Ogni articolo di giornale dovrebbe tendere a portare all’attenzione dei lettori qualcosa di nuovo, una vicenda non scontata, qualcosa di appena accaduto: in poche parole una novità. Questo pezzo rappresenta l’eccezione: nulla di nuovo sul fronte italiano.

Con discreta probabilità la vicenda della Popolare di Bari dovrebbe essere narrata a cominciare dall’inizio degli anni novanta del secolo scorso e, per correttezza, dovrebbe essere inquadrata all’interno di una situazione economica del nostro meridione non certo facile da gestire, con estese problematiche di natura politica, ambientale e storica, ma la conclusione è talmente ovvia che non sarebbe occorsa la sfera di cristallo della maga della porta accanto per individuarne le conclusioni davanti alle quali ci dibattiamo ora.

Un po’ di numeri non guastano: stiamo parlando di un istituto che apre più di 350 sportelli con oltre 2.700 dipendenti; i soci sono circa 69.000 (60% nel sud, 11 % nel centro e un po’ più del 3 % in altri luoghi); a metà dell’anno in corso gli impieghi della banca ammontavano a poco meno di 8 miliardi di € di cui un abbondante 15% deteriorati (interessante tale termine che ricorda gli alimenti andati a male. In soldoni denaro dato a prestito che non rientra): facendo un po’ di somme e di calcoli l’indice di “solidità” dell’istituto arriva al 6,20%. Sarà bene ricordare che la soglia minima prevista viene fissata all’8%.

L’inizio delle pesanti difficoltà deve essere fatto risalire al 2014: con l’approvazione della Banca d’Italia la nostra Popolare acquista la Tercas (Cassa di risparmio della Provincia di Teramo): un grosso affare, finanziato in buona parte con l’aumento di capitale proprio coperto dall’emissione di obbligazioni “subordinate” emesse con un rendimento fuori da ogni logica: 6,5%. Vi ricorda qualcosa?

E’ dello stesso anno il primo bilancio che individueremo non proprio corretto per operazioni di evidente maquillage: è sufficiente non procedere nella svalutazione di alcuni avviamenti di società acquisite per ottenere la “scomparsa” di un po’ meno di 300 mm di €. Alla fine del 2015 i conti non vanno bene e la situazione azionaria presenta un surplus di mercato di oltre il 30%: occorre svalutare il titolo. Titolo che, ricorderete i precedenti veneti, è stato acquistato a mezzo di operazioni cosiddette “baciate” (io ti concedo un fido però tu devi acquistare un certo tot delle mie azioni): alla data del 24 aprile il titolo viene svalutato e, guarda caso, alcuni azionisti riescono a vendere il proprio portafoglio bai-passando la cronologia dei venditori. Ovviamente la situazione precipita, nessuno riesce più a vendere e il blocco delle contrattazioni di borsa interviene ad un valore singolo di circa 2 €. Si ricorre, estrema ratio, al vecchio sistema di nascondere alcune perdite e di inserire valori di attivo che, o no esistono, o sono opportunamente gonfiati. L’anno dopo la banca partecipa al fondo Atlante (anche questo non dovrebbe essere una novità, vedi banche venete) per circa 24 mm che si ridurranno, entro lo stesso anno a poco più di 8.

Una cornice di fede religiosa (si fa per dire) non può mancare nella terra di San Nicola e quando la statua del Santo si ferma davanti alla sede della banca durante le festività dell’8 maggio una contropartita dovrà pur esserci: il Miulli (ente ospedaliero ecclesiastico) necessità di anticipo su circa 32 mm di € in contestazione con l’Inps, che non demorde e nel 2017 la banca viene condannata (come subentrante) a pagare all’Inps oltre 41 mm di €. Si dovrebbe cercare di recuperare dal Miulli che nel frattempo ha accettato il concordato preventivo: si incassano poco più di 15 mm e il resto sono perdite.

Nel 2017 la situazione della Popolare è grave e Banca d’Italia e Consob chiedono spiegazioni e ragguagli alla banca circa i bilanci e il prezzo delle azioni: ovviamente viene chiesta spiegazione dettagliata delle modalità e delle scelte del collocamento. Si continua ad annoiarvi: vengono individuati facoltosi azionisti tra casalinghe vedove, agricoltori ultra-ottantenni, operai in cassa integrazione, manovali in possesso della licenza media e così via. Ovviamente tutti hanno sottoscritto documenti di accettazione del rischio. Ovviamente “dopo”. Agli inquisitori viene assicurata la piena correttezza.

A questo punto il finale è scontato: le perdite arrivano a superare il miliardo di € e, uso termini governativi, occorre tutelare i risparmiatori con una cospicua iniezione di denaro fresco, utilizzando denaro fresco di altri risparmiatori, che poi saremmo noi tutti. La novella terminale deve ancora essere scritta: ora siamo al punto delle dichiarazioni di biasimo, vistose levate di scudi e lampi di sdegno, ripicche legate a doppio filo di ferro con precedenti del tutto analoghi e così sia.

Un anticipo del tutto scontato: nessuno dei principali indagati finirà al fresco e tanto meno sarà chiamato in solido a rifondere il maltolto, i soli ignoti si godranno i frutti delle contropartite in conto perdite (nella partita doppia c’è sempre la contropartita: se qualcuno ha perso qualcuno a guadagnato) e dovranno trascorrere diversi anni per consentire ad una provvidenziale nebbia di scendere a coprire l’ennesima vergogna della nostra Italia.

Non ci resta che sperare nelle sardine.

(Mauro Magnani)