Il genio italico ha creato nei giorni scorsi una catastrofe diplomatica che sarà difficile far dimenticare, sempre  che i suoi artefici (Gigino Di Maio e Giuseppe Conte rispettivamente ministro degli Esteri e Presidente del Consiglio) si siano resi conto di quel che hanno combinato. Di Maio, avendo visitato sia Tobruk che Bengasi e Tripoli, fa un salto a Istanbul prima di andare al convegno al Cairo dove trova due i grandi sponsor di Haftar Egitto e Francia (dice “il dialogo con Haftar non può essere lasciato ai soli francesi”) insieme a Cipro e Grecia ora in conflitto con Erdogan per il gas del Mediterraneo e deve infine rifiutarsi di firmare il comunicato congiunto perchè il testo è troppo critico di Tripoli e della Turchia. Dimentico dell’azione di sprezzante sabotaggio operata da Haftar alla conferenza di Palermo sulla Libia nel 2018.  Conte ha intanto invitato il Generale a Roma e lo riceve alle 15. Al Sarraj in quel momento sta conferendo  a Bruxelles con Josep Borrell “ministro degli Esteri” dell’Unione Europea che intona il mantra della  tregua necessaria e degli interventi esteri (leggi Turchia) che peggiorano la situazione. Gli faranno eco la sera stessa gli amici-nemici Putin ed Erdogan: propongono il cessate il fuoco dalla mezzanotte di sabato 11 ma è impossibile prevedere quel che accadrà sul terreno.

Mi chiedo se Russia e Turchia di volta in volta alleati e  su posizioni contrapposte  abbiano un disegno condiviso, siano come il gatto e la volpe: a Putin preme avere un’altra base navale russa a Tobruk, Erdogan si interessa molto alle risorse energetiche libiche e non si lascerà impressionare quando gli diremo che  c’eravamo prima noi con l’Eni. La notizia che Haftar ha preceduto a Roma Al Serraj  il cui arrivo per incontrare Conte è imminente (il capo del gruppo di contatto russo sulla Libia fa notare che si doveva ricevere prima il Presidente del Consiglio presidenziale libico legalmente riconosciuto) fa pensare ai media libici che Al Sarraj stia per incontrare Haftar a Roma, così lui cancella la visita in Italia e torna a Tripoli. Dettaglio interessante: circola poi la falsa notizia che Al Sarraj è stato rapito al suo rientro in Libia, speriamo che abbia delle guardie del corpo competenti.

La delegazione dell’ Unione Europea e il nostro ministro degli Esteri che qualche giorno fa desideravano recarsi nella capitale libica, Tripoli, sono state informate del fatto che  là è in corso una guerra e che la loro incolumità non può essere garantita così come non lo è l’incolumità di cittadini libici bombardati dall’aviazione di Haftar: secondo le fonti Onu vi sono fino ad ora almeno 1000 vittime e 5000 feriti. Nel 2011 (che sembra ora lontanissimo) per impedire agli aerei di Gheddafi di bombardare i dissidenti a Bengazi l’Europa  impose una no flight zone, cioè gli aerei libici in volo sarebbero stati abbattuti da aerei Nato. L’Italia si accodò di malavoglia e c’è  chi dice che i nostri amici francesi minacciarono Berlusconi che  in caso contrario essi avrebbero colpito impianti libici dell’Eni. Sarebbe utile una zona d’interdizione aerea che impedisse di bombardare Tripoli e dintorni? Certamente ma nessuno ne parla, vedremo perchè alcuni libici sono più degni di protezione di altri. Intanto la zona di interdizione aerea attorno a Tripoli e il suo  aereoporto di Mitiga la ha stabilita Haftar la cui aviazione (ovvero gli aerei egiziani ed emiratini) giustificherà così il futuro abbattimento di aerei del Gna , le forze che difendono Tripoli. L’arrivo di “consiglieri” e il supporto di droni turchi modifica il rapporto di forze.

Non trascuriamo l’importanza dell’Algeria (cui ha fatto recentemente visita Di Maio) quando emerga dal cambiamento di regime che vi sta avvenendo, già Haftar le ha contestato di violare la frontiera libica mentre le frontiere nel Sahara sono inesistenti, come ben sanno i trafficanti di droga, armi e persone. La Tunisia si prepara ad una invasione di migranti libici che fuggono il conflitto. La vicinanza ideologica fra Turchia, Tripoli Tunisi e Algeri si spiega con l’essere molti dei loro governanti in simpatia con gli ideali della “Fratellanza Mussulmana”, il movimento di Islam moderato che venne violentemente soffocato da Al Sisi e l’esercito egiziano nel 2013, con l’assenso  di  Washington, movimento che Haftar definisce “terrorista”.

