Per chi non lo sapesse, esiste un Santo di nome Torpete e a lui è dedicata una piccola chiesetta nascosta tra le mura dei carruggi dell’angiporto di Genova: non è facile da trovare, ma posso provare a descriverla. A prima vista, potrebbe sembrare un tempietto disegnato dal Bramante in un momento di instabilità creativa, dopo aver pranzato (si fa per dire) con un vistoso piatto di “pajata” nell’ultima trattoria in fondo al vicolo cieco verso le mura del carcere di Trastevere accompagnando il tutto con il famosissimo vino “de lì castelli” fatto in assenza di uva e con una solerte dose di zucchero. Ma poco importa. Quello che ci interessa è “dentro” la chiesa e ha un profumo di verità, un po’ scomoda forse, ma professata e sincera.

Don Paolo Farinella ha tutte le caratteristiche di “prete scomodo” e afferma di essere un precursore di quello che la chiesa, inevitabilmente, dovrà essere in un futuro non troppo lontano. Don Paolo, tanto per comprendere, terrà rigidamente chiusa la sua chiesa per tutto il periodo delle festività, giorno di Natale compreso. “E’ una vergogna il modo di oggi di pensare al Natale, di viverlo, di farlo nostro: tutto consumismo, luci fasulle e nessun profumo di carità. Dio è sceso in terra in mezzi ai poveri, ha vissuto in mezzo ai poveri ed è morto da povero. Lo abbiamo dimenticato in massa e abbiamo costruito tutto attorno alla data della Sua nascita (che poi è una data concordata che non ha nulla di storico) uno spreco di falsità consumistiche che non ci onora. E non si azzardi ad augurarmi Buon Natale: l’unica cosa che possiamo augurarci è di renderci veramente e finalmente conto di quanto tutto attorno a noi, agli ultimi, ai bisognosi, ai nostri fratelli che non hanno nulla”.

E don Paolo è una di quelle persone che non parla solo, ma fa esattamente quello che dice e spalanca le porte della sua chiesa di San Torpete a quanti hanno veramente bisogno di carità, di affetto, di partecipazione: raccoglie elemosine e provvede al sostentamento di immigrati dimenticati da tutti, fornisce loro riparo e conforto. Ha tappezzato la porta e le mura della sua chiesa con le tele dorate in uso, in mare, per riscaldare i profughi: parrocchiani dissidenti dalle sue idee li hanno più volte strappati e lui li ha aggiustati. Tenace il prete. E sbarra la porta.

Mi scopro disorientato davanti a tanta coerenza e capacità di far fronte con tutto sé stesso a quanto è assente in gran parte della società di oggi: don Gallo asseriva che, a suo modo di vedere, lui rappresentava il suo vero catechismo. Mi viene da pensare che tra i carruggi tra via di Prè e via Del Campo covi qualcosa di vero, qualcosa reso oscuro dal trascorrere del tempo, un tempo fatto di falsi colori e trame da avanspettacolo. Non so se Don Paolo abbia veramente ragione, ma non posso non rispettarlo e non intendo nascondermi dietro un muro di dubbio e tanto meno di indifferenza e mi limiterò quindi, a mo di palliativo, di formulare a tutti i lettori di Leggi la Notizia un sincero augurio. Un augurio e basta.

(Mauro Magnani)