14 novembre,14 dicembre. Alle sardine è bastato un singolo mese per riempire piazze in Italia, in Europa e persino al di là dell’Atlantico. Secondo la questura, a Roma eravamo in 35mila, ma a prescindere dai numeri, una cosa è certa: le persone presenti in Piazza San Giovanni non stavano così strette da tanto, troppo tempo. Eppure, in trenta miseri giorni tanti cittadini che non manifestavano da anni hanno riscoperto le motivazioni per riunirsi, per condividere uno spazio che fino alla manifestazione di Bologna era stato colpevolmente abbandonato. Oggi, in una fase drammatica per il nostro dibattito pubblico, quello spazio è occupato dai corpi e dalle menti di chi chiede una politica diversa rispetto a quella a cui, purtroppo, ci hanno abituato politici e media negli ultimi tempi.

Contro l’odio, l’indifferenza e il razzismo le sardine hanno deciso di riappropriarsi del luogo simbolo della comunità, manifestando pacificamente la loro creatività. Tuttavia, nel passaggio chiave di sabato scorso, Mattia ha rivelato che “le sardine non esistono”; no, non erano loro le protagoniste della piazza. Le sardine erano soltanto una scusa, l’espediente che ha permesso di liberare l’energia che dormiva nel letto caldo dell’apatia. La verità è che in piazza non c’erano delle sardine, in piazza c’erano delle persone. Persone che volevano esserci per ritrovare un’identità, e riscoprire così il senso dello stare assieme.

L’impegno delle sardine, infatti, è stato volto fin dal primo momento alla costruzione di una narrazione alternativa alla destra populista, basata sull’esigenza di ricostruire una memoria condivisa. Memoria sociale in cui devono tornare ad assumere il posto che meritano i valori che ci uniscono in quanto cittadini: antifascismo, inclusione e solidarietà su tutti. Ora che il primo obiettivo è stato raggiunto, e che finalmente si è ritrovato un popolo che si riconosce in questi principi, il dilemma è diventato evidente: che fare? La risposta, rimasta per un po’ sospesa nel vuoto mediatico, non poteva che essere una sola: fare, punto. I tanti che credevano che allo Spin Time potesse nascere una nuova formazione politica sono rimasti delusi, ma solo perché hanno equivocato ciò che stava accadendo. Piazza San Giovanni non è stata una prova di forza di un nuovo movimento politico; Piazza San Giovanni è stata, per tanti, un nuovo primo approccio alla politica.

Per questo motivo, i primi spunti usciti dalla due giorni romana non sono proposte politiche in senso stretto, ma riguardano invece una serie di iniziative da organizzare dove c’è maggiore urgenza di riportare a galla le vere problematiche, quelle di cui si dovrà poi occupare la Politica con la P maiuscola. Non a caso, due dei tre progetti descritti, e consultabili sulla pagina ufficiale “6000 sardine”, si svolgeranno nelle zone di confine, che in questo momento storico assumono ovviamente un significato particolare. A un estremo, vi è l’idea di attraversare in treno il confine tra Liguria e Francia per illuminare le orme dei tanti migranti che, qui, vedono ogni giorno frantumarsi le loro umili speranze di libertà. All’estremo opposto, dove in modo altrettanto urticante la fragilità assume spesso il profilo delle onde, prenderà il via una staffetta, in cui le sardine siciliane calpesteranno i tanti punti critici della terraferma, il sistema dei trasporti in testa.

Ecco, sta in questi esempi il contributo più alto che può portare il movimento, perlomeno allo stato attuale: dare un volto ai problemi nascosti, per far sì che al centro del dibattito tornino le questioni rilevanti per la comunità, scalzando in questo modo il costante vociare della politica su sé stessa. Una pretesa a dir poco sacrosanta, seppur in apparenza controcorrente: in un’epoca caratterizzata dalla sfiducia e dall’allontanamento dei cittadini dalla politica, le sardine rivendicano un rapporto “pulito” tra istituzioni e società civile. Per questo motivo, sul lato della società civile, chi nel corso del risveglio autunnale ha continuato a nutrire delle perplessità, senza trovare risposte definitive sulla direzione del banco, è chiamato a prendere coscienza del fatto che farne parte, soprattutto ora, significa potere incidere sull’agenda. Rimanerne fuori, viceversa, significa trovarsi facili prede degli squali mediatici, quelli con la p minuscola. Dal lato istituzionale, il sistema politico, almeno per il momento, osserva con rispettosa (e sospettosa?) distanza. Del resto, come ha fatto giustamente notare in una trasmissione televisiva Pierluigi Bersani, se il bersaglio “grosso” delle sardine è a destra, questa pulsante voglia di cosa pubblica pretende delle risposte soprattutto a sinistra. Vedremo in futuro come si articolerà questo rapporto, in particolare dopo il primo evento clou, il voto del 26 gennaio in Emilia-Romagna; aspettando i tempi nuovi, una cosa è certa: dalle Piazze ha preso il via un bel viaggio. Di cui avevamo bisogno tutti.

(Alberto Pedrielli)