Imola. La Cia di Imola è stata particolarmente attiva nel corso dell’ “autunno caldo” degli imprenditori agricoli (prezzi e cimice asiatica erano state le scintille destinate a scatenare una reazione di piazza come da anni non si vedeva). E allora con il presidente imolese Giordano Zambrini proviamo a tracciare il possibile percorso relativo al 2020.

Proviamo a richiamare gli elementi significativi di quello che qualcuno ha definito l’anno peggiore per il settore agricolo.
“Non mi interessa dire quale anno è stato il peggiore, dobbiamo fare un’analisi che comprende  i 19 anni che ci stanno alle spalle e capire che tendenza hanno delineato. Da parecchi anni stiamo soffrendo, poi abbiamo dei picchi, come nel 2019 quando quasi la totalità della nostra produzione non ha coperto i costi di produzione. Anche le migliori colture hanno segnato il passo, non tanto per il prezzo quanto per la produzione insomma, in un modo o nell’altro facciamo i conti con dati negativi. E siamo ancora di più sotto l’acqua. La domanda che dobbiamo fare a voce alta è perciò sapere che futuro (se c’è) vogliamo dare all’agricoltura italiana, e subito dopo quale ruolo (se c’è) per gli agricoltori. Ha ancora un senso fare questo mestiere quando sappiamo benissimo che in un mondo globale non siamo competitivi dal punto di vista dei prezzi. Poi abbiamo problemi anche sulla qualità (prendiamo il caso della cimice asiatica i danni al prodotto erano noti già da qualche anno ma la ricerca o il sostegno agli agricoltori tardano ad arrivare). E il solo atto concreto del nostro paese è stato quello di eliminare molecole che potevano contrastare il fenomeno. Oggi abbiamo sì bisogno di deroghe per fermare i patogeni nocivi, ma soprattutto di ricerca (auspicabilmente rapida) per garantire sicurezza al coltivatore e al consumatore. Per la  cimice asiatica è stato individuato l’antagonista (la vespa samurai) ma i tempi di verifica sono lunghi senza contare che non sappiamo ancora quali conseguenze potrà avere questo insetto per il nostro habitat. Io credo che la chimica usata in maniera seria può ancora offrire delle utili soluzioni. L’altro problema è che noi abbiamo delle produzioni che prevedono costi tali da non consentirci la competizione con altri paesi”.

Come affrontarlo?
“Noi richiamiamo sempre le nostre eccellenze, ma ora come ora il consumatore non si può permettere di pagare le cifre che alcuni ipotizziamo; e vale la pena di ricordare il problema complessivo dei ricarichi sul prodotto. Se un frutto lascia la campagna al costo 30 centesimi e arriva al consumatore al prezzo di 2 Euro. Si tratta di differenze difficili da giustificare. Quindi dobbiamo capire quali sono le produzioni di eccellenza che vanno conservate e precisare meglio il ruolo dell’agricoltore che non ce la fa più ad essere quello che garantisce la manutenzione del territorio (ormai servono accordi precisi con le amministrazioni, perchè il territorio è anche un patrimonio collettivo e in alcuni casi fossi e corsi d’acqua sono sotto la diretta responsabilità degli enti locali.) Recentemente ho partecipato ad un convegno promosso dall’università per far capire quanto CO carbonio può essere assorbito dal terreno attraverso un uso intelligente delle coltivazioni. Sono processi che tutti, la politica e la società in primis, devono condividere perchè gli agricoltori da soli non ce la fanno. Il rischio è che le aziende agricole finiscano in mano a banche e assicurazioni che operano con altri fini”.

Presto ci sarà un incontro, organizzato proprio dalla Cia di Imola con l’eurodeputato Dorfmann che fa parte della commissione agricoltura della Comunità Europea. Cosa vi attendete da lui, cioè dall’Europa?
“Intanto uniformità dei costi di produzione. Se per me il costo di un kilo di frutta è pari a 10 vorrei che lo stesso avvenisse in Spagna o Grecia, e soprattutto le produzioni che provengono dall’Est Europa dove alcuni costi, a partire dalla manodopera sono nettamente più bassi. Regole uniformi, con un intervento forte per evitare la corsa al ribasso che per noi è perdente. Sappiamo che l’Europa e la prima fonte di finanziamento per l’agricoltura, ma noi, come paese, abbiamo idee e progetti per usare al meglio queste risorse. Ho l’impressione che pur essendo molto di moda il prodotto agricolo, non siamo capaci de far capire quale lavoro c’è dietro una mela o una zucchina”.

Abbiamo parlato di molti problemi, ma le organizzazioni agricole che fanno?
“A mio avviso poco perché troppo prese dalle vicende interne, cioè far sopravvivere le macchine burocratiche. Negli ultimi venti anni è cambiato un mondo ma le sigle continuato ad operare come se nulla fosse successo. E non penso ai servizi, è mancata invece la tutela del reddito agricolo e quando emergono proposte ci si accorge rapidamente che sono finalizzate a sostenere la struttura e non il mondo agricolo nel suo complesso. Alla fine di gennaio a Ferrara ci sarà una manifestazione per sostenere le richieste degli agricoltori colpiti dalla cimice (e non solo) ed abbiamo chiesto a Coldiretti di aderire. Naturalmente ha detto di no dicendo che hanno proposte per il settore. E mi domando: tutte le belle idee di Coldiretti chi hanno avvantaggiato, le imprese agricole o altri (a partire dal comparto agrindustriale)?”-

(m.z.)