Chissà da quanti giorni, quanti mesi forse, te ne stavi lì, dietro le reti di recinzione, ad osservare quei giganteschi mostri destinati a volare in cielo, quelle inimmaginabili macchine volanti di acciaio e alluminio che si alzavano in volo lasciando lì a terra tu, con i tuoi sogni, le tue illusioni, le tue speranze. Dopo un po’ te ne ritornavi alla tua vita di sempre, alla tua misera casa fatta e piena di stracci, le cose di sempre, quelle di ieri e le stesse che sarebbero state lì anche per il tuo domani.

Poi sognavi, ad occhi aperti, quei siti lontani dove sarebbero giunte quelle mostruose macchine volanti, quelle che trasformavano con il rombo dei loro motori, la fantasia in realtà. E sognavi. Nel grigiore senza luce all’orizzonte della tua breve esistenza, trovava posto un’unica certezza, quella che vedevi davanti ai tuoi occhi ogni giorno, ogni ora, ogni attimo della tua breve vita: quella di tua madre che non riusciva, pur nei suoi sforzi immani, a rendere la tua vita appena possibile, quella di tuo padre o comunque di quell’uomo che di tanto in tanto entrava nella tua casa con gli occhi sempre più stanchi, sempre più vuoti. Senza speranza.

Poi, un giorno dei tanti, mentre te ne stavi, sognando, al margine di quella rete che divideva il tuo mondo da quello degli altri, la tua fantasia di bimbo nero ha fissato gli occhi su quelle immense ruote che sorreggono le macchine volanti quando ancora non volano e si richiudono, dentro la pancia dei mostri, appena questi lasciano la terra rombando e il tuo sogno, improvvisamente, ha assunto, nella tua piccola mente, la dimensione del possibile, di una realtà. Forse di una certezza. Così, rotti gli indugi come chi ben sa che nulla ha da perdere, ritrovato quel tratto di rete divelta, hai spiccato la corsa dopo aver guardato ben bene che nessuno potesse scorgerti, e ti sei rannicchiato nascondendoti tra quegli oscuri ingranaggi dentro la pancia del mostri di metallo. Ah! l’emozione quando hai sentito il fremito della partenza, quando hai intravisto il suolo allontanarsi sotto di te, quando le enormi ruote si sono rialzate e sono penetrate nel tuo rifugio di piccolo clandestino. Poi il volo, la conquista del cielo, la libertà di una nuova vita. Il sogno della tua fantasia di piccolo uomo nero.

Non potevi sapere. Nulla di tutto ciò che ti stava attorno poteva anche solo lontanamente appartenere alla tua giovane e lontana esistenza: non potevi sapere che lassù, nel cielo vero, il freddo ti avrebbe attanagliato negandoti la possibilità di vita, non potevi sapere che l’aria sarebbe venuta a mancarti e che la signora che tutti ci attende ti avrebbe chiamato a sé con un ingiusto anticipo. Si, rubandoti la vita, ma non il sogno. In un mondo che apparteneva solo alla tua fantasia, al famoso scalo Charles De Gaulle, nella lontana Parigi, qualcuno, nella routine del suo lavoro, ha infine notato la presenza, ingombrante, di un piccolo corpo che restava, immobile, tra i meccanismi delle ruote del mostro alato. La relazione degli scrupolosi addetti ai controlli, parla di un “clandestino di circa dieci, undici anni, non ancora identificato sul volo… proveniente da..: sono in corso gli accertamenti del caso”.

Non c’è nulla da accertare, da verificare: la tua triste storia ci è nota. Resta nascosta nelle verità che non desideriamo vedere, nelle immagini che cerchiamo di non vedere, nella parte di coscienza che tentiamo di ignorare. Quello che i bravi controllori del Charles De Gaulle non sanno, e che non potranno mai scoprire, è la verità che sta ben nitida sotto gli occhi di tutti noi: loro potranno solo cercare di darti un nome, tenteranno di capire da dove provenivi, spulceranno dati in cerca del tuo nome per fornirti un’identità a te sconosciuta, ma il tuo sogno resta lassù, ben in alto nel cielo, dove il nulla ruba lo spazio alle cose che ci circondano e che nessuno potrà mai più rubartelo. Adesso è tuo per sempre, piccolo uomo nero.

(Mauro Magnani)