La cucina contadina tradizionale Romagnola che tutti conoscono, riempie ormai i libri e trattati di cucina. Non è altro che la raccolta dei cibi delle feste, cucinati solo durante quei giorni. Stiamo parlando di carne arrosto, gallina in brodo, pasta al forno, dei cappelletti e della classica ciambella.
Del cibo di tutti i giorni poco sappiamo, se non quello che ci raccontano i nostri nonni, che non fanno altro che rammentarci della grande miseria e fame che mai li abbandonava.
Della cucina Romagnola di tutti i giorni, ne descrive le caratteristiche Grazia Bravetti Magnoni nel suo libro “La cucina dell’azdora”, ora giunto alla V edizione.

La cucina feriale contadina, scrive Grazia, era abbondante solo nei periodi dei grandi lavori. Sopratutto dopo il raccolto e la battitura del grano. Anche a fine settembre, dopo la vendemmia, quando il lavoro era pesante e si faticava da “ buio a buio”. Però, negli altri periodi, tutto diventava pura sopravvivenza. D’inverno, soprattutto da novembre a febbraio, le famiglie che consumavano tre pasti al giorno erano veramente poche; la quasi totalità dei contadini si riuniva a tavola solo al mattino, tra le 9 e le 10, per la colazione. Verso sera, intorno alle 5, per cenare.

Il più delle volte, per colazione, l’azdòra metteva in tavola la polenta, condita con cipolla e pancetta o con del sugo di fagioli. Era già una bella mangiata, poichè a volte c’era solo pane secco. Quest’ultimo poteva essere ammollato nel vino e allungato con l’acqua, accompagnato al massimo con una fetta di pancetta o un pezzetto di aringa affumicata, ad insaporire verze o cavoli.
Se invece passava per le case la pescivendola, con la sua cassetta del pesce legata alla bicicletta, si potevano comprare ogni tanto le ”poverazze”, i “murscioni” o le “saraghine”: per poco denaro o preferibilmente in cambio di qualche uovo.

La cena poteva essere più varia e raramente più abbondante, spesso caratterizzata da un piatto unico: fagioli “schietti” nei quali inzuppare il pane o la piada, radicchi e cipolla. Verze con dei pezzetti di salsiccia, le patate in umido, i maltagliati con ceci o con i fagioli ,“lunghèt” e “zavardòuni” senza uova”.
Anche solo qualche fettina di formaggio con la piadina, erbe di campagna o baccalà, che era un gran lusso.
Il pane si cuoceva una volta alla settimana, e in molte famiglie era conservato sotto chiave, mentre le uova si consumavano raramente, perlopiù servivano da vendere o da barattare in cambio di sapone, olio o zucchero. Anche la carne di maiale veniva conservata e razionata con attenzione.
Solo per le feste e nei periodi di raccolto, sulle tavole appariva la gallina in brodo, il prosciutto, le tagliatelle all’uovo o il coniglio arrosto.
Per il resto, e fino agli anni cinquanta, era sostanzialmente un regime alimentare povero, tutto basato sulla pura sussistenza e su una stretta economia.

(Con la collaborazione de “La campagna appena ieri”, Fotografia da “La campagna appena ieri – Facebook” – Adattamento di Aris Alpi)