Il segretario generale dell’Onu Gutierrez continua a ripetere “Qualsiasi sostegno straniero alle parti in guerra non farà che aggravare il conflitto e complicare gli sforzi per una soluzione pacifica. Le continue violazioni dell’embargo sulle armi imposto dal consiglio di sicurezza non fanno che peggiorare le cose” ma ciò avviene da diversi anni.
La ventata di pacifismo e buoni propositi che si muove dall’Italia e dall’Europa verso la Libia si è levata subito dopo l’annuncio di un intervento militare turco in sostegno del Gna, la formazione militare che difende il territorio libico ancora governato da Tripoli. Haftar continua da almeno un anno con la sua azione militare deciso a conquistare il resto del paese e il 6 gennaio  ha conquistato Sirte (che era in mano a Tripoli dal 2016 quando l’ aveva strappata all’Isis) scontrandosi anche con le milizie della prossima città sulla sua strada: Misrata o Misurata. L’accozzaglia di mercenari ciadiani, sudanesi e unità tribali arabe può davvero tenere quella che era la città natale di Gheddafi? I mercenari russi non partecipano (se Putin vuole seriamente la tregua presumo li riporterà a casa) e si mormora che le milizie salafite lasciate dopo il 2016 a presidiare la città di Sirte siano state convinte o comprate a far entrare lo Lna, ipotesi plausibile visto che sono  vicine all’Arabia Saudita che sostiene Haftar militarmente ed economicamente.

Le milizie di Misurata (la “Sparta libica” le cui milizie con supporto americano liberarono Sirte nel 2016) stanno già cercando di riprendere la città, ma chi combatta per quale parte – o se combatta per sè – è spesso incerto in Libia. Haftar controlla ormai la maggioranza delle risorse petrolifere del paese, anche se in teoria il settore energetico è gestito da Tripoli con  il Noc (National oil corporation). Il governo di Tripoli ha sul territorio importanti oleodotti e gasdotti, incluso il gasdotto sottomarino che porta in gas in Sicilia. In gran parte della Libia mancano elettricitàe acqua corrente. I danni al sistema elettrico non vengono riparati a causa della mancanza di sicurezza e vengono usati generatori in uno dei paesi africani più ricchi di energia.

Trattandosi di una guerra può essere utile far riferimento a siti come analisidifesa.it che forniscono dettagli strategici e militari. In un loro pezzo datato settembre 2018 si descrivono le forze in campo come segue: “sull’esteso territorio di un milione e 700.000 km., in prevalenza zone desertiche) sono presenti militari di Italia, Francia,Stati Uniti (Africom), Regno Unito, Emirati Arabi Uniti, Egitto e Russia”, ora vi si aggiunge la Turchia.

Miasit (Missione biliterale di assistenza e supporto italiana), oltre a circa 400 militari e un ospedale militare italiano, mobilita a sostegno di Tripoli mezzi terrestri, navali e aerei e una nave officina per coordinare e addestrare le unità della guardia navale libica.
Le forze speciali francesi  (con aerei) che hanno una forte presenza nell’area del Sahara (almeno 3500 uomini) in teoria sono presenti in Libia per combattere l’Isis ma in pratica sostengono Haftar e appoggiano le milizie di Zintan. Le forze aeree Usa (da Sigonella e Pantelleria) sono anch’esse a caccia dell’Isis e i berretti verdi avrebbero una base a Sirte. Forze britanniche sono state segnalate in Cirenaica a sostegno di Haftar ed hanno combattuto per liberare Sirte dall’Isis.

Gli Emirati arabi hanno una base aerea completa di droni cinesi (come da foto satellitari) in Cirenaica e sostengono l’esercito di Haftar, che ha molti mercenari, arruola nostalgici di Gheddafi ed è stato ripetutamente accusato di crimini contro i civili – Haftar ha rifiutato di consegnare personaggi colpiti da mandato di cattura della corte internazionale dell’Aja.

L’Egitto affianca il Lna di Haftar con consiglieri militari e truppe speciali e dal 2017 Haftar ha il supporto di centinaia di mercenari russi della  ditta Wagner (il fatto viene negato dalle fonti ufficiali russe). Tenendo presente che vi sono poco più di sei milioni di libici (presenti soprattutto nella striscia costiera) mi pare che la Libia sia divenuta un poligono di tiro e di esercitazioni militari con aviazione e droni per una dozzina di corpi speciali di paesi vicini e lontani. Non vi sono due eserciti contrapposti ma due gruppi di milizie espressioni di numerose tribù che possono anche passare alla parte avversa se ne hanno vantaggio. In guerra lo sport del salto sul carro del vincitore è praticato da sempre, anche l’Italia nel corso delle guerre mondiali vi si è impegnata.

