista.

Mentre la sua collega Bellanova aumentava la dose addebitando una cultura anti impresa ai compagni di ieri che l’hanno fatta Ministro, tacciati di essere dei “miserabili”.

Il tutto per una questione di pochi spiccioli, irrilevante per i nostri destini, quale la presenza di zucchero nelle bibite.

Robe da matti.

E troppo presto per dare un giudizio storico sul renzismo.

Il corpo è ancora caldo, sussultante.

Ma non è presto per cominciare a farci i conti.

Che non sono chiusi, nonostante il cuculo abbia lasciato il nido in cui si era insediato.

Il PD porta ancora i segni, negli uomini e nelle idee, di una stagione che ha causato la perdita di una credibilità sociale già logorata.

Quel che resta di quel gruppo dirigente, malgrado gli sforzi del suo Segretario, non sembra, sondaggi alla mano, in grado di ricucire la ferita.

Ciò che pare chiaro dove nulla lo è, è che il PD, a meno di un sussulto endogeno, difficilmente vincerà le prossime elezioni nazionali.

Comunque vadano le cose in Emilia-Romagna.

Questo Governo, che si sforza responsabilmente di tenere in piedi, è nell’impossibilità scientifica di ribaltare coi suoi atti, in poco tempo, l’inerzia emozionale del Paese.

Prima ancora che nei programmi è nell’atteggiamento mentale che il PD è atteso a un cambiamento.

Detto che tutti faremo di tutto per non consegnare la nostra terra a questa destra, resta una domanda.

Perse le europee.

Perse quasi tutte le regioni.

Persa la metà dei comuni.

Se vinceremo di due punti in Emilia-Romagna, dove eravamo davanti di venti, contro la Bergonzoni, dopo aver ripiegato le bandiere, diremo che le cose vanno bene?

Dov’è l’armata che dovrà conquistare Berlino?

(Guido Tampieri)