Ognuno ha tanta storia, tante facce nella memoria, tanto di tutto, tanto di niente, le parole di tanta gente… (Gabriella Ferri)

Il 26 gennaio io non andrò a votare per Bonaccini.
Non è neanche il mio tipo.
Non amo i politici energetici.
Penso, come scrive Morin, che una testa ben fatta sia da preferisci a una testa ben piena.
Una vita spesa a dispensare presenze non vale un giorno di faticate riflessioni.

Bonaccini è un onesto professionista.
Ricandidarlo è stato giusto.
A ben guardare non è così diverso dal suo predecessore Errani, considerato ( troppo) a lungo insostituibile e presto dimenticato.
Sarebbe importante conservare misura nei giudizi.
Prima, durante e dopo.
So di chiedere troppo.

Le persone capaci, in una società evoluta come la nostra, non mancano.
In quelle piazze gremite o in qualche angolo riservato forse c’è già di meglio.
Alla guida dell’Emilia-Romagna c’è stato.
I pezzi unici, nella storia dell’arte politica, sono rari.
Con un po’ di esperienza li riconosci.

La personalizzazione della politica, ormai in tutto simile, diceva Galbraith, a una competizione sportiva, ha invertito l’ordine dei fattori: prima gli uomini, poi le idee.
Che significa spesso prima gli uomini e basta.
Forse per questo, dopo averne verificato i limiti e, talora, la pericolosità, la gente cambia così rapidamente, e radicalmente, passando da Berlusconi a Renzi, a Grillo a Salvini.
Senza un apparente perché.
E, malgrado nei giorni della gloria sembrino tutti fenomeni, senza grandi rimpianti.
Forse il prossimo andrà meglio.
A molti piace Giorgia Meloni.
Per l’eleganza credo.

Così, per reazione a un protagonismo incline ad attribuirsi anche i meriti passati e presenti di una società ricca di fermenti civili, per l’inossidabile speranza che la storia siamo ancora e sempre noi, passo dopo passo, segnata e sorretta dai valori fondativi della nostra comunità, per l’ostinata convinzione che si, le idee camminano sulle gambe degli uomini ma gli uomini senza grandi idee a guidarne i passi non sanno dove andare, il 26 gennaio voterò a sinistra per fermare questa destra, per amore della mia terra, per una storia di cui vado orgoglioso e per un’idea di società nella quale vorrei veder crescer mio nipote.

Intraprendente e generosa, capace di offrire opportunità sempre nuove e di ricucire gli strappi che,malgrado l’impegno dei nostri amministratori, si sono creati nel suo tessuto.
Chi fosse in cerca di identità qui può attingere a piane mani.
Quella che viviamo non è la stagione più felice per l’Italia, la più esaltante per la politica, la più innovativa per l’Emilia-Romagna.
Riconoscerlo non toglie niente ai più recenti risultati di una delle poche Regioni italiane di rango europeo.

Puoi tirare finché vuoi per agganciare l’elastico delle nostre conquiste al chiodo degli ultimi cinque anni ma se appena ti soffermi sulle cose che ti danno lustro ti accorgi che i livelli della sanità sono alti da sempre e che l’esperienza degli asili nido di Reggio Emilia fu portata agli onori del mondo dalla rivista News Week nel 1991.
Essere nati qui è una fortuna, non un merito.
Anche governare è più facile.
Fidatevi.

“Ognuno ha tanta storia…” cantava Gabriella Ferri, e così abbiamo sempre pensato che andassero le cose.
Nella vita di ognuno e nelle vicende collettive.
Fino ad oggi, l’Era del cambiamento.

Nella quale la soluzione di ogni problema non è affidata ad una evoluzione critica di quel che c’è ma sembra dipendere da uno strappo, una cesura, una rivoluzione addirittura.

Che tagli i ponti col passato.
Sempre, indistintamente sbagliato.
Che si tratti della politica, della cultura, del taglio di capelli.
O di una banca da salvare.
Diversamente.

Al punto che non è possibile capire come diavolo abbiamo fatto ad arrivare fin qui, dalle macerie ereditate dal fascismo al sofferto (non da tutti) benessere di oggi.
È così, tuttavia, che una politica (im)modesta anziché ripensare i propri pensieri stanchi e malati, anziché curare un corpo sociale e una struttura istituzionale sofferenti, si ridisegna i baffi davanti allo specchio delle vanità personali.

Forse è per questo che la gente va in piazza da sola.
A difendere la sua storia, le cose in cui crede.

Vengo al punto.
Il PD va alla guerra dell’Emilia-Romagna disarmato.
Senza portare in battaglia la storia di questa terra che è, per tanta parte, la sua storia.
Senza contrastare l’offensiva politica con la politica.
Avvilita dietro la finzione di un voto che amministrativo non è mai stato e non è.
Non in Emilia-Romagna.

“L’Emilia è rossa, l’Italia lo sarà”, cantavamo.
Il colore si è slavato ma il significato è sempre quello.
Queste elezioni sono stracariche di significati e di implicazioni politiche.
Derubricarle non aiuta a vincere e non proteggerà il Governo da una sconfitta.
Non c’è un destino dell’Emilia-Romagna disgiunto da quel che accade nel Paese.
Se l’Italia recede, l’Emilia-Romagna recede, forse un po’ meno, se l’Italia procede, l’Emilia-Romagna procede, forse un po’ più.
Perché le sue basi civiche sono un po’ più solide.

Sulla qualità dei servizi, sul funzionamento delle nostre istituzioni i cittadini hanno già le loro convinzioni.
In genere buone.
Maturate nel vissuto quotidiano.
Per una settantina d’anni.
Sono contenti di vivere qui.

La domanda degli elettori delusi e incerti che il centrosinistra deve riconquistare per vincere, visto che negli ultimi anni ne ha perduti tanti, verte però solo marginalmente su questo.
Confrontarsi con la Bergonzoni è il sogno di ogni candidato.
Fino a qualche anno fa non ci sarebbe stata storia.
Se siamo qui a trepidare è perché c’è dell’altro.

I ragazzi di piazza Maggiore sono scesi in campo per una ragione politica.
Reattiva e proattiva.
Senza quella motivazione starebbero a casa.
Come fece la metà degli elettori cinque anni fa.
Se possiamo confidare di farcela è perché, inaspettata e nemmeno cercata, con quei giovani è tornata a vivere la più preziosa delle risorse della politica: l’emozione.

(Guido Tampieri)