Per le performance dei mercati finanziari c’è un fattore da tenere sempre in considerazione: la crescita dell’economia globale. Tanto è vero che, nel periodo di lungo termine, l’andamento degli asset è legato all’andamento generale dell’economia che, se cresce, porta le azione a generare utili, gli azionisti a guadagnare. Lo stato di salute dell’economia è anche importante per la definizione delle performance delle asset classe obbligazionarie e, assieme alla politica monetaria, rappresenta il fattore chiave per l’individuazione dei tassi di interesse e dei titoli di debito in un ciclo economico in corso. Come è andata negli ultimi mesi? Un report pubblicato dal Centro Studi Moneyfarm racconta di un miglioramento dello stato dell’economia globale, se si pensa per esempio ai flussi sul mercato degli ETF, grazie anche a performance positive, mentre si assiste ad un rallentamento dell’obbligazionario.

 

Ottimismo giustificato? Il presupposto è semplice: l’economia globale è reduce da una decade di crescita, grazie anche alle trasformazioni che l’hanno investita, in uno scenario di vinti e vincitori dove, ad esempio, la classe media occidentale ha registrato una diminuzione della reale ricchezza in molte aree geografiche. Dopo un decennio di crescita, l’economia nel corso del 2019 ha cominciato a vivere una fase di rallentamento, con una curva di rendimenti che ha visto le obbligazioni a scadenza lunga essere vendute a buon mercato rispetto a delle obbligazioni a scadenza breve. Insomma è cambiato il sentiment degli operatori economici, principalmente per quattro fattori: le banche centrali hanno reagito all’incertezza del mercato invertendo la direzione della politica monetaria, la stagione degli utili ha ancora una volta sorpreso in positivo, le prospettive commerciali hanno visto dei progressi, a maggior ragione dopo la distensione del dialogo tra Usa e Cina e, per concludere, dopo un anno di alti e bassi, c’è stata una fondamentale stabilizzazione dei dati del settore manifatturiero dell’Eurozona e del commercio cinese.

Certamente segnali positivi ma non del tutto, dal momento che negli USA, economia storicamente trainante in fattori di crescita, i risultati sono contrastanti dal momento che, da inizio dicembre, l’ISM manifatturiero USA ha cominciato a produrre valori sotto le attese, facendo crescere l’incertezza sullo stato di salute dell’economia States. I leading Indicators dati dall’OCSE non aiutano: anche per novembre la crescita è stabile ma piuttosto bassa. Il trend negativo sembra essersi fermato, ma la maggioranza dei Paesi continua ad avere una crescita sotto il trend di lungo termine, indicatore che è riferimento per la valutazione di una performance in un Paese. Rispetto allo scorso anno il dato di quest’anno è sotto la media. In Asia c’è stata una crescita, ma non totale al punto da denunciare uno stato di salute ottimo per l’economia globale.

Nel report semestrale World Economic Outlook di ottobre, il FMI (Fondo Monetario Internazionale) ha confermato che lo slancio delle attività si è ridotto a livelli mai visti dalla grande crisi del 2008. Le tensioni commerciali e geopolitiche ha accresciuto l’incertezza sul futuro dei commerci nel mondo e sulla cooperazione ad essi collegata. Previsioni giuste? Tutt’altro, guardando alla storia dei pronostici sull’andamento del ciclo economico, anche perché i fattori determinanti per un cambiamento della condizione generale di un sistema di interazioni complesso come l’economia globale sono numerosissime. Ogni decisione, insomma, va presa con dati alla mano, analisi accurate e lucidità, quando si parla di investire.