Quotidianamente utilizziamo la parola per comunicare: dai nostri necessari bisogni di richiesta quotidiana alla più intima e inconfessabile intesa. Noi che siamo soliti scrivere sui giornali ne facciamo lo strumento principe della comunicazione e siamo soliti costruire immagini utilizzando solo parole. Quasi non ci rendiamo ben conto del peso delle parole: a volte ci perdiamo nel loro abuso, nello sproloquio, nell’insensato. Altre volte, purtroppo sempre più raramente, il peso delle parole (indifferentemente se pronunciate da noi o da altri) ci colpisce al punto da costringerci alla riflessione, alla loro rilettura per carpirne il profondo valore, il loro significato, il loro scopo.

Il Presidente della Repubblica Sergio Mattarella

Nel messaggio di fine anno del Presidente Mattarella, che ho apprezzato per l’equilibrio come per la profondità, una frase mi ha colpito in modo particolare e mi ha portato alla riflessione: la riporto fedelmente. ” … quando perdiamo il diritto di essere differenti, perdiamo il privilegio di essere liberi.”

Se ben ricordo, ma potrei sbagliare, un simile e profondissimo concetto mi aveva colpito nella lettura di alcune lettere inviate dal carcere da un uomo che disconosceva il fatto di essere privato della propria libertà in quanto confinato: finché potrò essere diverso, sarò anche libero!

A volte ci sfugge la bellezza e la preziosità di un modo di essere: bello in quanto unico e prezioso per il fatto di essere condiviso. Il riscontrare la bellezza della diversità dell’altro, pur nella sua inconsapevole naturalità, avvalora in modo quasi automatico il nostro diverso stato di essere in quanto, e’ speculare, anche l’altro ci vede “diverso” e giunge alla stessa conclusione.

Credo che nelle parole del Presidente, che faccio mie arbitrariamente, si nasconda la realtà intrinseca della bellezza di essere uomini: se ci trovassimo a rileggere all’infinito il diario della nostra vita verremmo sopraffatti da una noia mortale e al contrario ci troviamo irrimediabilmente attratti dalla vicenda che non appartiene alla nostra esperienza, che ci conduce in un mondo diverso, che finisce per stimolare la nostra curiosità.

Tom Antongini (segretario particolare di Gabriele D’Annunzio) definiva la curiosità il vero sapore della vita, il sale della conoscenza: come è possibile rinvenire curiosità nell’ovvio, nello scontato, nel quotidiano?
Alcuni politicanti del momento hanno definito il discorso del Presidente “mellifluo, incolore, insapore, indolore”: o non l’hanno letto o non l’hanno capito. Io sarei per la seconda.

(Mauro Magnani)