Dall’Italia i rapporti con Haftar sono stati mantenuti anche se abbiamo sempre sostenuto il governo di Tripoli riconosciuto dall’Onu e dall’Europa. Tali contatti sono stati intensificati dal ministro degli Esteri Di Maio che giustamente cerca di proteggere i nostri interessi economici ed energetici su tutto il territorio libico. Il governo di Tripoli però potrebbe sentirsi tradito. Una zona d’interdizione aerea che proteggesse Tripoli  impegnerebbe aerei della Nato su molteplici bersagli: aerei (e droni) emiratini, egiziani,francesi e inglesi per Haftar, aerei italiani, e ora anche turchi per Tripoli, roba da terza guerra mondiale! L’ Africom e gli Usa ostentano equidistanza, il loro scopo sarebbe contrastare l’Isis ma i loro più cari amici Egitto, Emirati e Arabia Saudita sono da sempre per Haftar che è cittadino americano; a libro paga della Cia per venti anni ha cercato inutilmente di scalzare Gheddafi.

La Libia non esiste più, al massimo abbiamo una Cirenaica e una Tripolitania, ma il suo tesoro  di combustible fossile nel Fezzan fa gola a tutti (1). L’Unione Africana (e lo stesso Gheddafi) avevano predetto questa evoluzione e l’Italia ne patirà a lungo le conseguenze se non affronterà, insieme alla Germania, la Francia che continua a dominare economicamente e militarmente lo spazio africano in passato colonizzato e nel quale vorrebbe includere l’area libica.

Il conflitto d’interessi Francia-Italia interno all’Europa spiega l’inazione passata ed il presente fallimento  diplomatico della Comunità europea. Troppe potenze desiderano ora spartirsi quest’osso fossile e tre sono particolarmente robuste: gli Usa (con i loro amici Emirati, Egitto e Gran Bretagna), la Russia e la Turchia, nè si tratta solo di spartirsi la terra visto che importanti giacimenti di gas scoperti nel mare Mediterraneo orientale mettono in competizione Turchia, Israele, Gaza, Egitto, Grecia e Cipro. Il deciso intervento in Libia a sostegno di Tripoli della Turchia, paese  militarmente agguerrito, potrebbe determinare l’andamento del conflitto impegnando migliaia di miliziani siriani anti Assad che  la Turchia ha inquadrato e sostenuto (e che sono stati bloccati dalle forze russe e dall’esercito siriano sulla frontiera turca).

Sempre più la tragicommedia libica si lega al caos mediorientale. Con l’assassinio del generale Soleimani, Trump (che non ne ha informato il Congresso Usa, ne’ l’Italia in anticipo, ma solo i paesi componenti il Consiglio di sicurezza Onu) e la sua amministrazione hanno “condotto una azione militare provocatoria e sproporzionata… che rischia un serio peggioramento della tensione con l’Iran” afferma la senatrice Nancy Pelosi che sospetta Trump voglia così distogliere l’attenzione dal processo  di impeachment cui viene sottoposto. Per un contractor  irakeno – americano morto sono uccisi  10 uomini (5 iraniani e 5 irakeni). Il generale  Soleimani era un uomo profondamente diverso dal Presidente Usa; sapendo di essere un “morto che cammina” scrisse alla moglie “Mia amata moglie ho già indicato quale dovrà essere la mia tomba… Fai in modo che la mia tomba e la mia sepoltura siano semplici come quelle degli altri martiri. Voglio che sulla mia lapide sia scritto semplicemente Qassem Soleimani” (2).

Noi europei dopo che abbiamo sostenuto tiepidamente e inefficacemente sia la Libia che l’Iran evitiamo almeno di esortare alla moderazione e alla pace gente che da anni si trova in guerra, guerra vera. La possibilità che flussi migratori da Libia, Tunisia e forse anche Egitto e Turchia  verso Grecia, Spagna e Italia riprendano vigore con la bella stagione è preoccupante.

L’Europa si rende conto che la Libia rischia di affondare in una guerra infinita come quella siriana e vede che nell’area mediterranea Russia e Turchia cercano di posizionarsi come arbitri dove gli Usa si sono disinteressati di conflitti in corso, salvo determinare insindacabilmente quali siano i pericolosi terroristi da abbattere. L’accordo  Russia-Turchia-Siria per la zona di Idlib ha tenuto, per ora. La Germania, che cerca di intervenire organizzando una conferenza a Berlino per la Libia, si scontrerà anch’essa con la Francia. Cito in inglese una battuta di George Washington essendo il gioco di parole su “hang” intraducibile, parla della lotta dei coloni contro gli inglesi: “If we do not hang together (se non restiamo uniti) we shall hang separately (saremo impiccati separatamente)”.

(Cecilia Clementel)

Riferimenti
(1) La Stampa del 9 gennaio 2020 pag. 3
Il sito Sicurezza Internazionale LUISS, in data 12 dicembre 2019 Libia, denunciato il supporto del Cairo ad Haftar.
I siti Lybia Observer, Lybia Herald e Al Jazeera

(2)  La Stampa 6 6ennaio 2020 pag. 7